‘Siri, la Chiesa, l’Italia’

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Di Piero Vassallo

Aa. Vv. “Siri La Chiesa, l’Italia”, atti del convegno “Momenti, aspetti  e figure del ministero del card. Giuseppe Siri”, Genova 12-13 settembre 2008. A cura di Paolo Gheda, Marietti, Genova 2010.

Finita l’uggiosa stagione del conformismo teologico gongolante intorno allo spirito del concilio in presunta guerra con la Chiesa di sempre, gli studiosi cattolici possono finalmente esaminare senza pregiudizi la  indesiderata testimonianza degli oppositori alla dirompente mondanità.

E’ in pieno atto la stagione dei ripensamenti e delle revisioni: mentre Benedetto XVI afferma l’ermeneutica della continuità, studiosi a convegno a Genova riabilitano la figura umile ed eroica del cardinale Giuseppe Siri. Mentre si pubblica l’opera omnia di Cornelio Fabro, un importante convegno propone la rilettura delle obiezioni che Romano Amerio rivolgeva agli ecclesiastici modernizzanti. In altre qualificate sedi si rivaluta il magistero di Pio XII, si rilegge la profetica denuncia dell’errore formulata nell’enciclica “Humani generis”. Infine si scopre la straordinaria grandezza del domenicano Tomas Tyn, strenuo difensore della tradizione e geniale commentatore dell’opera di San Tommaso.

Il filosofo Antonio Livi, nella più interessante relazione al convegno genovese su Siri, sostiene che la vita autenticamente contemplativa dell’arcivescovo di Genova fu “radice della sua completa dedizione alla causa del Vangelo, scevra di qualsiasi interesse mondano che potesse inquinare la prassi pastorale e la teoresi teologica, trasformandole – come purtroppo spesso accade – in ideologia, non importa se di segno innovativo o conservatore” (cfr. “Teologia, filosofia e magistero nella dottrina e nelle iniziative pastorali di Giuseppe Siri”).

Il curatore del volume, Paolo Gheda, docente nell’Università della Val d’Aosta, smentisce un appiccicoso luogo comune storiografico, dimostrando che, sui problemi posti dall’involuzione della politica e della cultura italiana, i cardinali Siri e Montini dimostrarono una notevole convergenza di giudizi. Siri e Montini, allarmati da una lettera dell’editore Salani, che denunciava la diffusione di opere letterarie “imbevute di un determinismo spesso ben nascosto e intese a presentare positivamente modelli discutibili sotto il profilo sessuale e familiare, sino a testi espressamente perversi”, sollecitarono un’azione a sostegno dell’editoria cattolica ma urtarono contro il muro dell’irenismo trionfante e della sciatteria intellettuale. (cfr. “Siri e Montini”).

Roberto De Mattei, nella sua splendida relazione, rammenta che Siri non fu contagiato dall’illusione ecumenica volante nello spirito del concilio immaginario. E al proposito cita un articolo pubblicato, nel 1972, nella rivista “Renovatio”, per confutare i teologi modernizzanti: “Una diffusa illusione fu che il mondo moderno fosse totalmente positivo e dovesse essere, così com’è, recepito nel cristianesimo, quasi iniezione corroborante e vitale. Sbagliarono e non si accorsero che la questione andava decisamente rovesciata: se il mondo moderno si vuole salvare deve recepire Cristo”. Le parole di Siri non furono intese dai cattolici, affascinati e rapiti dalle vertiginose ascese a parole del progressismo sovietico. Se non che la rumorosa caduta del muro berlinese ha  sommerso il chiacchiericcio dei clericali senza principi, restituendo a Siri l’autorità che compete ai veri maestri. (cfr. “Il cardinale Siri e la rivoluzione culturale”).

Lorenzo Ornaghi giustifica l’intransigenza di Siri nei confronti dei liberali (di Mario Missiroli, ad esempio) decisi a non deporre le armi di un settarismo discendente dalla cultura risorgimentale. Ma  svela la profonda radice religiosa dell’intransigenza citando l’atto di fede del cardinale: “Non abbiamo in terra maestri inappellabili che siano sulla strada diversa dalla sua, non riconosciamo a nessuno di poterci trarre a fazioni ispirate ai mutevoli venti, a facili opportunità, a peccaminose popolarità: noi siamo solamente di Cristo!” (cfr. “Giuseppe Siri, Agostino Gemelli e l’Università Cattolica del Sacro Cuore”).

Commoventi e magnifiche le pagine del vescovo di San Marino, Luigi Negri, che esalta la profonda umiltà di Siri, rammentando che “quando si vive perché ci sia solo Dio, perché Dio domini la vita della persona e attraverso la testimonianza che si dà investa la vita della Chiesa e della società, allora secondo il paradosso straordinario della fede cattolica, il massimo della dimenticanza di sé diventa il massimo della realizzazione”. Negri, inoltre, sostiene che si può affermare senza tema di smentita “che il card. Siri, prima del Concilio, durante il Concilio e dopo il Concilio, ha dato testimonianza di quella posizione intellettuale ed ermeneutica che Benedetto XVI ha raccolto nel termine ermeneutica della continuità evolutiva e non della discontinuità”. Infine mons. Negri, quasi rivolgendosi alle confuse idee del salotto liberal  chic oggi in scena, ricorda che Siri, come Pio XII, “aveva deprecato il totalitarismo, ma deprecava non meno e in modo meno radicale quel modo americano di vivere che sotto i nostri occhi, ha portato alla situazione disgregatrice dell’umano, in modo non meno radicale e negativo degli antichi totalitarismi”  (“Momenti, aspetti e figure del ministero del card. Giuseppe Siri”).

Emilio Artiglieri ricostruisce la vicende dei Serra Club, meritevole società di laici impegnati nel sostegno dei seminari, per dimostrare che Siri promuoveva e seguiva la formazione dei sacerdoti con generosa e illuminata passione (cfr. “Il card. Siri e la fondazione del Serra Club”).

Degne di memoria sono infine il messaggio del cardinale Tarcisio Bertone e l’intervento dell’arcivescovo di Genova, card. Angelo  Bagnasco, successore di Siri sulla cattedra di San Lorenzo.

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