TURCHIA. IL RITORNO DEL SULTANO – di Stefano Nitoglia

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di Stefano Nitoglia

 

 

erdRevival “neo-ottomano” in Turchia. Con buona pace di chi (e non sono pochi) considera il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), fondato dal premier turco Recep Tayyp Erdoğan nel 2001 e andato con lui al potere nel 2002, una specie di “democrazia cristiana islamica”, e il suo fondatore una sorta di Alcide De Gasperi o, più modestamente, di Rocco Buttiglione, locale.

Uno dei tanti episodi che testimonia la riscoperta, da parte dei turchi, della passata gloria ottomana è il grande successo di pubblico che sta riscuotendo in questi giorni a Istanbul il film Conquista 1453 sulla presa di Costantinopoli, il 29 maggio 1453, da parte di Maometto II e sulla fine dell’Impero bizantino.

In quello che viene definito il più grande colossal turco, costato 17 milioni di dollari, con tre anni di lavorazione e l’impiego di 15.000 comparse, l’ultimo imperatore cristiano di Bisanzio, Costantino XI Paleologo, che animò e condusse eroicamente la difesa della città assediata, e che nell’estrema battaglia, resosi conto che l’Impero era ormai perduto, si strappò le insegne imperiali e si scagliò con il suo cavallo contro le truppe musulmane che entravano dalla Kerkoporta, è dipinto come un depravato, al contrario del fondatore dell’Islam, Maometto, che viene, invece, tratteggiato come l’ispiratore di una nuova grande civiltà.

L’atmosfera revanscista del film è stata preparata da una serie televisiva, intitolata “Il magnifico secolo”, quello di Solimano I (1494-1566), detto, appunto, il Magnifico, che regnò dal 1520 al 1566, portando l’impero Ottomano al massimo splendore.

tmMilioni di visitatori affollano ogni anno il museo “Panorama 1453”, che rievoca l’assedio finale di Costantinopoli, sotto lo sguardo vigile e compiaciuto del personale addetto alla sicurezza in costumi di Giannizzeri, i giovani che, al tempo dell’impero Ottomano, venivano sottratti con la forza alle famiglie cristiane in pagamento del cosiddetto “tributo di sangue”, quindi educati alla più stretta ortodossia islamica per costituire il nerbo dell’esercito Ottomano.

“Secoli dopo quell’evento l’idea dell’impero ottomano è tramontata da tempo – scrive Karima Moual a proposito della conquista di Costantinopoli e del film che la celebra -, ma la Turchia moderna di Erdogan sta disegnando una rinascita islamica che in parte sembra volersi avvalere anche di quel mito. Una “rinascita islamica nella modernità”, forse potrebbe essere questo il titolo nel raccontare il momento storico che il paese sta vivendo ed esportando come modello sociale e politico al resto del mondo arabo. Islamizzare la modernità piuttosto che modernizzare l’islam” [1].

La strategia geo-politica “neo-ottomana” è stata teorizzata da Ahmet Davutoğlu nella sua opera Profondità strategica: la posizione internazionale della Turchia [2] e poi messa in pratica dallo stesso dopo la nomina, il 1° maggio 2009, a ministro degli Esteri del gabinetto Erdoğan. Ma già prima Turgut Özal e Süleyman Demirel sostenevano che la missione di Ankara consiste nel guidare un universo turco “che si estende dalla Muraglia cinese fino all’Adriatico” [3].

Le tesi di Davutoğlu, nato nel 1959 a Konya, terra fertile per la propaganda dell’Akp, docente di relazioni internazionali presso l’Università di Marmara, a Istanbul, e consigliere di politica estera del premier turco prima di diventarne ministro, si possono così riassumere.

La fine della guerra fredda ha creato nuove opportunità per la Turchia, che deve emanciparsi dal ruolo passivo assunto nel mondo bipolare e rivendicare un suo ruolo positivo nello spazio geostrategico appartenuto all’Impero Ottomano, ora orfano di poteri, e in Medio Oriente.

Per Davutoğlu occorre recuperare la vocazione ottomana messa in ombra da Atatürk, puntando verso le terre arabe e i Balcani, coniugando questa vocazione al panturchismo di matrice etnolinguistica, che guarda all’Asia centrale, mitica culla dei turchi e agganciandola alla parabola ascendente islamica, verso l’intero dar-al-islam, l’universo islamico o Terra dell’Islam. Insomma, il trinomio neo-ottomanesimo, panturchismo e islamismo.

“Zero problemi con i vicini”, è la parola d’ordine di tale politica, che intende raggiungere questo obiettivo recuperando la dimensione multietnica che fu propria dell’Impero Ottomano. “Noi non egemonizziamo nessuno. Piuttosto, cerchiamo di contribuire a una pace permanente nella nostra regione. Se per pace si intende ordine, non è sbagliato dire che stiamo tentando di stabilire una Pax Ottomana” [4].

Non solo espansionismo politico, ma anche geo-economico, tramite partnership commerciali principalmente nel settore energetico con Germania, Russia e Iran, superando vecchie inimicizie.

Bisogna, infine, creare nuovi rapporti con Stati Uniti ed Europa, considerati come partner tra i tanti e non più come le uniche opzioni di politica estera.

Il “neo-ottomanesimo” di moda in Turchia, però, mal si coniuga con la sua appartenenza alla Nato e, soprattutto, con il suo futuro ingresso in Europa.

 

 


[1] Karima Moual, Turchia: il 1453 diventa un kolossal, dietro al quale si cela un’altra conquista, “Domenicale” 4 marzo 2012.

[2] A. Davoutoğlu, Stratejik Derrnlik: Türkye’nin Uluslararasi Konumu, Istanbul 2001-09, Küre Yayinlari.

[3] Cit. in E. Visintainer, “Il modello islamico turco, l’Europa e il grande gioco delle fonti energetiche”, in Aa.Vv, Porte d’Eurasia. Il Grande Gioco a vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, Pergine Valsugana 2009, Centro Studi “Vox Populi”, p. 137.

[4] Intervista di A. Davutoğlu al giornale turco Sabab, 12/4/2009.

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