Totalità contro totalitarismo. L’attualità dell’avventura intellettuale di Barna Occhini

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Nell’intensa, appassionata vita intellettuale di Barna Occhini, padre dell’attrice Ilaria recentemente scomparsa, uno spazio tutto particolare viene occupato dalle riviste. Prima “Il Frontespizio”,  d’impronta cattolica, di cui diventa caporedattore, animato da Papini, Giuliotti, Bargellini. Poi, durante la guerra civile, “Italia e Civiltà”, diretta dallo stesso Occhini, a cui collaborano, tra gli altri, Giovanni Gentile e Ardengo Soffici, impegnata nell’opera di ricostruzione morale, essenziale per tornare, come popolo, a “fare Storia”. Impresa difficile negli anni dell’odio fratricida, ma ancor di più nel tempo seguente della falsa pace civile, dopo il 1945. Anche qui  Occhini comunque c’è con il suo stile e con la rivista “Totalità”, pubblicata dal 1966 al 1968. 

A collaborare, tra i tanti, Giano Accame, Julius Evola, Fausto Gianfranceschi. Su tutto, il concetto di “Totalità”, cosi espresso, nella “Spiegazione d’apertura” (“Totalità”, numero 1 del 25 aprile 1966), dallo stesso Occhini: «Totalità, non totalitarismo. Proprio lo Stato totalitario contraddice l’esigenza della totalità, poiché esige, lui, la preminenza piena, assoluta dello Stato sui cittadini. Cioè nello Stato totalitario il cittadino è sacrificato allo Stato, lascia che lo Stato controlli e diriga ai propri fini ogni sua azione, quasi ogni suo gesto e quasi, si direbbe, ogni suo pensiero; cioè la sfera dell’iniziativa e della responsabilità si restringe nel cittadino sin quasi ad annullarsi del tutto. Nella totalità, invece, il cittadino non abdica allo Stato, la sua personalità è salva, non subisce sopraffazioni di indipendenza e di libertà. C’è lo Stato e c’è il cittadino, coordinati l’uno all’altro, l’uno in funzione dell’altro, senza scompensi né squilibri». 

Totalità dunque come «visione multilaterale, integrale», nella varietà delle classi, nella loro dinamica, ma anche nella loro, magari inconsapevole, collaborazione, con il fine di «promuovere l’individuo» e «promuovere, appunto, la collettività, e fondere l’uno con l’altra», «sollecitare lo spirito nazionale e altresì lo spirito sopranazionale», comprendere le ragioni dell’uguaglianza sia «le ragioni, in natura e in diritto, della diseguaglianza, le ragioni, cioè, di una differenziazione, di una, in conseguenza, gerarchia». L’ambizione di Occhini è quella di favorire la crescita di un «principio di equilibrio, di unità, di sintesi», rispetto a una realtà varia, dinamica, di conflitto.

«Polemica, ma non faziosa», secondo lo spirito del suo animatore, “Totalità” puntualizza le vicende più immediatamente politiche (dalla debolezza del governo di centrosinistra alla ricostruzione del mancato tentativo di Fernando Tambroni nel dare vita sul finire del 1960 a una scissione della Dc con la creazione di un partito di stampo neogollista, dall’esperienza presidenzialista di Randolfo Pacciardi alla “rivoluzione nazionale” dei militari greci). 

Emerge, sempre più, una concezione «non necessariamente reazionaria» della Destra, insieme selettiva e dinamica («Quel che preme, in ultima analisi – scrive Occhini nell’articolo “Destra e Sinistra”, su Totalità numero 4 10 giugno 1966 – é che le forze che la Destra rappresenta, forze prevalentemente di selezione, di élite, esplichino pienamente, nel loro ordine primario, le loro attitudini e qualità; ma non col risultato, poniamo, che si veda circolare un certo numero di miliardari nel bel mezzo di una società di indigenti»), che tuttavia non disdegna di denunciare le “Aberrazioni democratiche” (“Totalità”, numero 19 del 25 novembre 1967), le quali provocano la decadenza del Parlamento, della scuola, dello spettacolo, della Chiesa, dell’arte. 

Il richiamo è alla qualità delle scelte contro una «mediocrità aurea, ma grigia, vile, filistea, corrotta». Scrive Barna Occhini (“Orientamenti”, su “Totalità” numero 20 del 10 dicembre 1967): «Poco importa se uno sia liberale, comunista o fascista se è l’uno o l’altro fiaccamente, aridamente, senza nessuna seria, intima partecipazione. Se una rivoluzione ridesta un popolo, ne rianima le energie, lo reintegra nella storia, venga la rivoluzione, di qualunque tipo e colore sia. Se un regime totalitario è per raccogliere, unire, fondere e potenziare tutte le volontà e le capacità di una nazione, al fine di produrre uno sforzo eccezionale, per un risultato eccezionale, ben venga il regime totalitario».

Le “provocazioni” estetico-politiche della rivista si manifestano anche nel settore letterario e della critica artistica, dove si attacca la pseudo arte della IX Quadriennale (Sigfrido Bartolini), si giudica Moravia «imbecille e impertinente» (Il Polemico), si denuncia la crisi degli intellettuali marxisti (Roberto Melchionda), mentre – d’altra parte – vengono pubblicati inediti di Giovanni Papini, Domenico Giuliotti, Henri Bergson, Miguel Unamuno e, più in generale, si recensiscono le opere di Prezzolini, Evola, Céline, il tutto arricchito dalle xilografie originali di Sigfrido Bartolini (ne vengono pubblicate 115).

Quasi a rimarcare l’”impoliticità” della propria esperienza, Totalità pubblica il suo “Congedo provvisorio” (numero 7-8, 10 aprile 1968) alla vigilia delle elezioni politiche: «quando – si legge nella nota redazionale – anziché sparire, spuntano e proliferano, per concorrere a questa nostrana quinquennale olimpiade della stupidità e della menzogna, ogni sorta di fogli, fogliastri, fogliacci, è una bella affermazione, ci sembra, di originalità, ritirarsi, mettersi in disparte e tacere»

A sottolineare il tono disincantato del “sodalizio” la nota così conclude: «Fra tante battaglie combattute in questi due anni, fra tanti sdegni, e anche fra tante riflessioni e meditazioni, abbiamo pure trovato il modo di divagarci, di scherzare, di essere allegri. Parafrasando un motto di Ardengo Soffici riferito nell’ultimo numero di Totalità dell’amico Barna Occhini, gli storici futuri potranno dire di noi: Furono allegri nella trincea di Totalità».

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