Suadente e crudele. La dittatura sanitaria anticipata da un racconto di Buzzati

Benché avesse soltanto una leggerissima forma incipiente”, il signor Giuseppe Corte era ricoverato in un “celebre sanatorio, dove non si curava che quell’unica malattia”.

Si tratta di un racconto di Dino Buzzati intitolato “Sette piani”, una specie di finestra (di Overton?) sul presente, aperta nel passato e con tutta l’aria di avere una bella vista sul futuro, almeno psicologicamente parlando. Il paziente, “dopo una sommaria visita medica”, viene messo al settimo piano di un bell’edificio che sembra un albergo, in una “gaia camera”, con vista su uno dei quartieri più belli della città e “tutto era tranquillo, ospitale e rassicurante”.

Dall’infermiera viene a sapere la caratteristica di quell’ospedale: “i malati erano distribuiti piano per piano a seconda della gravità”,“al primo quelli per cui era inutile sperare”. “Questo singolare sistema, oltre a sveltire grandemente il servizio, impediva che un malato leggero potesse venir turbato dalla vicinanza di un collega in agonia, e garantiva in ogni piano un’atmosfera omogenea”.

Ne deriva che i malati venivano divisi in un sistema sociale costituito da caste sanitarie progressive. Dopo qualche giorno, con il pretesto che l’indomani avrebbero dovuto ricoverare una signora con due bambini e non essendoci altre camere libere, gli infermieri trasferiscono il signor Corte al piano di sotto. Gentile atto di cavalleria per una “sistemazione assolutamente provvisoria”.

Il Corte passò così al sesto piano. Se al settimo, il piano di arrivo, ci si poteva considerare ancora diciamo “in contatto con il consorzio degli uomini”, al sesto no, laggiù non si trattava più di “ammalati dilettanti” e ipocondriaci con le fisime, al sesto si era davvero in ospedale, con infermieri, dottori, carrello e compagnia bella.

Il medico stesso conveniva col paziente sulla forma lieve della malattia, anzi, leggerissima, tuttavia, al sesto piano il paziente spazientito sarebbe stato curato con maggiore attenzione. Così via, di sorriso in mancata spiegazione, di diritto o di malinteso, il Corte veniva retrocesso, o “retroabbassato” che dir si voglia, sicché si trovava essere paziente meritorio certamente del piano superiore, venendosi però a trovare ogni volta un piano più giù. Inutile dire che passata, la sorpresa, scoppiò il furore: “Quello che contava era la malattia, non il posto in cui veniva collocato un malato”.

Giuseppe Corte, in preda alla febbre serale, ascoltava le meticolose giustificazioni con progressiva stanchezza”. D’altra parte, era quasi da ritenersi un fatto dogmatico che l’abilità dei medici fosse inversamente proporzionale al numero del piano. Unica consolazione: era, in quel reparto, il meno grave di tutti.

Scendere per accelerare la cura, un discorso del genere ripetuto ogni giorno dai medici, porta lo stesso Corte a trasferirsi volontariamente al terzo piano. Ecco che, accettato il gioco, la volontà è aggiogata. Per il bene dell’interessato, ovviamente. Non fosse altro che il personale del terzo se ne va in ferie, ergo tutti trasferiti al secondo piano! Per carità, soluzione temporanea, sono quindici giorni di ferie solamente. Basta scrivere sulla porta della camera “Giuseppe Corte, del terzo piano, di passaggio”. Non siamo poi forse tutti di passaggio in questa vita. Nulla in contrario da parte dei medici.

Il cuore dell’ospedale è in basso, dove opera l’inventore della cura – trattasi di raggi digamma -, il professor Dati. Che per “errore” lo trasferisce. “Giunse così, per quell’esecrabile errore, all’ultima stazione”. Il girone dei moribondi. “sei piani, sei terribili muraglie, sia pure per un errore formale, sovrastano adesso Giuseppe Corte con implacabile peso”.

Così termina, in una stanza buia che presagisce la morte, il racconto Giuseppe Corte, avvocato e uomo di mondo. Era il 1958.

Quante volte ci è capitato fra sorrisi e salamelecchi di passare al sesto piano? Quante volte siamo stati circuiti, blanditi, minacciati, ingannati negli ultimi due anni? Quante persone sono morte perché il paradigma scientifico ripete a pappagallo che l’importante è la malattia, non il malato?

Quante volte abbiamo fatto cose contro quella voce della coscienza, furiosa di dolore impazzito, che ci strillava il suo furente No! Ciò è illogico, irrazionale?

Un racconto non è realtà, anche se parte dalla realtà. Un racconto a volte può involontariamente avvicinarsi alla realtà, quanto un Giuseppe Corte a un Giuseppe Conte. A volte un racconto anticipa la realtà solo in parte, solo perché essa è incomparabilmente più tremenda.

Tremenda come la democratura sanitaria che abbiamo subito e non sappiamo se e quando finirà. Nel frattempo, chiediamoci se, come il signor Corte, ci siamo abituati a “essere di passaggio” in provvisoria perdita dei diritti. Se, paradossalmente, perdiamo la libertà oggi per salvare la salute di domani, chiudendo il Natale, la Pasqua, la testa, ma è una “situazione momentanea”.

Intanto in direzione hanno già modificato il linguaggio per poter modificare il nostro stile di vita, ma per il nostro bene, con borghese affettazione, così che il paziente scelga da sé la propria fine. Così che la rana tecnologica imposti da se stessa la temperatura dell’acqua nella quale bollirà.

Così, come terminano nell’anonimato tante vite di tanti pazienti, possono finire anche le repubbliche: per un eczema curato con raggi digamma, per un’influenza curata con tachipirina e vigile attesa. Nella gelida sensazione che, in un caleidoscopio di parole suadenti e mistificatorie, la parola d’ordine strisci nei corridoi nosocomiali sibilando: non curare più. Espressione di malvagia superficialità, talmente grande e disonesta da far rimpiangere un indagatore di malanni e sanatori come Thomas Bernhard.

Ma un racconto non è realtà, anche se parte dalla realtà. Purtroppo, però, la realtà non è pensata da gente come Dino Buzzati, perciò spesso non è né intelligente, né attenta alle sfumature di significato.

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