TE DEUM E PROTESTANTIZZAZIONE DELLA CHIESA – di Giovanni Lugaresi

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di Giovanni Lugaresi


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L’ultimo giorno di dicembre, siamo stati fra quelli che hanno partecipato al “Te Deum di ringraziamento” del Papa in San Pietro attraverso la televisione. Un “momento” molto importante per ringraziare, appunto, Dio dell’anno che si chiude, un inno che ci cantava (non siamo aggiornati) pure nella Cappella Sistina ad avvenuta elezione del nuovo pontefice e a conclusione di un Concilio. Naturalmente, il canto del “Te Deum” successivo alla celebrazione della messa, e prima dell’esposizione del Santissimo e della benedizione solenne, avviene nelle principali chiese della cristianità. Famoso è il “Te Deum” del 31 dicembre nella basilica padovana dedicata a Sant’Antonio, con sempre oltre un migliaio di fedeli, e che viene celebrato nel rispetto della tradizione. Una tradizione che si fa risalire a San Cipriano da Cartagine (III secolo), ma secondo una leggenda dell’Ottavo secolo, il “Te Deum laudamus” sarebbe stato scritto da due grandi santi: Ambrogio e Agostino, nel 386, in occasione del battesimo del padre della Chiesa di Ippona. Infine, recenti studi attribuiscono le parole al vescovo Niceta (IV secolo).

Non pochi compositori poi hanno musicato l’inno (di solito cantato secondo il “Gregoriano”). Si pensi a Haendel, a Mozart, Verdi, Bruckner. Si pensi ancora al finale del primo atto dell’opera di Puccini, dove, sulle note del “Te Deum”, per così dire, Scarpia esclama: “Tosca, tu mi fai dimenticare Iddio!”…

Ma non è questo il discorso che vogliamo fare.

Avendo seguito il rito papale in San Pietro attraverso la tv, non poteva sfuggirci come dopo il canto e l’esposizione dell’Ostia consacrata sull’altare, Benedetto XVI, in ginocchio, abbia incensato l’Ostensorio, poi, abbia pronunciato l’Oremus, quindi, impartito la benedizione solenne, senza lo zucchetto (in testa), altrimenti chiamato “solideo”, perché “soli Deo tollitur”, cioè lo si toglie soltanto davanti a Dio!.

Ebbene, ci è stato segnalato da un testimone oculare che in una chiesa cattedrale di una importante diocesi dell’Italia settentrionale, monsignor vescovo non solo non si sia inginocchiato davanti all’ostensorio con l’Ostia consacrata, non solo abbia incensato stando in piedi, ma ha addirittura tenuto il violaceo zucchetto sul reverendo capo. Che dire? Come commentare?

Diverse volte abbiamo sottolineato, proprio su queste pagine, come nella Chiesa cattolica sia in atto una latente (e magari inconsapevole) “protestantizzazione”.

I protestanti infatti negano la presenza reale di Gesù Cristo nell’ostia consacrata, avendo negato, in precedenza per così dire, la transustanziazione, ergo… che senso avrebbe inginocchiarsi in adorazione davanti all’ostensorio?

Se Messa, e altri riti possono essere considerarti da loro semplici ricordi, rievocazioni, buon per loro – si fa per dire! Ma per noi cattolici, a che pro’ perdere il senso di questa Presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo in corpo, sangue, anima e divinità nel santissimo sacramento dell’altare? E perdere, di conseguenza, il senso dell’adorazione? Che si esprime compiutamente nell’inginocchiarsi, a meno che un vescovo, o un prete non siano affetti da mali, acciacchi vari, nel quale caso ci può stare un inchino, ma per presbiteri in buona salute (come ci risulta fossero quelli di quella tal cattedrale di cui abbiamo detto), non dovrebbe costare molto, piegare le ginocchia davanti alla Presenza Reale! Scriviamo al plurale, “presbiteri”, perché oltre al monsignor vescovo di quella diocesi, anche gli altri sacerdoti accanto a lui si sono ben guardati dall’inginocchiarsi…

Quanto al “Te Deum”, sempre la fonte testimoniale degna di assoluta credibilità, è inorridita nel sentire il canto in italiano, ma con la musica gregoriana: un pasticcio sgradevole, in tutti i sensi. Non ci pare sia questo il modo migliore di rendere grazie a Dio, di lodarlo, benedirlo, adorarlo, almeno il 31 dicembre di ogni anno

 

 

questo articolo è stato pubblicato anche su:

La Voce di Romagna, 8 gennaio 2013

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