ATTUALITA’ DELLA POESIA DI UNGARETTI (1888-1970) – di Lino Di Stefano

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di Lino Di Stefano


 

ungCome disse Benito Mussolini, l’Italia era e resta un popolo di ‘poeti’ con quel che segue e vale a dire di “artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e di trasmigratori”. In questa sede ci interessano i ‘poeti’ e visto che l’Italia ne possiede tanti, il ricordo va a Dante che la critica più accreditata e più recente considera superiore ad Omero. Ora, tra le tante voci poetiche più significative nostrane contemporanee – l’ultima è stata Mario Luzi (1914-2005) – non possiamo non ricordare la famosa triade costituta da Giuseppe Ungaretti (1888-1970), Eugenio Montale (1896-1981) e Salvatore Quasimodo (1901-1968): gli ultimi due furono insigniti del Premio Nobel per la letteratura mentre il primo ricevette un prestigioso riconoscimento statunitense.

Tutti e tre i menzionati artisti vengono, generalmente, fatti rientrare in quell’importante indirizzo di pensiero che prende il nome di ‘ermetismo’ e che un ruolo così importante ha svolto in direzione di un originale rinnovamento della poesia italiana ed europea del Novecento. Ermetismo, da Ermete Trimegisto (tre volte grandissimo), al quale vengono attribuiti gli ‘scritti ermetici’ – tradotti dal nostro Marsilio Ficino – tramandatici, più o meno, a partire dal II sec. d.C., e costituenti, una parte di essi, il cosiddetto ‘Corpus hermeticum’.

I Romani facevano corrispondere ad Ermete il dio Mercurio, mentre gli Egizi il dio Toth. L’ermetismo, come corrente letteraria, nacque in una temperie di crisi dell’Europa dai primi anni del XX secolo in poi. Gli esponenti di tale dottrina reagirono contro le ideologie del tempo e si espressero quasi con oscurità, cioè in maniera sibillina, rivolgendosi solo agli ‘iniziati’ mediante una tecnica grammaticale e sintattica e un linguaggio totalmente nuovi.

Organi di questa originale visione della vita furono le Riviste ‘Il Frontespizio’, ‘Campo di Marte’ e ‘Letteratura’. La dicitura ‘poesia ermetica’ ebbe fortuna e fu introdotta dal critico Francesco Flora. Giuseppe Ungaretti fu un tipico rappresentante di tale innovativo modo di poetare e, sempre il Flora, osservò, nella sua ‘Storia della letteratura italiana’(Mondadori, Milano, 1947, p. 371), che, per l’influsso esercitato, Ungaretti “ha il primo e incontestabile luogo tra tutti i poeti di oggi”.

I motivi essenziali della poetica e della poesia ungarettiana richiamavano la ‘morte’, la ‘guerra’, la ‘condizione umana’, direbbe André Malraux, ciò che i romantici chiamavano, giustamente, ‘le mal du siècle’, e numerosi altri temi quali ‘il dolore’, la ‘nostalgia’ della città natìa, etc. Molti furono gli estimatori del poeta di Alessandria d’Egitto, quali Papini, Cecchi, Pancrazi, Bo e De Benedetti, mentre meno favorevoli si dimostrarono Flora, De Roberto, Thovez e, in parte, Luzi. Quest’ultimo, in tali termini giudicò l’impegno dell’aurore di ‘Allegria di naufragi’.

”Colpisce la solitudine del testo ungarettiano altrettanto quanto colpisce la solitudine della sua mente accentrata sulla nuda, ascetica operazione di assumere, di scrivere e di circoscrivere e la solitudine del suo giudizio non pattuito con niente e con nessuno non conoscendo la sua morale se non l’assolutezza delle sue fonti d’autorità. Tutte ultimative si tratti della Bibbia, di Bossuet e di Pascal” ( In ‘Ai margini del deserto’, Il Giornale Nuovo, 4.10.1979).

La produzione poetica, di Giuseppe Ungaretti è la seguente: ‘Il porto sepolto’ (1923), con Prefazione di Benito Mussolini, ‘L’Allegria’ ( 1914-1919), ‘Il dolore’ (1937-1946), ‘ La terra promessa’ (1932-1953 ), ‘Un grido e paesaggio ( 1939-1952 ), ‘Il taccuino del vecchio’ (1952-1960 ). I versi del poeta si caratterizzano non solo per la loro brevità – ma esistono pure liriche più lunghe – oltreché per la nuova tecnica grammaticale, sintattica e della punteggiatura; nella poesia tradizionale, infatti, esistevano sì liriche brevi, ma difficilmente di due versi come, ad esempio, in ‘Eterno’ e in ‘Mattina’ che, rispettivamente, così suonano “Tra un fiore còlto e l’altro donato/ l’inesprimibile nulla” e “M’illumino/ d’immenso”. Quest’ultimo, celeberrimo, è considerato quasi il manifesto della poetica ungarettiana, così come s’inserisce in tale processo ermetico la poesia ‘Ricordo d’Affrica’ dove leggiamo :”Il sole rapisce la città / non si vede più / neanche le tombe resistono molto”.

E, in un clima ancora africano – ‘Notte di maggio’ – il poeta esclama :”Il cielo pone in capo/ ai minareti/ ghirlande di lumini”. Ma, se in ‘Galveria’, “un occhio di stelle/ ci spia da quello stagno”, analogamente, “anche le tombe/ sono scomparse”(‘Chiaroscuro’) . E veniamo, adesso, alla poesia ‘Il porto sepolto’ nella quale viene rievocata la figura dell’amico Moammed Sceab, morto suicida. Compagno di scuola del poeta, Moammed discendeva da emiri nomadi e, pur amando la Francia, “non sapeva/ sciogliere/ il canto/ del suo abbandono”, morendo, di conseguenza, “suicida/ perché non aveva più/ patria”.

Ungaretti partecipò, da volontario, al primo conflitto mondiale ed ecco qualche crudo e macabro ricordo come quando si trova “Un’intera nottata/ buttato vicino/ ad un compagno/ massacrato” oppure, sempre al fronte, allorquando, in un atto di sincerità, esclama :”Ma ben sola e ben nuda/ senza miraggio/ porto la mia anima”. I motivi inerenti alla grande guerra segnarono molto il poeta tant’è vero che diversi componimenti restano emblematici per la loro icasticità.

E’ il caso, per fare un altro esempio, della lirica ‘Fratelli’, scritta al fronte esattamente il 15 luglio 1016 :”Di che reggimento siete/ fratelli? / Parola tremante/ nella notte/ foglia appena nata/ nell’aria spasimante/ involontaria rivolta/ dell’uomo presente alla sua/ fragilità/ Fratelli”. Allo stesso modo, nella poesia ‘Sono una creatura’ in cui, tra l’altro, leggiamo :”Come questa pietra/ è il mio pianto/ che non si vede/ La morte si sconta vivendo”. E, così di seguito in ‘Dormiveglia’ dalla quale apprendiamo quanto segue :”L’aria è crivellata/ come una trina/ dalle schioppettate/ degli uomini/ ritratti/ nelle trincee/ come le lumache nel loro guscio”.

Siamo nell’agosto del 1916 ed anche questa volta il poeta riesce a rendere, con grande realismo, la propria condizione di soldato nel componimento ‘I fiumi’ :”Ho tirato su/ le mie quattr’ossa/ e me ne sono andato/ come un acrobata/ sull’acqua”/ (…) Questo è l’Isonzo”/ (…) La mia vita mi pare/ una corolla di tenebre”. I temi della guerra – numerosi – raggiungono l’apice della drammaticità, in particolare, nelle poesie ‘San Martino del Carso’ e ‘Soldati’ in cui è, rispettivamente, scritto :”E’ il mio cuore/ il paese più straziato” e “Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”. Questi quattro ultimi versi hanno raggiunto la celebrità.

Ci troviamo ancora nel 1916 e, durante una sortita a Napoli, in occasione del ‘Natale’ – questo il titolo – il poeta, con tali versi,  ritrae il suo stato esistenziale :”Ho tanta/ stanchezza/ sulle spalle/ lasciatemi così/ come una/ cosa/ posata/ in un/ angolo/ e dimenticata”. Ma, le tematiche della poetica di Ungaretti non si esauriscono solo negli episodi della guerra – di cui egli fu interprete volontario e spettatore attento – bensì pure in altri motivi come quelli, ad esempio, della ‘del paesaggio’, della ‘nostalgia’, ‘dei ricordi’, della ‘morte’, della ‘pietà’, etc.

Sintomatici, al riguardo, alcuni versi di ‘Paesaggio’. ‘Mattina’: “Ha una corona di freschi pensieri”, ‘Meriggio’ :”Le montagne si sono ridotte a deboli fiumi”, ‘Sera’ :”Il/ florido carnato nel mare fattosi verde botti/ glia, non è più che madreperla. ‘Notte’ :”Fischi di treni partiti”. Nell’’Inno alla morte’, il poeta, tra l’altro, dirà :”Mi pesano gli anni venturi”/ (…) Morte, arido fiume…/ (…) Avrò il tuo passo,”/ (…) Andrò senza lasciare impronta”. In ‘Quiete’ e in ‘Sereno’, entrambi del 1929, il poeta, per un verso, osserva :”L’uva è matura, il campo arato/ si stacca il monte dalle nuvole” e, per l’altro, nota :”Arso tutto ha l’estate/ (…) Muore il timore e la pietà”. Di rara efficacia si presenta il componimento ‘La pietà’ perché esso è di una sincerità sconcertante con Ungaretti che, di volta, in volta, afferma :”Sono un uomo ferito/ (…) Dio guarda la nostra debolezza./ (…) Vorremmo una certezza. / (…) Una traccia mostraci di giustizia./ (…) La luce che ci punge/ (…) E’ un filo sempre più sottile. / (…) Dammi questa gioia suprema”. Tante sono, inoltre, le memorie ungarettiane relative all’Africa, continente in cui nacque, nonché al figlio, Antoniotto, morto ad otto anni per l’imperizia di un medico.

In ‘Canti beduini’, per esempio, il poeta scrive, significativamente :”Questa terra è nuda/ questa terra è druda/ questo vento è forte/ questo sogno è morte”, mentre in ‘Gridasti soffoco…’, in memoria del figlio, egli, straziato dal dolore, così si esprime :”Un bimbo è morto/ nove anni, chiuso cerchio”/ (…) La settimana scorsa eri fiorente…/ (…) Sconto sopravvivendoti, l’orrore/ (…) degli anni che t’usurpo”/ (…) ma cresce solo vuota/ la mia vecchiaia odiosa…”.

Tutto ciò ed altro rinveniamo nell’universo poetico di Giuseppe Ungaretti, ma da quest’ultimo non ci possiamo accomiatare senza meditare sui due capolavori della sua ampia produzione, uno breve e l’altro più lungo, ‘Mattina’ e ‘La madre’, rispettivamente, del 1917 e del 1930 :”M’illumino/ d’immenso” e “E il cuore quando d’un ultimo battito/ avrà fatto cadere il muro d’ombra,/ per condurmi, madre, sino al Signore,/ come una volta mi darai la mano./ In ginocchio, decisa/ sarai una statua davanti all’Eterno/ come già ti vedeva / quando eri ancora in vita. / Alzerai tremanti le vecchie braccia,/ come quando spirasti/ dicendo: mio Dio eccomi./ E solo quando m’avrai perdonato,/ ti verrà desiderio di guardarmi./ Ricorderai d’avermi atteso tanto,/ e avrai negli occhi un rapido sospiro”

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