TEATRO PER CONVERSIONI – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

 

 

Da tempo immemorabile, tra le forme d’arte che rappresentano la vita, il teatro, valendosi di persone in carne ed ossa sulla scena, pur nell’evidente finzione – che del resto autorizza alcuni espedienti per ovviare all’assenza dei pensieri e ai vincoli del palcoscenico – è un impareggiabile strumento di conoscenza della verità, a condizione che la composizione dell’artefice non sia artefatta e falsificatrice.

Il cinema presenta analogie col teatro di prosa, ma, se per un verso appare maggiormente realistico e franco pei luoghi e per le azioni, d’altro canto manca dei corpi vivi, dei loro umori, delle tre dimensioni.

Il problema della drammaturgia, ancor più che della narrativa, è quello di rendere i personaggi verosimili, veritieri o menzogneri come sono in realtà, rispetto alla verità ultima. Essendo in errore, essi non devono sembrare nel giusto; essendo colpevoli, non giustificati o giustificabili. Né devono risultare normali, prototipi della varia umanità, quando invece sono esseri patologici, alienati. L’autore tradisce, dando a intendere di condividerli, allorché esprimono falsità e assurdità. Non c’è talento di rappresentazione che giustifichi uno psicologismo sofisticato, ove il centro del reale e dell’essere viene spostato altrove, nel subconscio, nell’istinto, nel concepire soggettivo, nella coscienza mendace e però assolta. L’essere dell’uomo subisce in questo modo un’alterazione che sfocia nell’accoglimento dell’immoralità, nell’immoralismo. Non bastano un D’Annunzio o un Pirandello a coprire la mistificazione, i giochi di prestigio dell’estetismo e del relativismo. Non regge il mito della bellezza, caduca, e del piacere, impuro ed effimero, la tesi strabiliante della personalità doppia o multipla secondo le situazioni, e del fato di cui si è i burattini. Eppure essi illudono, intrattengono, incantano, ancor più che le proposizioni di idee balzane o delittuose, più di coloro che le incarnano o le propugnano sudando alle luci della ribalta, più della loro affermazione conclusiva d’aspetto umanitario: cose che mostrano la corda, che stancano gli stessi fanatici.betti

Ugo Betti scampò alle trappole. Pur essendosi immesso nel mistero del dolore di vivere, dei vizi più o meno coscienti, nella propria graduale evoluzione egli ha portato al chiaro anche crudo tanta irragionevolezza e follia, senza smarrire la responsabilità individuale, senza spegnere la luce meravigliosa del Creato. In fondo al buio delle persone e delle situazioni disgraziate, balena la mano concretamente tesa da Dio Padre.

Egli, che la critica accreditata giudicò secondo drammaturgo italiano dopo Pirandello, invero nel secolo scorso e tuttora occupa forse quel posto subordinato relativamente alla cucina dei dialoghi e degli intrecci, ma l’agrigentino, al suo confronto, e quanto al teatro, resta un sofista. Quanto agli odierni commediografi, non solo sfugge loro il concetto di uomo, sono privi della potenza e del gusto per una confezione dialettica con cui dare credibilità agli errori. D’altronde il raziocinio ha ormai perso interesse, insieme alla pura logica, al semplice buon senso

Ugo Betti (Camerino 1892 – Roma 1953) partecipò volontario alla guerra 1915-18. In prigionia, conobbe Gadda e Bonaventura Tecchi. Divenne pretore a Parma, poi giudice a Roma. Nel 1941 ricevette il premio dell’Accademia d’Italia per il teatro. Dopo la l’ultimo conflitto mondiale restò nell’Amministrazione della Giustizia. Aveva cominciato come poeta della fantasia fiabesca: ricerca dell’innocenza infantile, evasione con note di consapevolezza dell’aspro destino che tocca agli adulti. Da novelliere anticipò i temi dei suoi drammi. Compose qualche commedia. Scrisse un romanzo breve (La Pietra Alta, 1948) dimenticato dai repertori di letteratura e dai manuali di scrittura. L’io narrante, borghese, debole e piuttosto vile, privato del calore familiare, si trova a confronto, per il suo ufficio di ingegnere, con gli antichi compagni d’infanzia, dei  soggiorni di villeggiante con sua madre in montagna. Se quelli hanno un vigore che a lui è sempre difettato, ognuno ha a che fare con la propria bontà o crudezza o cattiveria innate, inclusa la buona e bella ragazza innamorata fin da bambina del protagonista, e che ora giunge a coinvolgerlo. In seguito ad avvenimenti malaugurati, dovuti a  individui, a conseguenze del malaffare e a eventi naturali, il giovane ingegnere lascia il campo, avendo perduto, a causa di un incidente, l’amico semplice, amico per vocazione, e la ragazza, a causa d’un turbamento sentimentale. Rimasto solo, in città, non gli resterà che lei, e non potrà ritrovarla, essendo partita dal villaggio, dove già si era separata dal promesso sposo, e mancando ogni indizio di dove possa essersi trasferita.

“Fa quasi paura pensare che una cosa, la quale doveva esistere, invece non esisterà più, cioè esisterà in modo tutto diverso. Fa quasi paura pensare che nell’immensa oscura eternità esisteva un’occasione e invece essa fu perduta (…) Ecco, tutto era finito. Addio.

“Addio Pietra Alta! [la montagna che sovrasta il paese]

“Addio Rigo! [l’amico fedele]

“Addio orgoglioso dolore, misterioso segreto!

“Addio Giovanna!”

Ma l’“occasione” ricorre nell’opera del Betti in modo più alto, più limpido, niente affatto romantico. Il travaglio spesso crudele dei personaggi mette capo, nella loro disperazione di miscredenti o di pallidi credenti superstiziosi, mette capo alla grande opportunità, che debella la superbia e inizia alla realtà tutta, naturale e soprannaturale, di cui parla, sovente inascoltata, la circostante Creazione. La tematica dello scrittore-magistrato verte sull’intento di indirizzare alla verità, alla conversione, lo spettatore che partecipa delle traversie rivissute dagli interpreti.

La Pietra Alta, struggente romanzo unico – ce ne sono altri celebri ed unici – credo stia al di sopra dei molteplici racconti lunghi di Pavese, ai quali può essere accostato. C’è il distacco della schietta rimembranza, c’è il raccontare proporzionato, essenziale, proprio, realistico e insieme depurato dal ricordo. Tuttavia ripeto che non intendo esaltare lo stile (Betti ne ha da vendere, e chissà quanti ne hanno approfittato), e lamentarne la dimenticanza; intendo ricordare al meglio che mi sia possibile l’onesto rilievo della comune esistenza cui l’autore si dedicò, ed esso maggiormente risiede nei lavori teatrali. Questi insegnano che tutta un’umanità in preda al male e priva di speranza si agita invano, si conduce come chi, entrato in un ginepraio, anziché liberarsene, non fa che internarvisi viepiù, ferendosi ed esaurendosi. Tuttavia il Cielo non manca di offrire il modo per tornare a riveder le stelle.

La tragedia sopita nel tran tran, questa ignavia apparentemente indegna di riguardo, il Betti la volge agli estremi, spesso sino all’omicidio, al suicidio. Dal fenomeno sviluppato, evidente, dalla febbre alta, si deduce la cura della febbricola, ingannevole e mortifera.

Egli stesso attratto dalle passioni forti, interessato a scandagliare le perversioni che avvincono e perdono uomini e donne, intento a spiegare l’attrazione verso il basso, che pure susciterà in ciascuno nostalgie del cielo, ne La Padrona (1926), suo primo dramma e primo successo, non oltrepassa, coi suoi tre componenti una povera famiglia e chi le gira intorno, le tenebre miserabili che li avvolgono. Sopravviene il più vasto consenso di stampa e di pubblico, digià anche all’estero, con Frana allo Scalo Nord (1936). L’orizzonte si allarga a un’intera società, dominata da capi senza scrupoli al riparo di alibi e dietro le quinte, abitata da imprenditori assai loschi, da subordinati negligenti e infingardi. Tutti colpevoli, tutti sulla difensiva in questo paese innominato, freddo e d’immigrazione; ma nell’atmosfera irreale del processo intentato contro i responsabili della frana, sotto la quale sono morti due operai e altri si sono salvati quasi avendo perduto il senno, tutti, per una sorta di resipiscenza, di aspirazione alla giustizia, non accettano che il caso venga archiviato a motivo della mancanza di provate colpevolezze, e accusano se stessi, mentre coralmente si invoca la pietà di cui ciascuno è degno.

Nel 1944 giunge la stesura di Corruzione al Palazzo di Giustizia. Come nel caso precedente, si ha lo spaccato d’un mondo perverso, dal vertice losco in giù, passando per la classe dei giudici delle grandi cause, dei massimi interessi. In particolare, fra loro dev’esserci il reo d’essersi prestato a una grave corruzione. Il bubbone è scoppiato, le rivalità, le ambizioni di carriera dei più eminenti volgono in ricerca di accuse reciproche. Da prima, un peso esagerato gravava su questi uomini di legge, esperti delle debolezze, delle frodi, delle infamie, adusi alle ipocrisie, alle astuzie e ai più sottili sotterfugi. Il vecchio presidente, preso di mira dall’inquisitore, essendo indiziato, perde il controllo e quasi il senno. Tra i due magistrati che aspirano a subentrargli nella carica, si innesca un duello spietato, nel quale la figlia del presidente resta la prima vittima. Uno dei contendenti, il vero colpevole, le ha rivelato le indegnità di suo padre, ed essendole crollato il mondo addosso, ella si precipita nel vano dell’ascensore. L’altro contendente, in punto di morte per la malattia che da tempo lo mina, si vendica confessandosi autore del misfatto, così che un monte di cattive azioni schiacci il suo rivale. Ed allora il rimorso implacabile, che sembrava inconcepibile, annichilito, ha ragione dello scettico malvagio. Il vecchio genitore, nel suo vaneggiare che gli allevia l’esacerbante perdita della figlia, si rimette a Dio.

La Regina degli insorti è del 1951, sulle scene nel 1953. Nei frangenti atroci di una guerra civile, scatenata in seguito a una rivoluzione egualitaria, i vizi e le rare virtù sono forzati a manifestarsi. La regina, persona distrutta dal terrore, raminga, inseguita dalla persecuzione, resa codarda per la paura d’essere seviziata dagli insorti, è rimasta un simbolo della nobiltà regale, in mezzo alle losche figure di capi in carica; e i contadini continuano ad amarla. Una donna di mali costumi, complici le circostanze, si induce a impersonare la sovrana (nascosta sotto mentite spoglie e uscita di scena da fuggitiva); lo fa dapprima quasi per scherzo, poi gravemente, sino ad immolarsi. Ella espone alle ire dei rivoluzionari cinici, machiavellici, il suo essere migliore, in cui si fissa per sempre sotto la raffica del mitra giustiziere. La rivoluzione tipica, composta da rinnegati, spietati calcolatori, impostori divenuti sanguinari, ebbri di sangue, e da un popolo succube, pronto a dar sfogo a impulsi innominabili, figura come la manifestazione di un mondo che non ha saputo profittare della pace.

L’“occasione” adesso è dell’eroismo, con cui la protagonista ricupera e afferma la sua dignità, nell’ideale dignità della Regina. Ella, ormai libera, va sino in fondo, ispirata, dietro al barlume del Paradiso che, al pari del Signore, del peccato, è bensì nozione ricorrente nel linguaggio, appresa dall’infanzia:

“Credo che il Signore, fra poco, non mi domanderà nomi [rifiutati alla richiesta di delazione avanzata dall’aguzzino], ma qual è stato il mio profitto. L’unico che io abbia avuto l’ho avuto questa notte; e così non proprio spoglia, ma con una piccola moneta vado davanti a lui. Piccola ma mia, non regalata, né ereditata, mia (…) Sto ancora peccando, perché di ciò che feci stanotte sono un po’ vanitosa…”

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