Tommaso d’Aquino economista – di Lino Di Stefano

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di Lino Di Stefano

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Se esaminiamo la produzione di S. Tommaso d’Aquino, in particolare la ‘Summa Theologiae’ , ci rendiamo conto non solo della straordinaria mole dell’impresa – 35 tomi per un totale, in idioma italiano, di 14.225 pagine – ma pure del colossale progetto che sembra miracoloso; Dante, riferendosi al poema sacro, scrive, infatti, che ad esso “ha posto mano e cielo e terra” (Par., XXV, 2). Ragion per cui non è esagerato osservare che l’Aquinate rappresenta – con Platone, Aristotele ed Agostino – il punto più alto del pensiero umano proiettato verso la ricerca della Verità.

Ecco perché il filosofo di Roccasecca (FR) continuerà ad occupare un posto privilegiato tra i pensatori di ogni epoca in quanto questo riservato solamente agli spiriti magni, a coloro, cioè, che sono stati e sono in grado di elevarsi alle più alte vette del sapere; e ciò, soprattutto, in una società come la nostra, dominata dalla logica del profitto e, come tale, essenzialmente, materialistica e consumistica.

Tale il motivo per cui aveva ragione il filosofo tedesco Martin Heidegger (1889-1976) quando affermava che la scienza e la tecnica, già ai suoi tempi, stavano insidiando gli assetti socio-politici della società; e proprio da tali presupposti si muove l’esponente massimo della Scolastica (IX-XII secc.) allorquando sostiene, in linea col diritto romano, che bisogna “suum cuique tribuere” (dare a ciascuno il suo) se vogliamo fondare una comunità equa e rispettosa delle inderogabili istanze dell’uomo.

Il Santo, non tralascia, comunque, di rilevare che nel corso della storia si sono verificate sopraffazioni dell’individuo sul suo simile, laddove è evidente che le sostanze e le ricchezze devono essere ripartite con imparzialità vista, altresì, la loro funzione sociale in quanto vantaggiose al progresso economico. Scrive in proposito l’Aquinate nel ‘De Regno’: “Quanto all’uso, l’uomo non deve possedere i beni esteriori come propri, ma come comuni, in modo cioè di comunicarli con facilità nella necessità altrui’.

In altre parole, anche l’economia, per il Santo, può degenerare in tirannide se non ne fruiscono i derelitti e i più sfortunati; da qui, derivano, per un verso, la nota dottrina tomistica dello ‘stipendium laboris’ o salario – inteso come equivalenza del lavoro prestato – e, per l’altro, la teoria del ‘giusto prezzo’, che considera il peso della produzione, l’entità dei beni di consumo e le condizioni del mercato.

Rimane comunque accertato per S. Tommaso che il ricco ha il dovere di ripartire le proprie sostanze ai più poveri, specialmente quando egli possiede averi superflui che devono essere immediatamente aggiudicati ai più indigenti e ai derelitti; al riguardo, alcuni studiosi hanno voluto reputare l’Aquinate come un antesignano della cosiddetta economia di mercato, quell’organizzazione economica, cioè, incentrata sull’interazione ‘domanda-offerta’.

Le idee tomistiche hanno influenzato diverse concezioni economiche del mondo moderno, segnatamente la celebre ‘Scuola Austriaca’ con studiosi del valore di Friedrich von Hayek e di Ludwig von Mises: il primo, convinto assertore del libero mercato, ha teorizzato il principio dei cicli economici, il secondo ha formulato non solo la teoria monetaria del circolo economico, ma è stato pure un persuaso sostenitore del sistema liberistico.

Anche un insigne esponente italiano del tomismo, Raimondo Spiazzi, ha sostenuto che l’Aquinate è stato sempre contrario ad ogni forma di capitalismo concepito, quest’ultimo, come sfruttamento dell’uomo sull’uomo, così come ha avversato ogni tipo di collettivismo inteso quale sistema economico basato sull’assegnazione alla collettività del patrimonio e della conduzione dei beni di produzione.

Prima, però, della Scolastica, anche l’altro grande movimento filosofico-teologico, la Patristica ( I-VII secc.), si è misurato con la problematica economica, considerati altresì il prestigio dei suoi rappresentanti – S. Agostino, in particolare, e S. Ambrogio – i quali hanno saputo affrontare la questione sociale: il primo nel ‘De civitate Dei’ e nelle ‘Confessiones’, il secondo nel ‘De Officiis’.

Il filosofo di Ippona afferma infatti che Dio nel creare l’uomo lo ha fornito di beni temporali di cui usufruire nella città terrena e di beni spirituali di cui godere nella città celeste; questo perché, per Lui, una società è tale solo quando è ordinata e quando in essa nessuno nuoce a nessuno, anzi ognuno si rende utile al suo simile. Ma una comunità, prosegue il Santo, è ben regolata anche quando in essa esiste l’armonia fra chi comanda e chi obbedisce e allorché nella stessa non esiste la schiavitù.

Le osservazioni agostiniane sui beni terreni risultano di un’attualità sorprendente, in particolare quando asserisce, opportunamente, che essi vanno utilizzati come li usa un viandante di passaggio che non si distrae dal viaggio verso Dio; pure S. Ambrogio, contemporaneo di S. Agostino ed ispiratore della conversione di quest’ultimo, si è interessato della questione sociale, anche nelle vesti di uomo di stato in quanto console della Liguria e dell’Emilia.

In quel periodo infatti Milano e la Lombardia stanno attraversando un momento difficile dal punto di vista economico, date le manifeste instabilità sociali, con pochi possidenti e moltissimi indigenti, questi ultimi aventi come punto di riferimento solo la Chiesa. Ed ecco che S. Ambrogio, da una parte, dichiara che la terra appartiene a tutti e, dall’altra, ribadisce che sono da biasimare i peccatori facoltosi i quali hanno l’obbligo di restituire il dovuto ai poveri.

In conclusione, com’è facile notare,  la Scolastica, e prima ancora la Patristica, hanno avuto l’accortezza di investigare sulla problematica sociale quantunque questa consapevolezza non abbia consentito ai due movimenti di pensiero di risolverla in maniera soddisfacente a causa della difficoltà dei tempi e della malvagità degli uomini.

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