SULL’INFALLIBILITA’ DELLE DOTTRINE DEL CONCILIO – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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di P. Giovanni Cavalcoli, OP

 

concilio

Carissimo Padre Serafino,

ben volentieri riprendo il fraterno dibattito sul Concilio rispondendo alla tua lettera e ringraziando Riscossa Cristiana che ci ospita, nella speranza che questa nostra comune ricerca della verità possa servire ai Lettori di questo benemerito Sito cattolico.

Purtroppo, tu comprendi, non ho qui lo spazio che occorrerebbe per rispondere in dettaglio alle tue numerose interessanti istanze, cosa che potremo fare se ne avremo in altra occasione l’agio necessario. Riflettendo sul tuo denso scritto, mi è parso di poter enucleare cinque temi di fondo, che vedo che ti stanno particolarmente a cuore, strettamente connessi tra di loro, rinunciando ad entrare in sottigliezze teologiche che penso non interessino il comune Lettore, e tuttavia cercando di illuminare seriamente la grande questione del Concilio, oggi più che mai alla ribalta del dibattito ecclesiale, teologico, storico e culturale.

Primo tema: il Concilio contiene dottrine nuove che chiedano il nostro assenso di fede? Una risposta a questa domanda è contenuta nell’importante Discorso di Paolo VI del 12 gennaio 1966, dove il Papa parla di “«novità» dottrinali, o normative del Concilio”, parla di un “corpo di dottrine e di leggi, che deve dare alla Chiesa quel rinnovamento per cui il Concilio è stato promosso”, dice che “la dottrina cattolica … non è messa in dubbio dal Concilio o sostanzialmente modificata; ché anzi il Concilio la conferma, la illustra, la difende e la sviluppa con autorevolissima apologia, piena di sapienza, di vigore e di fiducia” ed afferma che “il Concilio apre molti orizzonti nuovi agli studi biblici, teologici e umanistici, invita a ricercare e ad approfondire le scienze religiose”.

Dunque è evidente – per non citare altre dichiarazioni del Magistero pontificio postconciliare – che il Concilio contiene delle dottrine nuove e, trattandosi di Magistero dottrinale della Chiesa, qual è quello di un Concilio ecumenico, si tratta evidentemente di dottrine di fede, che, come tali, chiedono il nostro assenso di fede, anche se i teologi qui non parlano di fede divina o teologale ma di fede ecclesiastica o cattolica. Comunque si tratta sempre di fede soprannaturale e non di semplice fede umana.           Solo che nel primo caso è fede direttamente in Cristo, mentre nel secondo è fede in Cristo mediata dalla Chiesa, ma sempre fondata sulla fede in Cristo. Per questo i protestanti, che non credono nella Chiesa, accettano solo il primo livello e non il secondo.

Secondo tema: queste dottrine sono infallibili? La risposta, ancora una volta, viene da questo Discorso del Papa: “Vi è chi si domanda quale sia l’autorità, la qualificazione teologica, che il Concilio ha voluto attribuire ai suoi insegnamenti, sapendo che esso ha evitato di dare definizioni dogmatiche solenni, impegnanti l’infallibilità del magistero ecclesiastico. E la risposta è nota per chi ricorda la dichiarazione conciliare del 6 marzo 1964, ripetuta il 16 novembre 1964: dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare in modo straordinario dogmi dotati della nota di infallibilità; ma esso ha tuttavia munito i suoi insegnamenti dell’autorità del supremo magistero ordinario, il quale magistero ordinario e così palesemente autentico deve essere accolto docilmente e sinceramente da tutti i fedeli, secondo la mente del Concilio circa la natura e gli scopi dei singoli documenti”.

Qui bisogna fare molta attenzione a che cosa il Papa intende dire. Le parole del Pontefice infatti sono state interpretate quasi a voler significare che, non avendo il Concilio definito nuovi dogmi ed essendo evidentemente il dogma dottrina infallibile, le nuove dottrine del Concilio non sarebbero infallibili, quasi a pensare che possano essere facoltative, mutevoli, discutibili o addirittura rivedibili o errate.

Non è questo ciò che intende dire Paolo VI; e lo si può ricavare con certezza facendo riferimento all’Istruzione “Ad tuendam Fidem” della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1998, che tu citi, dove sono distinti due livelli di autorità delle dottrine: il livello massimo, proprio della verità di fede “definita”, quella che comunemente si chiama “dogma”, dottrina certamente “infallibile”, come dice Paolo VI. Il Concilio non contiene nuove dottrine di questo livello. Ma poi, come ricordi anche tu, esiste un livello inferiore, delle cosiddette dottrine “definitive” o “irreformabili”. Da notare che il documento dice che nulla impedisce che una dottrina oggi “definitiva” (secondo livello) un domani possa diventare “definita” (primo livello).

Sia nell’uno che nell’altro caso infatti si tratta di materia di fede, ovvero del dato rivelato così come emerge direttamente o indirettamente, immediatamente o mediatamente dalla Scrittura e dalla Tradizione. Ed è chiaro che anche queste sono dottrine “infallibili”, ossia che non possono essere mutate o errate o riformabili. Ora le dottrine del Concilio appartengono a questo secondo livello. E sarà quindi chiaro che Paolo VI, escludendo che il Concilio abbia definito nuovi dogmi, non intende affatto dire che le dottrine del Concilio non siano infallibili. E lo lascia ben capire allorchè dice che quelle dottrine sono “munite dell’autorità del supremo Magistero”: e quale può essere l’autorità di questo se non un’autorità infallibile?

Le ragioni di questa differenza tra il primo e il secondo livello non sono di contenuto: si tratta sempre di materia di fede, di dati della divina Rivelazione; tutt’al più il secondo livello contempla verità solo connesse con il dato rivelato. Le ragioni invece sono di ordine squisitamente pastorale e precisamente di due tipi: la Chiesa si pronuncia secondo il primo livello in circostanze straordinarie e piuttosto rare o quando vuol chiarire o difendere una verità contro errori o dubbi contrari, oppure quando intende definire o proclamare solennemente e con forza una verità che appare al massimo della sua certezza.

Infatti la certezza di fede va soggetta, nella storia della Chiesa, ad un continuo processo di maturazione e di rafforzamento, è come una luce che cresce, come un astro che appare sempre più visibile, per cui quella che all’inizio può essere una semplice opinione o ipotesi teologica viene elevata al grado di certezza ordinaria di fede (secondo livello) e questa certezza di fede a sua volta può diventare dogma solennemente definito (primo livello).

Il fatto, per esempio, che il Beato Pio IX abbia proclamato solo nel 1854 il dogma dell’Immacolata Concezione non vuol dire che prima questa verità non fosse già oggetto di fede nella Chiesa, ma che solo in quella data essa è apparsa al grado massimo della certezza. Il Papa inoltre ha voluto eliminare qualche dubbio che ancora persisteva, come per esempio tra i tomisti, mentre gli scotisti, come si sa, sono sempre stati i grandi paladini dell’Immacolata.

Anche Cristo stesso, nel suo insegnamento, non sempre insegna la sua dottrina col medesimo grado di forza e di solennità. Solo in rare occasioni Egli usa la formula solenne “in verità, in verità vi dico” (amen amen dico vobis); ma ciò non vuol dire che quando non accompagna i suoi insegnamenti con questa formula ciò che Egli dice non sia infallibile e non sia Parola di Dio. Così per il Concilio: il fatto che in esso vi siano nuove dottrine insegnate senza solennità ma  in forma piana, con tono ordinario, sommesso e semplicemente espositivo o dichiarativo non vuol dire che, trattando esse materia di fede, non siano infallibili e non debbano essere accolte con fede.

Per capire che si tratta di verità di fede, non dobbiamo tanto guardare a come il Concilio si esprime, ma a ciò che dice. Si possono dire delle banalità in tono roboante, si possono dire cose importanti in tono dimesso. Il Concilio – questa certo è una novità nella storia dei Concili – ha voluto rinunciare a toni giuridici, drastici, trionfalistici o enfatici ed esprimersi in modo semplice, modesto e colloquiale, quasi, vorrei dire, confidenziale, come fa un amico con l’amico, come del resto è la più antica tradizione catechetica della Chiesa, come per esempio quella degli Apostoli, degli Evangelisti e dei SS.Padri.

Terzo tema: come si rapportano queste dottrine nuove con la Tradizione? Se è vero come è vero che la Tradizione ha per oggetto verità di fede e le dottrine del Concilio sono materia di fede, ne consegue che esse sono in continuità con la Tradizione, la confermano, la esplicitano e la sviluppano. Altrimenti dovremmo dire che la fede è in contraddizione con se stessa o smentisce se stessa, il che è assurdo.

La “Tradizione della Chiesa, metro dello sviluppo dogmatico?” Certamente. La Tradizione, di per sé infallibile, è effettivamente metro e fondamento dello sviluppo dogmatico, nonchè per valutare la stessa autorità delle dottrine del Concilio, appunto perché esse sono uno sviluppo infallibile della Tradizione.

Allora però questo vuol dire che il criterio dell’infallibilità fornito dalla Tradizione non sta né temporalmente né assiologicamente “prima” del Concilio, ma si trova nel Concilio stesso, e quindi è dato dallo stesso Concilio, in quanto esso costituisce uno stadio più avanzato della Tradizione, ed è da questo stadio più avanzato che si giudica la Tradizione precedente e non viceversa, come fanno i lefevriani, i quali mostrano così, come ebbero da rilevar loro Giovanni Paolo II e lo stesso Papa attuale, un’idea della Tradizione irragionevolmente bloccata al preconcilio.

E’ quindi il Concilio stesso ad essere interprete della Tradizione, così come lo è della Scrittura. E’ la Tradizione presente nel Concilio che dà garanzia di se stessa ed interpreta se stessa, facendo luce sulla Tradizione passata.

E’ quindi sbagliato il metodo di coloro che pretendono di giudicare il Concilio ponendosi prima, al di fuori o addirittura al di sopra del Concilio in un improbabile e presuntuoso contatto diretto con la Tradizione precedente, senza la mediazione dello stesso Concilio, giacchè per noi cattolici è il Magistero e quindi il Concilio che ci media la Tradizione e non siamo quindi autorizzati a giudicare il Magistero e quindi il Concilio mediante un contatto personale e diretto con la Tradizione, come se fossimo noi e non il Concilio giudici e custodi infallibili della Tradizione. Allora il Concilio è fallibile e siamo noi ad essere infallibili? Ma non fu questo l’atteggiamento di Lutero?

E’ vero che la Tradizione in se stessa è al di sopra del Concilio, ma è il Concilio stesso che ci dice e ci spiega qual è la Tradizione. E se ci pare di trovare un contrasto tra il Concilio e la Tradizione non vuol dire che esso effettivamente esista, ma che siamo noi a non capire o la Tradizione o il Concilio. E’ qui che cadono i lefevriani, con la loro pretesa di esser loro gli intoccabili custodi della Tradizione contro il Concilio.

Quarto tema: quali sono le dottrine nuove?

Faccio solo alcuni esempi, che avrebbero bisogno delle opportune precisazioni e sfumature, ma che qui non c’è lo spazio per fare: il concetto di liturgia, di Rivelazione, il rapporto Scrittura-Tradizione, il concetto di Tradizione, di conoscenza implicita di Dio, di santità, di sacramento, di Chiesa, di storia della salvezza, di laicità, di vita religiosa, di primato petrino, di collegialità episcopale, di ecumenismo, di monoteismo comune a cristianesimo, ebraismo ed islamismo, di libertà religiosa, di escatologia, di mariologia. Verità divine meglio conosciute, dottrine teologiche confermate, dati di fede meglio illuminati ed arricchiti.

Quinto tema: come si differenziano le dottrine dogmatiche dalle dottrine pastorali? La distinzione, in linea di principio, è semplice: dottrine pastorali sono quelle che insegnano ai pastori come guidare il gregge di Cristo, nella fattispecie, come è noto, la pastoralità del Vaticano II ha inteso essere l’insegnamento di come oggi dobbiamo evangelizzare il mondo in un linguaggio adatto e comprensibile e con una testimonianza credibile. La pastorale quindi come attività è l’opera del pastore e  nel contempo come dottrina fa parte della teologia morale. La dottrina dogmatica o semplicemente la “dottrina” in quanto distinta dalla “pastorale” invece presenta alla nostra intelligenza di fede i misteri rivelati oggetto del simbolo della fede, della teologia dogmatica e della contemplazione.

Bisogna guardarsi dalla confusione che i rahneriani e i modernisti fanno tra dogmatica e pastorale, sotto pretesto che il Concilio è un Concilio “pastorale”. Siccome sono dei relativisti e degli scettici riguardo alle nozioni dogmatiche, riducono tutto, teoria e prassi, a fattori contingenti, soggettivi, discutibili, incoerenti, storici, evolutivi, “esistenziali”, all’“evento”, come essi dicono, senza dare a nulla, neppure alla dottrina, un carattere di certezza, di infallibilità, di universalità e di perennità. Dobbiamo guardarci con somma cura da questo inganno disastroso, che pure seduce molti, ma che in realtà – e se ne vedono i frutti nei fatti – è la rovina della dottrina e quindi della morale.

Quando si parla quindi di “pastorale”, un conto sono le finalità e le attività pastorali e un conto sono i contenuti dottrinali o gli insegnamenti della pastorale, ossia le direttive pratiche. E su questo piano la Chiesa non è infallibile, e la storia lo dimostra ampiamente. Rispetto poi ai contenuti, la pastorale si distingue dalla dogmatica, mentre dal primo punto di vista si può dire che tutto l’insegnamento della Chiesa, teorico o pratico, abbia finalità pastorali.

In tal senso il Beato Duns Scoto, più attento alla prassi della Chiesa, diceva che tutta la teologia è “pastorale”, mentre S.Tommaso d’Aquino, più attento all’aspetto intellettuale, amava sottolineare la distinzione tra la dogmatica e la morale (pastorale). Ma i due punti di vista possono benissimo integrarsi vicendevolmente, come l’amicizia tra Francesco e Domenico. Anche i modernisti dicono che tutta la teologia è pastorale, ma in un senso falso, completamente opposto a quello della tradizione scotista.

E’ chiaro quindi che anche l’insegnamento dogmatico della Chiesa ha finalità pastorali, in quanto tale insegnamento serve per condurre gli uomini alla salvezza e quindi in tal senso entra nella pratica pastorale e tuttavia la dogmatica, in quanto cultura ed esercizio dell’intelligenza speculativa orientata alla contemplazione e in ultima analisi alla visione beatifica, si distingue dalla teologia pastorale diretta a guidare l’azione ed è a questa superiore, così come l’agire, nel cristianesimo, è ordinato alla contemplazione.

Con fraterna amicizia

P.Giovanni

 

Bologna, 7 febbraio 2011

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