TRA I CIECHI LA MASSA HA UN OCCHIO APERTO – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

 

 

f3I giudizi apprezzabili – si dice – li danno soltanto gli esperti; chi non ha titoli e competenza specifica, faccia il piacere di astenersi. Il che potrebbe essere giusto, quando è questione di scienze esatte e di teoria. La creatura, qualsiasi creatura umana, non ha il fermo dono dell’obiettività e dell’incorruttibilità, perciò i meno attendibili sono proprio gli addetti ai lavori ben sistemati nel mondo attuale e sostanzialmente conformisti.

Non intendo affermare che la maggior competenza appartenga a ignoranti e presuntuosi, e nemmeno al cittadino che rappresenta la media nazionale; al quale tocca scegliere quelli che reputa siano i migliori governanti, in base alla sua capacità di valutare i problemi da risolvere. Costui può intuire, adoprando le sue nozioni, i provvedimenti che occorrerebbe prendere, ma è carente sotto vari aspetti. Bombardato dalla propaganda diretta da partiti, poteri, mezzi di spettacolo e di informazione, egli non dispone di molti dati della vasta realtà sui quali ragionare in materia economica e sociale. Soprattutto, questo immaginario uomo medio, che approva o permette, con il voto o con l’astensione, la classe politica e quindi anche dirigente, è sprovvisto della sufficiente qualità morale. Egli è troppo sensibile alle dolcezze, alle lusinghe dell’orgoglio, agli interessi materiali, per discernere il suo bene, e il male che gliene viene, e maggiormente gliene verrà, credendo a certe dottrine proprie del sistema e dei suoi imbonitori.

Eppure, con tutte le sue debolezze, e non senza esservi rimasto attaccato, perché modestamente lontano dalla generosa lungimiranza, questo individuo medio vede meglio dei conduttori della nazione e sta prendendoli a calci. Non andando a votare, ha mostrato sfiducia e disprezzo. Ai dati sull’affluenza alle urne, pur scesa di molto, si evita di unire, o si nasconde, il numero delle schede nulle. Inoltre domenica l’aumento degli astenuti era di circa il 20%, lunedì è di circa il 13%! La democrazia avrebbe almeno di buono questa spia dell’umore popolare. Quando si disertano i seggi delle votazioni, è lo scontento, la disapprovazione, il piede sulla soglia della rivolta.

Come mai i conduttori del paese abbiano l’occhio dell’orbita e quello mentale offuscati, ottenebrati, lo si può forse comprendere da quello che sono, dal loro carattere, dalla loro storia, dal loro proprio ceto, dal loro stato di sudditanza ai poteri forti anche extra-nazionali, cui sono abituati a obbedire, ricevendone la benevolenza. Però se la nave è andata sugli scogli e nella carena si è aperta una falla, quale ufficiale o semplice nostromo ignora che, o si tura la falla al più presto, o scoppia un ammutinamento prima che la nave affondi?

Veniamo al sodo, come lo percepisce anche il popolo medio, ossia la maggioranza popolare. Da un anno e mezzo il governo dedito al risanamento del bilancio mediante la cosiddetta austerity (aumento delle tasse, complessivo blocco delle paghe e delle pensioni), dedito a perseguire il favore dei mercati per collocare i titoli di stato: il debito pubblico messo in mano agli speculatori, da un anno e mezzo, dunque, con questo procedimento la crisi finanziaria statale si è trasformata in crisi reale, crisi delle famiglie per una disoccupazione e un impoverimento insostenibili. Il popolo ha intravisto che il nesso tra finanza ed economia sociale è sospetto. Infatti il debito pubblico, com’è impostato, soggiace alla speculazione, a tassi di interesse esosi, e la moneta unica non rispecchia il valore economico territoriale che dovrebbe garantirne il potere di acquisto. Come è possibile che i paesi aventi economie disparate e, tuttavia, economie nazionali, con bilanci nazionali, abbiano una stessa moneta? Il conto non torna! E lasciamo perdere chi stampa l’Euro, le banche che lo amministrano e altre cose tanto gravi quanto sfuggenti per il grande pubblico.

La gente media ha capito che questo governo è una pappa molla, lumacone e chiacchierone come tutti gli altri, diviso come sempre e privo di un sol uomo di polso. Certo, il primo ministro ha parlato di minaccia che il popolo si allontani della sacra UE, e forse ci crede, ma ci vuol altro che sussurri e letterine reverenti spedite a un presidente comunitario. Ogni tanto Brunetta sembra mettere a tacere i giornalisti che, insinuanti, vorrebbero conoscere l’atteggiamento del Pdl sull’Imu o sull’aumento dell’Iva: egli taglia corto affermando che si fa come convenuto, altrimenti salta tutto quanto. Contemporaneamente, l’altra metà e più dei ministri discorre di sospensione dell’Imu e di attesa delle sublimi  decisioni di Bruxelles. Attesa!

Era ancora in carica il ministero dei professori, quando sembrò che fosse giunta la gentile concessione della Ue di spendere i nostri soldi pagando i fornitori degli enti pubblici e iniettando sangue nell’estenuata circolazione dell’economia. Non se ne fece nulla. Si disse: aspettiamo le decisioni europee. Adesso – ma che sospiro di sollievo! – Bruxelles ci ha tolti da dietro la lavagna, rimettendoci all’onor dei virtuosi, perché abbiamo mantenuto il bilancio statale entro il limite fissato. Però bisogna continuare sulla retta via. E ci si prodigano consigli, i soliti buoni ammaestramenti, come fossimo stupidi ragazzini: abbassare le tasse, contenere le spese, non sprecare i soldi in caramelle. E si va cantando che essendo aumentata la nostra credibilità, essendo possibile spendere forse 8, forse 10 miliardi senza eccedere la spesa concessa, potrà esserci la ripresa. Però salta fuori che la Ue è contraria all’abolizione dell’Imu e dell’aumento dell’Iva, e che, se consentirà un aumento della spesa, potrà avvenire soltanto nel 2014.

Il cittadino italiano che ha i piedi su questa terra, e capisce quanto la faccenda Ilva sia oscura e minacciosa come il tappo allentato nel fondo della barca; il poveretto pensa che, se due più due fa quattro, l’Italia, fra sette o otto mesi, con gli otto miliardi da spendere ci può fare la birra; non le resterà che andarseli a giocare a Las Vegas. Pantalone non si fa menare per il naso. Mantenere il rigore del bravo contabile significa continuare come prima, vale a dire votarsi al suicidio. Pantalone non crede alla quadratura del cerchio.

Il bello è che avremmo il coltello dalla parte del manico. Tutti i debitori, dotati d’un pizzico di carattere, ce l’hanno. E lo abbiamo anche dal punto di vista morale: per legittima difesa, o per legittimo risarcimento. Sarebbe da uomini autentici – e non del genere maschile labile e precario oggi di moda – sarebbe onorevole andare dai signori comandanti insediati in Belgio a toglier loro la sicumera, a scuotergli il cadreghino; perché se l’Italia se ne va dall’Europa, e magari si tira dietro tutta l’Europa del Sud, i comandanti possono tornare da dove sono venuti, e addio all’Euro!

Pantalone si è reso conto che le tasse vanno abbassate di un bel po’, l’Iva deve diminuire, altro che aumentare! l’Imu deve sparire subito, per dare respiro ai consumatori, l’Ilva deve essere rilevata dallo Stato, se è necessario, le opere pubbliche bisogna farle subito e in grande, e a chi trasferisce produzioni all’estero bisogna togliere almeno la patria nazionalità. Niente di più semplice e pedestre. L’Europa applica le sanzioni? Storia vecchia. Senza andare ai ferri corti, ripeto che abbiamo ottime carte da mettere sul tavolo. S’intende che ci vuole indipendenza e spina dorsale, e dimenticarsi la prassi soporifera del dialogo, assunto fin da bebè negli omogeneizzati. Ma sarà bene svegliarsi, e non rimettersi troppo alla paziente bontà di pantalone che, pur limitandosi a stare alla finestra, abbandona i responsabili al destino che Dio vuole.

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