Tempo di rivedere i rapporti tra Russia e Stati Uniti d’America – di Luciano Garibaldi

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Un nuovo, approfondito studio del giurista internazionale Nicola Walter Palmieri ci aiuta a capire come è cambiato, dopo il crollo del comunismo, l’equilibrio fra le due grandi potenze.

di Luciano Garibaldi

.

cover palmieri:Layout 1Che senso ha, a oltre 25 anni dal crollo (anzi dalla fine) del comunismo, la continua contrapposizione tra Russia e America? E’ l’interrogativo di fondo da cui parte uno dei più acuti e documentati studiosi della politica e dei rapporti internazionali, Nicola Walter Palmieri, per redigere il suo nuovo pamphlet «CAMPO DA GIOCO INEGUALE», 350 pagine, 15 euro, pubblicato da Pendragon (www.pendragon.it). Nicola Walter Palmieri è un giurista e avvocato internazionale, docente alla Mc Gill University e all’Università di Modena e Piacenza, ma soprattutto è un documentato e coraggioso autore di denunce quali «PURCHE’ CI TEMANO», che l’anno scorso presentammo ai lettori di “Riscossa Cristiana”, e che ebbe lo scopo (pienamente raggiunto) di smascherare le ingiustizie e i crimini dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale.

«CAMPO DA GIOCO INEGUALE» è un libro di storia, ma è prima di tutto una spietata e completa requisitoria contro le grandi potenze che dominano la Terra. E che controllano l’ONU, il cui Consiglio di Sicurezza, che ha per statuto la missione di impedire le guerre, non è mai riuscito a compiere il suo mandato. La prova? Le guerre che continuano ad insanguinare il nostro povero mondo e che, di volta in volta, si chiamano Afghanistan, Irak, Palestina, Vietnam, Corea, Siria. Eccetera eccetera.

Quali le cause di questo disastroso fallimento? «L’irrazionale antagonismo», denuncia Palmieri, «tra l’America e il suo ex alleato, l’URSS, antagonismo che si acuì pochi giorni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, trasformandosi presto in odio, che tuttora persiste. Il che è incomprensibile, se si pensa che fu la Russia a vincere la guerra in Europa. Se la Germania avesse potuto, nel 1944, opporre in Francia agli Alleati, invece di quindici misere Divisioni, le 228 Divisioni impegnate sul fronte orientale, nessun soldato di Eisenhower sarebbe riuscito a metter piede sul suolo francese».

Non solo. Ma, senza la pressione dell’Armata Rossa, quasi certamente i tedeschi sarebbero riusciti a portare a termine il progetto di costruire una bomba atomica ed a metterla a punto prima degli USA. I vincitori del nazifascismo avrebbero dunque dovuto essere grati ed erigere altari a quella Russia che aveva lasciato sul campo 27 milioni di soldati morti.

A questo punto, Palmieri rincara la dose. E denuncia le continue minacce di rinnovato impiego di armi nucleari, la caccia ai profitti dell’industria degli armamenti, ma soprattutto la pretesa dell’America di dominare il mondo. E in proposito, ne sappiamo qualcosa noi qui in Italia, se solo ricordiamo che cosa accadde ad Aldo Moro quando osò sfidare Washington con l’invito a Berlinguer ad entrare a far parte di un governo di unità nazionale.

Grazie dunque ad uno studioso di diritto internazionale, ma soprattutto ad un coraggioso storico che non si limita ad inquadrare l’attualità, ma fa giustizia di assurde vulgate come quella, sfacciata, seconda cui l’impiego delle due atomiche sul Giappone al termine della Seconda Guerra Mondiale sarebbe stato giustificato da “esigenze militari”. «Il Giappone», scrive Nicola Walter Palmieri, «era sconfitto e finito, e aveva chiesto la cessazione delle ostilità con la sola condizione di potere conservare l’istituzione dell’Impero. La risposta venne dal generale dell’USAF Curtis Le May, che parlò apertamente di «sorced, boyled and backed» (“arroventare, bollire e arrostire”) gli abitanti di Hiroshima e Nagasaki. Perché tanta ferocia? Per spaventare una nazione ormai in ginocchio? Neanche per idea. La parola ancora a Palmieri: «Per mostrare ai russi il nuovo, smisurato potere di cui disponeva l’America e incutere loro terrore».

zzzzcttdrlDue capitoli sono particolarmente coinvolgenti: l’ottavo, dove si parla tra l’altro del «Manifest Destiny» degli USA, e il decimo, sulla propaganda e i pregiudizi contro la Russia di Putin. Ecco un brano del capitolo ottavo che riassume le assurde e ingiustificabili crudeltà dell’era contemporanea: «L’odio per gli indiani d’America, che si concluse con il loro olocausto, fu feroce. Il generale unionista John Pope così si espresse: “E’ mio intento sterminare totalmente i Sioux. Distruggerò tutto ciò che loro appartiene, li caccerò con violenza dalle praterie. Devono essere trattati come bestie feroci” (lettera del 28 settembre 1872). Ma ci sono stati molti olocausti nel mondo, uno più feroce dell’altro, e di molti nessuno parla più. Ci fu lo sterminio degli Armeni ad opera dei turchi negli anni 1915-17: un milione e mezzo di vittime. Ci furono, negli Anni 50, da trenta a quaranta milioni di vittime della collettivizzazione voluta da Mao Tse Tung nella Cina (il cosiddetto, e falso, “balzo in avanti”). Ci furono le decine di milioni di vittime della feroce collettivizzazione forzata dell’Unione Sovierica verso la fine degli Anni Venti. E ci fu un’altra categoria di vittime del genocidio, quella delle popolazioni sterminate a milioni dai bombardamenti “totali”: oltre a Hiroshima e Nagasaki, anche Amburgo, Berlino, Würzburg, Dresda, Tokio, per non parlare di Corea, Vietnam, Laos, Afghanistan, Irak. Ma il mondo, prospero e progredito, sembra non sentire la necessità di ricordare». Per tornare alle fissazioni americane, non va dimenticato il «Planetary Manifest Destiny», il concetto “biblico” secondo cui il destino degli USA è quello di espandere il loro controllo ovunque, nel mondo, in adempimento di una missione cristiana voluta da Dio. Non a caso, dopo il tragico 11 settembre 2001, l’America ha intensificato il suo progetto di fare quanto in suo potere per mantenere la supremazia militare nel mondo, ricorrendo anche – almeno sotto la presidenza di George W. Bush, alle guerre preventive.

E veniamo a Putin, al suo impegno in una Russia ormai definitivamente liberatasi dalla schiavitù comunista, ai suoi problemi. Scrive Palmieri: «Il presidente russo sta cercando di salvare la Russia dopo lo sfacelo lasciato dai suoi predecessori. E non piace all’Occidente perché vuole riportare la Russia al rango di potenza mondiale, un ruolo che le spetta. La sua condotta è percepita come un “altolà” ai piani predisposti dall’Occidente. E invece, sia politicamente sia economicamente, il mondo dovrebbe dare il benvenuto ad un ritorno della Russia a grande nazione equilibratrice nell’Europa divisa da animosità interne, ad un alleato fidato nella lotta comune al terrorismo e agli eccesso di fanatiche frange di individui votati a distruggere l’ordine civile. Putin ha dimostrato di essere persona moderata e gli Stati Uniti dovrebbero essere interessati a non ostacolarne il successo, visto che non possono affidarsi con sufficiente tranquillità ai loro amici europei, incapaci di superare le loro campanilistiche differenze. C’è dunque da augurarsi che l’America scelta la strada migliore, e si appoggi a questo partner monolitico che può tenere imbrigliate le forze erratiche del Continente».

In effetti, poiché la Russia non è più una superpotenza militare, è da supporre che la continua ostilità americana nei suoi confronti dipenda dai consensi che il presidente russo sta raccogliendo, specialmente in Asia, per affrancare una cospicua parte del mondo dalla servitù al dollaro, ma anche per contrastare il predominio militare statunitense nel mondo e porre un freno alle troppe guerre illegittime che la bandiera a stelle e strisce sta portando un po’ dovunque. Questo il «campo da gioco» descritto da Nicola Walter Palmieri. C’è di che riflettere.

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5 commenti su “Tempo di rivedere i rapporti tra Russia e Stati Uniti d’America – di Luciano Garibaldi”

  1. giorgio rapanelli

    Non fa una piega. E’ proprio così… Inoltre, gli Stati Uniti con la proposta del Gender e di LGBT esportati nel mondo da loro controllato dimostrano di essere diventati apertamente il Grande Satana.

  2. Fu Luttwak, uno che sa il fatto suo, a dichiarare che le guerre USA mirano solo a una cosa: distruggere chi minaccia di diventare una potenza, di chi riesce a portare benessere e prosperità al proprio popolo. E’ un copione vecchio, mai aggiornato: Germania, Italia, Europa tutta, Iraq, Siria, Giappone, Libia, Corea ecc… Ovunque vi sia stato un intervento americano, con la scusa di pace, amore, democrazia e fantasia, si è concretizzato il progetto di distruzione della nazione che minaccia di diventare grande. Guarda caso, è anche quello che accade in Medio Oriente. Il primo conflitto mondiale ha ufficializzato l’entrata preponderante e prepotente degli USA negli affari di ogni singolo Stato, Nazione, potere, politica, per imporre il proprio dominio. In fondo, cosa fu la Seconda Guerra Mondiale, se non il compimento della Prima? Cioè, distruggere definitivamente l’Europa e privarla di sovranità. Distruggere Germania, Italia ma soprattutto, attenzione, Gran Bretagna!

  3. Ho dei dubbi sul fatto che la Russia non sia più una superpotenza militare …
    La potenza non dipende da quante armi fiche hai, da quanti soldi spendi per questo, e l’America è la padrona se questi sono i criteri.
    Ma guarda in Siria – con 2 battaglioni aerei la Russia ha imposto il dominio aereo, anche nella guerra elettronica, e con pochi missili dal Mar Caspio ha fatto capire a tutti che può colpire e sa come ..
    Inoltre, i razzi spaziali americani si possono muovere solo con motori russi, per essere efficaci …. e costare meno!

  4. Putin è un uomo, non un burattino come i politici nostrani.
    Sul fatto che la Russia non sia più una superpotenza, credo che il libro oggi andrebbe aggiornato.
    Militarmente non contano solo i bilanci del settore difesa o il numero degli uomini, ma la qualità di armi e personale.
    E c’è poi l’eredità della difesa strategica, mai smantellata dopo la fine dell’URSS.
    Ricordiamo Tegethoff a Lissa: navi di ferro comandate da teste di legno sconfitte da navi di legno comandate da teste di ferro.

  5. arnaldo ceccato

    Aderisco in pieno al pensiero di Nicola Palmieri. Sarà forse una questione di DNA. Gli americani sono nati e cresciuti in un ambiente da far-west e quella è la loro cultura. Prima con la Smith-wesson, poi con l’arma nucleare, amano sentirsi (con una certa guasconeria) gli spaventapasseri del mondo. E si fanno forti con il loro atteggiamento perché purtroppo il resto del mondo è diviso. Amano sentirsi legati all’Europa, purché questa non sia troppo forte e forse benedicono l’invasione di extracomunitari senza intuire, nella loro gretta politica estera, che l’Europa divisa e senza spina dorsale, sta favorendo la sua fine.

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