SIAMO NELL’ANNO DELLA FEDE: QUALE TESTIMONIANZA DIAMO AI NOSTRI FRATELLI, NOI CHE CI PROFESSIAMO CRISTIANI? – di Carla D’Agostino Ungaretti

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 “ Mi sarete testimoni … fino agli estremi confini della terra” (At 1,8).

 

di Carla D’Agostino Ungaretti

 

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Questa volta voglio iniziare la mia riflessione di cattolica “bambina” con un ricordo personale. Alcuni anni orsono mia madre aveva alle proprie dipendenze una COLF tailandese, ottima e affezionata donna di religione buddista. Una sera, in cui mi ero trattenuta a tenere compagnia alla mamma, ci capitò di vedere tutte e tre insieme in TV il film “Attrazione fatale” con Michael Douglas e Glenn Close. In questo film, come molti ricorderanno, il protagonista – affascinante yuppie newyorkese, innamorato di sua moglie ma leggero e superficiale – si ritrovava invischiato, molto al di là delle sue intenzioni, in una relazione extraconiugale con una sorta di “dark lady”, o “maga Circe”, che non arretrava di fronte a nulla pur di strapparlo alla sua famiglia, senza però riuscirci e facendo piuttosto  una brutta fine. Nel film, ottimamente sceneggiato e recitato, si poteva anche rintracciare (sia pure un po’ alla lontana) una morale edificante: avete visto quanti guai possono capitare a chi tradisce sua moglie? Ma al termine la domestica, evidentemente equivocando su quell’aspetto del film, del resto non troppo palese, mi domandò candidamente:  “Signora Carla, è vero che i cristiani possono avere anche un’amante oltre alla moglie?”.

Sulle prime, la mia reazione a caldo fu di pensare: “Mio Dio, dove avrà mai sentito una sciocchezza simile, questa poveretta?”, e mi sentii in qualche modo responsabilizzata e chiamata direttamente in causa per rettificare quell’idea totalmente errata. Infatti, superato il primo istante di sbalordimento per l’inaspettata domanda, ebbi il mio daffare a spiegare alla brava donna che per noi cattolici (ma chissà, poi, se lei conosceva la differenza tra i cristiani in genere e i cattolici ?…) il matrimonio è un impegno sacro che deve durare tutta la vita, non essendo ammessi né il divorzio, né le relazioni extraconiugali. Dubito però di essere riuscita a convincerla del tutto. E in effetti, come avrei potuto? Era già molto se la poveretta, che lavorava già da vari anni in Europa, aveva sentito dire da qualcuno che il cristianesimo (o il cattolicesimo, chissà?) non ammette il divorzio. Ma in realtà, ritrovatasi a lavorare in un occidente totalmente scristianizzato, era entrata in contatto con una prassi di vita che contraddiceva in pieno le poche informazioni che aveva ricevuto in proposito ed evidentemente credeva che il cattolicesimo ammettesse le relazioni extraconiugali come correttivo al divieto del divorzio. In parole povere: anche se non vai più d’accordo con tua moglie (o con tuo marito) non puoi divorziare però, per consolarti, puoi tranquillamente prenderti un’amante.

Negli anni successivi questo episodio mi è tornato spesso in mente come emblematico della situazione spirituale che vivono oggi i cattolici, non solo sotto l’aspetto della morale sessuale e coniugale – che purtroppo, come tutti sappiamo, oggi è abbondantemente trasgredita nel silenzio di tanti pastori che, a mio giudizio, vengono meno a un loro preciso dovere – ma, più in generale, sotto il profilo dei rapporti tra la dottrina e la prassi, tra l’insegnamento della Chiesa e i nostri comportamenti individuali che dovrebbero essere come la lampada da collocare in una posizione elevata per servire da lume e da guida a chi ci è vicino (Mt 5, 15), soprattutto se non è cristiano. Invece, la nostra fede, se c’è, viene spesso nascosta sotto il “moggio” rappresentato dal perbenismo buonista e relativista che non vuole offendere nessuno, tanto meno se non è cristiano. “Tutte le fedi si equivalgono! L’importante è credere in qualcosa!”. Ma credere in che cosa? In realtà chi si pone in quest’ottica qualunquista e sincretista finisce per credere a tutto, come diceva Chesterton, e quindi a nulla; infatti viviamo immersi nel nichilismo che annulla qualunque punto di riferimento etico, perché il tutto e il nullafiniscono per diventare sinonimi.

Oggi nelle nostre città noi viviamo circondati da moltissimi immigrati non cristiani, soprattutto musulmani, e bisogna ammettere che spesso sono  loro, gli islamici, a dare a noi cristiani l’esempio di fede e di pietà che invece dovremmo essere noi a dare a loro. Invece noi dimentichiamo il nostro preciso dovere di rendere ragione della nostra fede, con delicatezza e rispetto (1 Pt 3,15) presentando il Cristianesimo come quell’incontro che – cambiando la vita e il modo di pensare – ci fa diventare discepoli e testimoni. Siamo capaci di farlo? Me lo chiedo spesso, ma l’unica e  sconsolata risposta che trovo è: NO, perché sono la prima a riconoscere le carenze e i limiti della mia personale testimonianza.

uvpIl Papa Benedetto XVI, ben consapevole della miseria del suo “piccolo gregge”smarrito e confuso, che lo stesso Gesù aveva rassicurato raccomandandogli di“non temere”, ha ritenuto opportuno bandire l’“Anno della Fede” – che si concluderà il prossimo 24 novembre, festa di Gesù Cristo Re dell’Universo – per cercare di rinverdire un po’ nel mondo occidentale, e soprattutto nella nostra scristianizzata Europa, quella stanca prima virtù teologale e già qualche anno fa aveva auspicato che il Signore “conceda a ciascuno di noi di vivere la bellezza e la gioia dell’essere cristiani”[1]perché solo attraverso un autentico cammino di fede è possibile “mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia e il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo”(Porta fidei, 2). Papa Francesco ha collaborato con lui nella stesura dell’Enciclica “Lumen Fidei” per confermare il pensiero e la prassi della Chiesa Cattolica senza comprometterla col mondo, ma dandole carattere, libertà e idee per incontrare ogni uomo e ogni donna di buona volontà con la stessa forza  evangelica che lo Spirito Santo conferì agli Apostoli in quel primo secolo dell’era cristiana e la Chiesa, dal canto suo, fa di tutto per mantenere viva in noi quella “grandissimagioia” che provarono i Magi alla vista della stella sopra il luogo dove si trovava il Bambino (Mt 2, 10) e che provarono gli Apostoli nel vedere che Gesù era veramente risorto (Gv 20, 20). Infatti, quello è il sentimento che dovrebbe sempre sostenere l’anima del cristiano in ogni momento della sua esistenza: la gioia che si prova per aver ricevuto una promessa da parte di Qualcuno la cui Parola è indefettibile. “Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore!” (Lc 1, 45).

Il nostro modo di vivere il Cristianesimo è molto carente e non ci accorgiamo che la nostra fede rischia seriamente di essere contraddetta proprio dai modi in cui essa è presentata, insegnata o testimoniata, perché viviamo male o non viviamo affatto le esigenze evangeliche. Molti di noi, pur convinti e sicuri nella loro fede, sono incapaci di raggiungere il cuore altrui perché mancano della mitezza e dell’umiltà espressamente raccomandate da Gesù (Mt, 11, 29[2]o perché dimenticano di essere stati mandati “come pecore tra i lupi” ((Mt 10, 16), o perché“fanno come gli ipocriti” (Mt 6, 2) presentando trionfalisticamente la loro fede e dimenticando “lo stile di comportamento” insegnato dallo stesso Gesù.

La vita frenetica di impegni e di lavoro che oggi conduciamo tutti ci induce a dimenticarci spesso di Dio;  eppure dovremmo tutti trovare il tempo per “staccare la spina” dal mondo, rientrare in noi stessi e “riposarci un po’ “ (Mc 6, 31) per verificare lo stato di salute della nostra anima immortale. Purtroppo la tradizione familiare e popolare non ci aiuta più come faceva una volta; molte delle feste che una volta scandivano l’anno cristiano sono state ritenute di ostacolo al profitto economico del Paese e, di conseguenza, sono state abolite dagli accordi tra la Chiesa e lo Stato “per non alterare il ritmo (frenetico) della vita lavorativa” . In questi ultimi decenni, poi, è mancata un’efficace trasmissione della fede, sia nelle famiglie che in tutti gli altri contesti della vita. Invece la fede dovrebbe accompagnarci in ogni atto o pensiero della nostra quotidianità come raccomandava S. Paolo: “Tutto quello che fate, in parole e in opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù. (Col 3,17).

Quella frase della lettera ai Colossesi mi ha sempre colpito e dato da meditare. Nella sua icasticità, essa ci fa capire che la nostra vita dovrebbe essere (per così dire) tutta imbevuta di Cristo. In tutti atti che compiamo, dai più importanti ai più umili e banali, Egli dovrebbe essere nostro compagno invocato e desiderato, come del resto aveva promesso Lui stesso (Mt 28, 20). Sia che guidiamo la macchina o saliamo su un autobus per andare ogni giorno al lavoro, sia che prepariamo il pranzo per la nostra famiglia, sia che puliamo la casa con l’aspirapolvere, sia che compiliamo la denuncia dei redditi (magari arrabbiandoci un po’, ma è umano …) o scriviamo trattati filosofici, dovremmo fare costante riferimento a Cristo, “rendendo per mezzo di Lui grazie a Dio Padre” – come precisa S. Paolo – perché non dobbiamo dimenticare mai che solo a Dio dobbiamo ogni battito del nostro cuore, ogni nostro respiro e ogni conquista della nostra limitata intelligenza. I grandi Santi vivevano così e, soprattutto, facevano percepire chiaramente questa loro dimensione spirituale a molti che ebbero la fortuna di frequentarli. Da alcuni testimoni ho sentito raccontare che – in occasione di conversazioni da loro intrattenute col Santo P. Pio da Pietrelcina e con Karol Wojtyla, anche prima che questi diventasse Giovanni Paolo II  – essi ebbero la netta sensazione che il loro interlocutore avvertisse sempre la presenza di una Terza Persona accanto a sé e fosse felice e vivificato da questa vicinanza. Ecco la perfetta attuazione dell’esortazione di S. Paolo e la vera testimonianza che noi dovremmo dare ai tutti i nostri fratelli, cristiani o no!

Invece, nella nostra vita quotidiana ci comportiamo esattamente al contrario, contraddicendo l’esempio dello stesso S. Paolo (1 Cor 1, 16) e cioè“vergognandoci del Vangelo”, favorendo e assecondando in tutti i modi le usanze religiose degli immigrati e trascurando le nostre “per non offenderli”, come se il Vangelo potesse essere di offesa a qualcuno. Constatare tutto ciò è molto triste per chi vuole dare la propria adesione totale e incondizionata al messaggio cristiano: dovremmo forse riconoscere che aveva ragione Nietzsche quando parlava della “morte di Dio”? Il teologo Pierangelo Sequeri riconosce che noi non sentiamo più Dio in nessun nome, neanche in quelli che dicono “ Dio” perché i due “registri” degli affetti e dell’idea “sono ormai così separati che si possono fare tutti gli sforzi possibili per innovare l’ermeneutica religiosa … senza però che si venga assolutamente a capo del fatto che non sentiamo più Dio nei nomi di Dio”[3].

Ecco quindi la necessità di una nuova evangelizzazione – che riguarda da vicino anche noi che andiamo a Messa tutte le domeniche – forse proprio secondo il carisma di S. Pietro Nolasco che si dedicava prioritariamente alla liberazione degli  schiavi cristiani i quali, vivendo prigionieri dei pagani, correvano il rischio di rinnegare Cristo e quindi la loro liberazione aveva lo scopo ultimo di conservare e sostenere la fede di chi vacillava. E quanti  sono oggi i nostri fratelli, schiavi di uno stile di vita decisamente anticristiano!… Oggi la situazione del cristianesimo è addirittura peggiorata rispetto ai tempi del fondatore dell’Ordine Mercedario: non si parla più di conservarla, la fede, ma addirittura di riproporla e annunciarla come forza di liberazione! E non possiamo neppure presupporla o darla per scontata perché, come osservavo poc’anzi, le tracce di essa nella vita e nella cultura di oggi sono davvero irrilevanti. Che fare dunque?

Se ci proclamiamo cristiani e non vogliamo che la nostra professione di fede sia un’ipocrisia, dobbiamo tornare a riflettere sulle nostre spirituali responsabilità. Conferendoci la  Grazia Santificante del Battesimo, Dio ci ha resi suoi figli; con il Sacramento della Confermazione, noi abbiamo accettato il dono della Fede e ci siamo assunti un compito e una responsabilità. Se comprendiamo che Dio ci sta aprendo una porta, noi ci dobbiamo entrare senza se e senza ma, ossia senza reticenze né condizioni, come fecero gli Apostoli. Saulo di Tarso, fariseo, allievo del grande Rabbi Gamaliele, acerrimo persecutore del Cristianesimo nascente, era in viaggio per Damasco dove avrebbe dovuto arrestare “uomini e donne da condurre in catene a Gerusalemme” (At 9, 2); invece, contro ogni sua aspettativa, incontrò il Risorto e il suo spirito subì quella metànoia che – più tardi, divenuto Paolo – gli avrebbe fatto gridare: “Guai a me se non predicassi il Vangelo!” (1Cor 9, 16).

Mentre rifletto sulla mia personale responsabilità, la mia povera mente di cattolica“bambina” vorrebbe obiettare: ”Ma S. Paolo era S. Paolo! Non siamo tutti della sua tempra!” Lo stesso S. Paolo risponde e, in un certo senso, ci viene incontro: “Non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi (Rm 12, 16). S. Teresa del Bambino Gesù, 1800 anni dopo di lui, ha confermato la sua esortazione individuando, nella sua breve vita, “la piccola via della santità”, basata sulle sue piccole e deboli capacità, che sono poi quelle di tutti noi, peccatori e persone comuni. La petite Thérese morì a 24 anni nella clausura del Carmelo di Lisieux senza avere avuto il tempo di compiere nulla di rilevante agli occhi del mondo ma, per il suo costante slancio di preghiera e di sacrificio per portare le anime a Cristo, meritò di diventare Dottore della Chiesa e Patrona delle missioni. S. José Maria Escrivà de Balaguer insegnò che anche il più umile e meno prestigioso lavoro ci conduce alla santità, se lo svolgiamo con coscienza e dedizione in un contesto di preghiera e interiorità.

Per quanto mi riguarda, da anni io ho fatto mio il grido del padre del fanciullo indemoniato: “Signore, io credo, ma tu aiutami nella mia incredulità!” (Mc 9, 24) nella speranza che il mio microscopico semino, l’unico che io sia in grado di gettare, cada su un centimetro quadrato di terreno fertile e porti anch’esso qualche piccolo e modesto, ma sincero, frutto alla Chiesa di Dio.


[1] Cfr. Omelia nella Festa del Battesimo del Signore, 10.1.2010.

[2] Infatti negli ultimi anni mi sono domandata spesso se è proprio sotto questo aspetto che ho fallito, quando ho cercato di spiegare la dottrina cattolica del matrimonio alla COLF di mia madre…

[3] Cfr. G. Vattimo, P. Sequeri, G. Ruggeri.  Interrogazioni sul Cristianesimo. Castelvecchi 2013, pag. 26.

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