Tirare Monsignore per la talare – di Andrea Giacobazzi

Una sempre più consolidata abitudine del mondo cosiddetto tradizionalista consiste nel tirare per la talare Mons. Lefebvre, e con lui altri prelati di riferimento, per far sottoscrivere ex post linee di condotta discutibili. Si badi, “discutibili” non in senso strettamente spregiativo ma nel senso proprio della parola, ovvero “soggette a dibattito, a discussione”.

di Andrea Giacobazzi

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Una sempre più consolidata abitudine del mondo cosiddetto tradizionalista consiste nel tirare per la talare Mons. Lefebvre, e con lui altri prelati di riferimento, per far sottoscrivere ex post linee di condotta discutibili. Si badi, “discutibili” non in senso strettamente spregiativo ma nel senso proprio della parola, ovvero “soggette a dibattito, a discussione”.

Non è una ovviamente un approccio solo tradizionalista. La rivendicazione del passato e il suo uso nelle contingenze attuali è un fatto proprio della natura umana, si pensi a come viene citato Marx dai suoi contrapposti sostenitori.

Tornando dalle rosse bandiere alle nere talari, recentemente non è mancato chi, ricorrendo a fior di citazioni, ha accomodato Mons. Lefebvre nel dibattito sulla “regolarizzazione canonica” della Fraternità Sacerdotale San Pio X, sottolineando la fedeltà romana del prelato francese e il suo desiderio di vedere ricomposta la ferita delle sanzioni.

Tutto vero, ma pensare di ridurre Mons. Lefebvre ad un “accordista” è operazione piuttosto complicata. Nella celebre giornata delle consacrazioni episcopali del 1988 l’amico e collaboratore storico, Mons. de Castro Mayer (che insieme a lui fu “scomunicato” per i fatti di quel giorno) alla fine della cerimonia, di fronte ad autorevoli testimoni, disse: “Non abbiamo un Papa!”. È altresì noto che nella Fraternità fosse ampiamente tollerato, sebbene non in maniera troppo “pubblica”, che sacerdoti celebrassero Messe “non una cum”, ovvero senza menzionare nel Canone il nome di Paolo VI, Giovanni Paolo II, ecc.

Non fu dunque un caso se Monsignore il 29 luglio 1976, riflettendo sulla “sospensione a divinis” appena stabilita da Paolo VI, sostenne: “Questa Chiesa conciliare è una Chiesa scismatica, perché rompe con la Chiesa cattolica di sempre”. Ancora su Le Figaro del 4 agosto 1976, ribadiva:

“Se è certo che la fede insegnata dalla Chiesa per venti secoli non può contenere errori, abbiamo molto meno la certezza assoluta che il Papa sia veramente Papa. L’eresia, lo scisma, la scomunica ipso facto, l’invalidità dell’elezione, sono altrettante cause che, eventualmente, possono fare che un Papa non lo sia mai stato o non lo sia più. In questo caso, evidentemente molto eccezionale, la Chiesa si troverebbe in una situazione simile a quella che conosce dopo il decesso di un Sommo Pontefice. Poiché infine un problema grave si pone alla coscienza e alla fede di tutti i cattolici dall’inizio del pontificato di Paolo VI. Come può un Papa, vero successore di Pietro, garantito dall’assistenza dello Spirito Santo, presiedere alla distruzione della Chiesa, la più profonda ed estesa della storia, nello spazio di così poco tempo, come nessun eresiarca è mai riuscito a fare? A questa domanda bisognerà pur rispondere un giorno”.

Si nota giustamente sul numero 56 di Sodalitium (Anno XIX, settembre 2003): “In quel periodo (febbraio 1977) la posizione sul Papa fu quella poi pubblicata nel libro Il colpo da maestro di Satana: la Sede vacante era una ipotesi possibile, alla quale era preferita la posizione di Paolo VI Papa legittimo ma liberale”.

Ci si potrebbe dilungare parlando della collaborazione di Mons. Lefebvre con figure storiche del sedevacantismo: da Padre Barbara, a Padre Guérard des Lauriers (che fu per un certo tempo docente stimato nel seminario di Ecône), a diversi altri. Si potrà facilmente replicare che da questi esponenti poi si allontanò, ma si potrà altrettanto agevolmente controreplicare che la “tradizione sedevacantista” era così radicata nella Fraternità da dare frutti anche al suo esterno: oggi in Italia la sola casa religiosa intestata all’Arcivescovo (la “Domus Marcel Lefebvre”) è di questo orientamento.

Veri dunque i contatti di fine anni ’80 con l’allora cardinal Ratzinger, ma altrettanto vero il giudizio espresso a viva voce da Monsignore sull’intera faccenda:

“Eminenza, anche se ci concedeste un vescovo, anche se ci concedeste una certa autonomia in rapporto ai vescovi, anche se ci concedeste tutta la liturgia del 1962, se ci concedeste di continuare con i seminari e la Fraternità come facciamo adesso, noi non potremmo collaborare, è impossibile; perché noi lavoriamo in direzioni diametralmente opposte: voi lavorate alla scristianizzazione della società, della persona umana, della Chiesa, noi lavoriamo alla cristianizzazione. Non ci si può intendere. Lei mi ha appena detto che la società non può essere cristiana” (Conferenza ai sacerdoti a Ecône, per il ritiro sacerdotale, 1° settembre 1987).

Non è dunque errato dire – e lo diceva lo stesso Mons. Lefebvre – che la storia della Fraternità è la storia dei suoi scismi. Ricorda Padre Cekada come, ai suoi tempi e non solo, un anno se ne andassero gruppi di “hard-liners” (intransigenti, antiaccordisti) e un anno i “soft-liners” (moderati, accordisti). Gli anni 2000 sono stati caratterizzati dal più significativo degli scismi: la nascita della cosiddetta “resistenza”, guidata da Mons. Williamson.

Mons. Lefebvre era certamente un uomo di grande virtù, di profonda preparazione, di alto carisma. Il suo senso pratico e la sua attenzione pastorale non gli evitarono però di affrontare il caos del suo tempo per quello che era e di patirne le conseguenze, anche all’interno della sua opera. Il carattere inedito e straordinario della situazione poteva suscitare oscillazioni, pressoché inevitabili su una barca squassata dalla più implacabile tempesta.

Dobbiamo forse stupirci? Possiamo forse salire in cattedra? No, certo che no. Possiamo semplificare la sua figura nel sedevacantismo di questi atti e di queste dichiarazioni? Ancora una volta: no. Ma ancor meno possiamo cucirci addosso le citazioni che ci paiono utili, perché la storia è più complessa e i fatti non sono sempre riducibili ad un’esegesi tascabile. Se tutto fosse così semplice e chiaro non saremmo qui a discuterne.

L’Arcivescovo francese ebbe un merito che lo separa da tanti suoi postumi detrattori: fu l’unico – con la collaborazione del preziosissimo Mons. de Castro Mayer – a organizzare qualcosa degno di nota sul piano ecclesiale, realizzandolo nel momento più nero che si potesse immaginare. Insomma: s’è fatto riconoscere dai frutti. Che poi oggi questi frutti siano a rischio, è un altro, lungo e complesso discorso.

Monsignore sarà dunque ricordato per la smania di accordarsi con autorità ottenebrate dal dubbio o per la resistenza portata a queste? La domanda trova facile risposta nella cronaca e nel senso comune.

Non veni pacem mittere, sed gladium.

17 commenti su “Tirare Monsignore per la talare – di Andrea Giacobazzi”

  1. Non posso che sottoscrivere tutto quanto asserito dall’amico Andrea Giacobazzi. A rafforzare quanto già detto mi permetto solo di aggiungere che non v’è cosa più triste di “tirare Monsignore per la talare” – appunto – per ragioni somiglianti tanto a quelle del tipico carrierismo ecclesiale.

    Cristiano Lugli

  2. Vorrei anche sottolineare che Monsignore ebbe a che fare con Paolo VI e Giovanni Paolo II e da questi si fece scomunicare, mentre oggi
    Fellay ha deciso di accordarsi col Sig. Bergoglio Giorgio Mario, noto marxista ecologista, mondialista, uomo dell’anno delle riviste gay, convinto che il matrimonio è dissolubile e che non esiste il Dio cattolico perchè ebrei musulmani e cristiani pregano a suo dire lo stesso dio, dio peraltro ingiusto perchè ha mandato in croce il figlio.

    Mi pare che la distanza in termini di metrica ereticale tra i due pontefici post-conciliari ed il sudamericano peronista e distruttore sia a dir poco abissale, nonostante questo superiori come Fellay e inferiori come Citati pretendono di farsi benedire il tradimento accordista dalla salma scomunicata di Monsignore.

    Schifo e pena!!!!

  3. Giustissime osservazioni. Monsignore sapeva benissimo di avere a che fare con delle false autorità. Però la sua strategia era di salvare il sacerdozio salvando almeno i suoi seminari. E, fortunatamente, ci è riuscito.

  4. Chiedo cortesemente un chiarimento, se una chiesa è scismatica non è più Cattolica, se un Papa non insegna come Cristo non ascoltiamo Cristo “chi ascolta voi ascolta ME”, perché questo fare e non fare, dire e dis.dire di msg Lefevbre? Come si spiega cattolicamente parlando? Inoltre msg Lienart consacra sacerdote Lefevbre ma era massone per propria ammissione nel momento in cui lo consacra. Il Magistero dice che i massoni ipso facto sono scomunicati. Cosa è successo quindi? Msg Lienart difettava dell’intenzione (obbligatoria) di fare il fine della Chiesa nel momento della sua stessa ordinazione a vescovo, quindi o non fu mai vescovo o fu un sacrilego. Non è per merito del consacrante che i sacramenti o le consacrazioni sono valide ma qui abbiamo anche il demerito del consacrato,adoratore di lucifero . Cos a è successo? E’ nulla o scismatica la linea iniziata da Lienart ?

    1. L’ammissione di massoneria del card. Lienarte si basa sulla “testimonianza” di un confessore riferita da un fedele al quale questi la avrebbe confidata. Niente di certo, se non che satana fa di tutto per confondere le acque di una Fede già anche troppo annacquata.

  5. Mi sembra ormai un malcostume diffuso quello di usare le parole di Monsignore per giustificare le proprie posizioni che non potrebbero essere più distanti da quelle del santo vescovo, non solo a parole ma negli atti e nei fatti.
    Splendido articolo.

  6. L’idea che i frutti del lavoro di Lefebvre consistano nel rifiuto di Roma e che siano a rischio ogni volta che la sola possibilità di un accordo venga adombrata è un postulato sedevacantista , mai dimostrato. L’idea di farlo parlare post mortem a difesa dello status quo è un classico di quella scuola , che oggi vorrebbe ammonire quanti ricordano che il rifiuto senza se e senza ma non è mai stato l’obiettivo finale del Monsignore. Non si capisce perchè della questione si possano occupare associazioni e persone di varia estrazione e non possa intervenire un prelato della Fraternità , perchè è giovane..

    1. Egregio, quà nessuno fa parlare Monsignore Post-mortem tranne il Citati che Lei difende. I fatti sono fatti, Monsignore rifiutò l’accordo e mori scomunicato, e avvenne quando l’eresia bergogliana non era neppure ipotizzabile, non si capisce ora come sia plausibile un accordo che dovrebbe basarsi su cosa?

      Monsignore rifiutò l’accordo con la roma degli anni 80 e adesso Citati ci vorrebbe convincere che Monsignore nella situazione tragica di oggi avrebbe firmato? Io non vedo alcun postulato sedevacantista (che significa???) in questa semplice analisi dei fatti, vedo solo una incoerenza abissale e vergognosa.

      E’ proprio Mons Schnaider e Citati che fanno parlare post mortem Monsignore ed è stato proprio Gnocchi a definire
      come squallido questo comportamento altro che postulati sedevacantisti inventati …. che facciamo come il bue che dice cornuto all’asino? I postulati accordisti che tirano la talare di Monsignore sono invece chiaramente ideologici clericalisti e fasulli perchè alla prova dei fatti Monsignore rifiutò l’accordo e persevero scomunicato anche in punto di…

      1. a-theós=a-éthos

        @Matteo – La sua obiezione apparentemente tiene, ma in realtà non considera l’ipotesi che, mentre a Mons. Lefebvre possano avere proposto un accordo oggettivamente inaccettabile, ora invece la situazione sia ben diversa. Arrivati, infatti, a questo culmine di marciscente modernismo, esso esprime pienamente la propria essenza, che è quella della contraddizione: ritengo ben possibile che ora da parte delle autorità vaticane la concessione della regolarizzazione non sia fatta dipendere da clausole dottrinali oggettivamente inaccettabili, proprio perché ciò che guida ora non è la ragione ragionata, ma il guizzo emotivo o di antipatia, che paradossalmente può essere anche di simpatia verso coloro che, teoricamente, dovrebbero risultare i più antipatici…

        1. Le sue e solo sue sono ipotesi caro amico, io ho solo rappresentato fatti!
          Possano…. ora invece potrebbe…. si continua con le fantasie e si mettono da parte i fatti inoppugnabili.
          Questo è incoerente sul piano logico e scorretto su quello etico.

          I fatti: Monsignore fu scomunicato perchè non volle cedere di una virgola alla roma modernista di allora e non certo per calcolo o convenienza, ma oggi che la dottrina è ancor più massacrata e il modernismo è divenuto totalitario si dovrebbe fare l’accordo in nome di Monsignore?

          I potrebbe non servono a niente. Monsignore è morto scomunicato e se non lo si vuole offendere inutilmente si tenga conto solo dei fatti. Chi vuole tradire l’eredità antiaccordista e antimodernista di Monsignore lo faccia a nome proprio, questa almeno sarebbe coerenza.

          Se fosse coerente col modus operandi di Monsignore è la Fraternità che dovrebbe rifiutare una regolarizzazione da “guizzo emotivo”, ammesso che tale fosse, altro che chiacchiere, perchè clericalismo e sequela di Cristo non sono la stessa cosa e la verità non è un guizzo emotivo.

          1. a-theós=a-éthos

            Poiché sia il proporre sia il rifiutare o l’accettare un accordo sono atti che implicano la presenza delle clausole costituenti l’accordo stesso, è ovvio che gli accordi di cui parliamo contenessero e contengano delle clausole. Questo è un fatto. Ulteriore fatto è che tali clausole sono ignote sia a me che a lei. Se ne deduce che tanto lei quanto io stiamo facendo ipotesi: lei sui motivi per cui Mons. Lefebvre non accettò quelle clausole, io sul fatto che averle rifiutate una volta non implica doverle rifiutare anche la seconda, poiché ora potrebbero essere clausole, paradossalmente, migliori. Per di più la sua ipotesi si basa sull’assunzione che sia necessario, da ogni punto di vista e in ogni caso, non fare un accordo, ma ciò, oltre a non essere vero di principio, non pare nemmeno che fosse l’evidente e immodificabile parere di Mons. Lefebvre, come dimostrato dalle citazioni riportate nell’articolo di Don Citati. Il problema qui non è fare o non fare ipotesi, ma non scambiare le proprie per dei fatti o per dei precetti del Decalogo.

  7. cattolico triste

    Spero di non essere completamente fuori tema ma vorrei segnalare un incontro tra don Ennio Innocenti e il Collegio Circoscrizionale dei Maestri Venerabili della Toscana avvenuto il 12/3/2016 a Firenze sul tema “Iniziazione”. https://www.youtube.com/watch?v=ZkP3zF4L7I0. Ascoltando la relazione del Prof. Bianca, massone, mi pareva di sentire il programma pastorale di Bergoglio. Alla Massoneria non interessa la fede religiosa professata dai neofiti, possono essere cristiani, buddisti, musulmani, ebrei ecc., questo è un fatto privato che non deve interferire con i riti della Massoneria. Il neofita deve avere un forte senso morale che consiste nel rispettare le leggi dello stato. Il neofita deve migliorare se stesso e la società impegnando tutte le sue forze per il progresso umano e per un mondo migliore. Ultima considerazione: a cosa servono questi incontri in casa della massoneria? E’ emerso che con l’invenzione dell’Ecumenismo protestante, a cui si sono abbeverati con il CVII i cattolici, è importante che si instauri questo clima di dialogo a dimostrazione che “son più le cose che…

  8. cattolico triste

    che ci uniscono che quelle che ci dividono”! Conclusione: la FSSPIOX cosa può sperare in una neo-chiesa che è governata da massoni?
    Siano lodati Gesù e Maria

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