Rimane in piedi, nel parco archeologico della biblica città di Gerasa, un’enorme colonna quasi intatta che impercettibilmente oscilla. Ogni guida turistica locale ne è a conoscenza, perciò, a intrattenimento dei turisti, inserisce un cucchiaino da caffè fra due grandi blocchi e, data una leggera pressione alla colonna stessa, osserva il cucchiaino beccheggiare vistosamente. Ecco dimostrata la maestria antisismica del costruttore romano. Tutto ciò chiaramente fino a quando non crollerà sulla testa degli astanti a bocca aperta fra le rovine, facendo loro salutare questo mondo così meravigliosamente in sfacelo.

Anche noi che per altri versi resistiamo in piedi fra le rovine, e non solo perché abbiamo letto Evola, sentiamo di non appartenere a questo mondo disperato, oppresso da recriminazioni continue e consensi informati, sotterfugi e ruberie, degenerazioni assurte a ideali di vita, non intendiamo cedervi, almeno interiormente, perché l’habitat naturale dell’uomo libero è altrove, per quanto non un altro tempo, non in un altro spazio. Proprio qui, perché il passato è passato e non esiste se non come tradizione, lo spazio è l’hic et nunc della nostra vita, cui ci aggrappiamo con le unghie e i denti.

Questo mondo in rovina non è più il mondo della civiltà europea, quello che fu degli imperi e delle monarchie (le odierne non sono che simulacri vuoti e inani). Quel mondo è già stato distrutto dalla rivoluzione del Terzo Stato con la rivoluzione francese, il suo epigono industriale e, da ultimo corollario, il tempestivo soffocamento nel sangue della fulgida, ma tardiva e sfortunata, reazione del Vecchio Sud americano. Il mondo che si appressa con straordinaria accelerazione a collassare è il mondo borghese postmoderno della barbarie tecno-finanziaria, il mondo post-cattolico in cui tutti quanti siamo cresciuti, scaturito dalle rivoluzioni e ingrassato come una bestia ubiqua fagocitante ogni purezza spirituale residua.

Le fratture sono troppo profonde perché siano reversibili, le ferite spirituali troppo gravi per non essere mortali. Se il nichilismo ha vinto, dunque, non rimane che affacciarci su questo mare nero e immenso per attraversarlo. O sparire. Qualcuno si è spesso chiesto come entrare nell’abisso del nulla senza perdersi, perire, per uscirne vivi dall’altra parte.

Che fare? Recidere i legami con il morente mondo dell’apparire fenomenico sociologicamente inteso, il nulla nichilistico della civiltà materialista, per tornare all’essere delle cose, ai principi. Una volta posto l’essere a fondamento del pensiero e del vivere, si può tornare a costruire su un presupposto positivo, istruire sul dato in modo non equivoco, educare sulla lucentezza della prudenza, in breve, si costruisce la casa sulla roccia. Maggiore è l’essere, maggiore è la verità. La verità rende liberi. Mantenersi su un piano essenziale di intimo orientamento dell’essere verso la massima libertà possibile, non solo interiore, ma anche di vita, esteriormente rivolta a scivolare silenziosamente fra le pieghe della storia, gli strappi nella narrazione dominante, gli usci che la vita quotidiana lascia spesso socchiusi. In politica, ritornare ai principi naturali, alla vita dello Stato preformale.

Che fare, salpare.

Non è necessario assumere per vera la cosiddetta “Dottrina dei Cicli” per cavalcare la tigre, come diceva Evola sulla scorta della filosofia orientale o cavalcare il toro come nel classico mitraismo. Sarà per noi cristiani sufficiente “surfare il Kali Yuga” espresso in termini tecnologicamente a noi vicini. Dopo tutto, il nostro porto non è di questo mondo. Non più essere garruli spettri risentiti e impotenti, testimoni (o post-testimoni) di un mondo che non è più, ma, data occasione e bisogno, imparare a essere uomini capaci di tutto.

L’avvento del potere caotico, orgiastico, demoniaco in luogo dell’ordine divino, è espressione ormai di esplicita rivolta contro Dio, quel “Dio è morto” perfetta sintesi di nietzscheana memoria, in ultima analisi è il rifiuto di Cristo e della sua salvezza avvenuta a prezzo della sua carne e del suo sangue. Il rifiuto dell’escatologia cattolica è codificato nel sistema scientifico filosofico odierno in cui tutto appare paradossalmente certo e insieme vano, tutto confuso, aleatorio, nulla ha più valore se non il disvalore, nulla è eterno tutto provvisorio, in alcuni casi non rimane ai giovani niente di più bello della morte.

Perciò i seguaci della rispolverata dea Kalì (Madre Terra o Pachamama o qualsiasi sostenitrice androgina del Tutto) sono persone che si adattano a vite basate sul nulla, senza una direzione che non sia il divertimento effimero di consumare la vita. Sono sostanzialmente incapaci, incapaci di cercare il senso di un’esistenza ormai rimessa a se medesima, perché incapaci di seguire i precetti antichi e le logiche superiori, una massa vociante di scomunicati dalla realtà sulle cui teste surfare verso il tramonto. Perciò osserviamo il mondo intero sgretolarsi sotto i nostri occhi. Con mestizia e lugubri presagi nel fondo della coclea osserviamo amici e parenti pendere dalle labbra dei sacerdoti del sacro xanax, che poi sono colleghi dei vati della morte a meno ottanta.

La folle corsa a puntellare dove si può, spaccandoci le mani e la testa, è una disperata lotta che spezza il cuore e finirà per cavarci gli occhi. Questo affannato puntellare, mettere pezze, tappare buchi è solo un inutile lucidare le maniglie del Titanic. Lasciamo, invece, che il flusso della corrente scorra dritto verso l’abisso che tanto brama inseguire, surfiamo l’epoca dell’oscurità, o soccombiamo.

Parafrasando Ernst Jünger: il deserto è una tavola da surf.  Il deserto spirituale cresce ogni giorno molto più velocemente della prateria in Amazzonia, ma invece di allarmarci dobbiamo addentrarci, conoscerlo, in solitudine e tanto, tanto ossigeno.

È prioritario, pertanto, mettere da parte obsoleti patriottismi e fallimentari socialismi. Non esiste nessun partito politico buono in un regime di politicanti, uomini di paglia per conto terzi, cui aderire e anche se ci fosse porterebbe avanti forzatamente il teatrino arcobalenita dei diritti sociali per temi e giovani alla moda, più donne di intelligenza top model tanto esuberanti da intenerire un cinico canuto.

La sporcizia morale sviluppatasi inevitabilmente dalla morale autonoma, laica e neokantiana, si è risolta nella desacralizzazione dell’esistenza a un’etica della volizione amorale, con la riduzione della persona a mero consumatore, con la riduzione dello studente a strumento di controllo sociale, con l’infamia dell’abortismo politico, la corruzione dei bambini con il feticcio dell’educazione affettiva nelle scuole, che, con l’avallo materno, insozza la purezza dei primi amori derubricandoli a esperienza. Un’esperienza che ne vale un’altra, per giunta patinata di buoni comportamenti, è solo l’ennesima palata di relativismo, effimero livellatore di ogni metafisica a fenomenologia: rovesciare il latte, fumare la prima sigaretta o consultare l’orario del tram, e, perché no, mettiamoci pure l’amore, tutto in un generale clima idiota da avviamento al lavoro. D’altra parte, diceva già Dostoevskij «se Dio non esiste tutto è lecito».

Rimane ora da fare i conti con il diritto positivo e la sua ipocrisia, frutto dell’ignavia etica del legislatore, per cui ciò che è vietato oggi potrebbe essere obbligatorio domani. La società borghese, con i propri disvalori di convenienza e conformismo, veri e propri idoli sociali, a dire il vero più vincolanti laddove incontrino un sostrato culturale socialista ma anche più marcatamente puritano, humus delle “società di vergogna”, sta andando incontro al disfacimento nell’incontro/scontro globalista con altrettante forze centrifughe, che agitano dall’interno quel melting pot sostituitosi al buon vecchio senso comune.

Sarebbe bene lasciare che queste forze portino a termine il proprio ruolo storico, esse sono divenute ormai inarrestabili a causa della polverizzazione dell’etica in un pulviscolo variopinto di opinioni più o meno fondate, più o meno ridicole, a scapito della verità. Prima grande vittima dell’evo moderno. E, su un piano più prosaico ma non meno rilevante, a causa dello spostamento semicoatto di milioni di persone, fatto che, evidente a ogni normoragionante, non è possibile “remigrare”, se non a prezzo di una catastrofe.

Perdita di senso, dunque, nessuna giustificazione superiore del proprio agire, si vuole che sia ciò che non è. Ecco che il maschio deve essere femmina, l’opinabile deve essere vero, il giudizio deve essere opinione, l’invasore deve essere ospite e via discorrendo. Tornando a Nietzsche «Ciò che dovrebbe essere non è, ciò che è è ciò che non dovrebbe essere» e questo è il cartiglio perfetto dell’Occidente contemporaneo e insieme la tragedia collettiva di chiunque voglia restare umano.

Dall’intero processo uscirà un’umanità forse decimata, ma certamente affetta da un ritardo culturale importante, su cui pur tuttavia si dovrebbe poter aver ragione. Questo è anche esattamente l’obiettivo del leviatano dominante la finanza e i gangli oscuri della politica dopo la fine degli imperi: produrre una massa di stolti che vogliano essi stessi inconsciamente essere manipolati, vittime, persino oggetti, oggetti di processi distruttivi. Perché fa comodo a tutti, perché in termini orwelliani, manipolazione è pensiero critico, sottomissione è libertà, e la libertà un bieco complottismo da bifolchi. Una allegra progenie di Sisifo, e contenti: “non possederete nulla e sarete felici”. Grazie a Dio c’è più tempo che spazio nella storia, passerà anche la stoltificazione dell’io.

Essere fra i pochi in piedi fra le rovine non è però un merito, siamo nati fra le rovine, e non esiste rivoluzione contro un regno in rovina e le mummie che lo reggono. Questo è il mare gelido che ti sbatte addosso, tagliente come la morte, mentre surfi il Kali Yuga, lo devi accettare come parte del percorso, lo devi sopportare ogni respiro, con il cuore spezzato, ma ancora pulsante. Un battito alla volta, si ripartirà da zero. Si scriverà una storia nuova da tabula rasa. «Il mondo è davvero pieno di pericoli, e vi sono molti posti oscuri; ma si trovano ancora delle cose belle, e nonostante che l’amore sia ovunque mescolato al dolore, esso cresce forse più forte». Ci insegna ancora Tolkien nel Signore degli Anelli.

Per crescere è necessario prima ritirarsi in una sostanziale apolitìa, in senso in questo caso di jüngeriano Passaggio al bosco. Il Fronte delle Catacombe non si erge sprezzante dallo sguardo aristocratico nei confronti del deserto spirituale, vi entra, non lo teme, lo affronta anima e corpo. Non passiamo al bosco per inchiavardarci in una soffitta. Non è una resa, perché come diceva Faulkner: «Ci hanno liquidati, ma non ci hanno ancora assassinati». Siamo però costretti a sopravvivere in un mondo morto, veterani di un mutilato onore, condannati all’amore in un deserto. Il deserto è inevitabile. Se non lo affrontiamo per primi, una tempesta di sabbia rovente ci investirà sul divano.

Ormai si può affermare in tutta tranquillità e, credo, senza turbare più nessuno che la famiglia naturale, fondata sul vincolo del matrimonio e ancor più sulla promessa d’amore fino alla morte, sia scomparsa nelle nuove generazioni. La sua sacralità non è per nulla avvertita, la sua bellezza ridicolizzata quanto la verginità, la tenacia eroica delle donne del secolo scorso è solo un riverbero lontano che ne ha solo ritardato la fine. Essa in genere non solo trasmette il retaggio ideale, la tradizione culturale e religiosa in onore e fardello degli antenati, ma, banalmente, nemmeno più il semplice, animale, Dna. La nuova tipologia di famiglia oggi è il corrispettivo metafisico di un guazzabuglio mitocondriale dettato dal caso, dall’alcol o dal giudice. Nella migliore e più genuina delle ipotesi dall’alcol.

Dissolta la famiglia si è dissolta la comunità, poi lo farà l’ethnos l’omogeneità etnica laddove ancora persiste. La religione, in Italia rappresentata dalla chiesa cattolica, è già spiritualmente e liturgicamente collassata dall’interno, passata da “un nuovo cielo”, a “nessun cielo”, con la pretesa demenziale di stare “tutti sotto lo stesso cielo”, che però non c’è. Da ultimo crollerà l’apparato formale dello Stato fantoccio ipertrofico e demorappresentativo solo in forza della propria indefessa propaganda. Si moltiplicano le restrizioni fisiche e morali ai cittadini, ma vengono chiamate conquiste. Molti borghesi hanno già raggiunto il vertice di civiltà dei trenta chilometri all’ora, con il dovere di restare quindici minuti in piedi, perché l’unica panchina libera dell’unica area verde, sorvegliata da ingegneri ambientali neri, è rossa.

Non servono più nemmeno patrioti, servono Waldgänger. La stessa parola “patriota” era inesistente nell’ecumene medievale: il patriota, nel suo affanno da pugile con le braccia troppo corte, è un retaggio giacobino innestato nell’immaginario popolare degli Stati nazione. Egli in tutta la sua esorbitante velleità non potrebbe essere guardato che con miseranda pietà da un qualsiasi soldato agli ordini di un Von Wallenstein, più o meno come farebbe un padre con un figlio un po’ ritardato.

Lo stesso valga per il nazionalismo: esiste un Dio, un re, una famiglia, cui sottomettersi, mi pare ampiamente sufficiente. Non ci si dovrebbe dividere in base al criterio della nazione, se non per un accento folkloristico o un accenno di colore. Dividersi è altresì necessario, ma al massimo per le idee, per la fede (per il football), per Elena di Sparta o per l’onore della Virginia.

Ma, come direbbe Schopenhauer, se il destino rimescola le carte, noi giochiamo. Inutile recriminare contro le gioventù bruciate, generiamo, invece, nuove gioventù che usino questo fuoco, per alimentare il sacro fuoco di tutto ciò che vale. Per vederli in fine al crepuscolo scivolare sul pelo dell’acqua con la fiaccola della verità, attraverso l’abisso del nulla. Procedere oltre il vuoto intellettuale, surfare sui cavalloni del Kali Yuga, algide staffette che vengono dopo di noi che li abbiamo preceduti nella tremenda traversata.

La tempesta un buon mattino sarà mutata in bonaccia impotente, la tigre una tiepida sera si sarà stancata di correre, il buon Signore mieterà il grano insieme alla zizzania, e quest’ultima sarà gettata nella fornace ardente.

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