Tutela della salute e diritto al suicidio. Le due facce della postmodernità

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Nella società dei diritti e della libertà assoluta solo la morte involontaria, quella non voluta, non controllata, fa paura. La società che afferma il suicidio come diritto fondamentale e intoccabile dell’individuo è terrorizzata dalla morte. Questa apparente contraddizione ha una sua ragion d’essere nell’assolutizzazione del principio di autodeterminazione in base al quale tutto quello che non possiamo controllare, prevedere e manipolare sarebbe nostro nemico. Mentre se quello stesso nemico (la morte) può essere addomesticato esso non solo non è più percepito come maligno ma come benigno, diventa addirittura dolce, la “dolce morte”, in greco eu-tanasia.

Il principio di autodeterminazione infatti funziona come una sorta di esorcismo contro la paura e il non senso della morte. Esso è l’unico modo che resta all’ateo per riempire il vuoto del morire attraverso un prometeico atto di volontà. D’altra parte se persino la morte può essere oggetto di scelta volontaria ecco che essa diventa qualcosa di desiderabile, di eroico, di responsabile perché scelto con consapevolezza. “Se devo morire – dice il suicida responsabile – morirò come, dove e quando deciderò io”. In tal modo l’autodistruzione diviene atto supremo di affermazione della propria libertà, apice tragico del delirio antiumano. Volontà di potenza cieca e inarrestabile, massimamente espressa nella tragedia trionfale dell’annichilimento di sé.

Non per nulla Vittorio Alfieri, autore della nota tragedia “Saul”, affermò: “Tirannide è qualunque potere che abbia la facoltà di coercire la volontà del libero uomo; la tirannide finisce per identificarsi con ogni struttura statale e con ogni forza che si oppone al libero sviluppo dell’Io” (Della Tirannide).

Attenzione. Qui l’Alfieri non si sta riferendo come potrebbe sembrare ad uno stato totalitario che pretende limitare la libertà dell’uomo ponendosi al di fuori di ogni concetto di diritto (come oggi ad esempio). Al contrario, l’Alfieri vuole esaltare la libertà dell’individuo come autopoiesi sulla scia di Pico della Mirandola e dell’Umanesimo gnostico. Lo stato contro il quale rivolge la sua critica in effetti è lo Stato Pontificio e i regni cattolici italiani. Egli infatti nasce e cresce nel Piemonte liberale dei Savoia che soltanto cento anni dopo invaderà l’Italia che fino ad allora, secondo i liberali, era stata “schiava di Roma”, cioè dell’autorità della chiesa cattolica romana.

Secondo il drammaturgo astigiano l’uomo non deve conformarsi secondo la sua natura, come direbbe Aristotele, a una legge e adeguarsi alla verità del proprio essere che ne costituisce la struttura ontologica (entelechia). Anzi, la caratteristica specifica dell’umano sarebbe proprio il non avere una natura definita. Come scrisse l’umanista Pico della Mirandola dio (il dio-universo del panteismo) avrebbe creato (sarebbe più giusto dire “emanato”) l’uomo come essere indistinto, androgino e teandrico, capace di autodistruggersi e di autorigenerarsi. “Non ti ho fatto – dice la divinità immanente all’uomo – né del tutto celeste né terreno, né mortale, né immortale perché tu possa plasmarti, libero artefice di te stesso, conforme a quel modello che ti sembrerà migliore. Potrai degenerare sino alle cose inferiori, i bruti, e potrai rigenerarti, se vuoi, sino alle creature superne, alle divine” (Oratio de hominis dignitate).

Non per nulla il tema centrale delle opere di Alfieri, Foscolo e Leopardi è il cosiddetto “titanismo” ossia l’autoaffermazione dell’uomo contro qualsiasi ordine divino a lui superiore. I Titani (o giganti) infatti erano i figli di Urano e di Gea (cioè del Cielo e della Terra) che si ribellarono al potere di Zeus, padre degli dèi. Potremmo definirli i primi “rivoluzionari”.

Calcando il cammino del volontarismo filosofico che risale a Ockam e Lutero (e più in generale al filone gnostico-cabalistico) l’Alfieri, da autentico illuminista, traspose in letteratura quegli ideali che inevitabilmente sfoceranno nell’onda distruttiva delle rivoluzioni di tutti i tempi. Il cuore dell’illuminismo infatti è quell’insopprimibile avversione verso qualsiasi autorità, o meglio verso ogni forza spirituale, morale o naturale che possa dirsi superiore all’uomo in quanto creatura. In ultima istanza l’illuminismo esprime la giustificazione filosofica dell’autodivinizzazione, la dichiarazione di supremazia dell’umano sul divino, prodromo dell’odierno transumanesimo tecno-scientifico.

Tutto il fine dell’opera alfieriana in effetti è il tentativo di emancipare l’uomo dalla morale, e in particolare dall’idea di un Dio creatore e legislatore. E il modo migliore per farlo, secondo l’Alfieri, è il suicidio. Fin dall’età di otto anni, lo scrive lui stesso, tentò di uccidersi mangiando l’erba del campo che pensava essere cicuta. Il suicidio è il grande tema delle sue opere (Saul, Mirra, Agamennone, Oreste eccetera).

Possiamo dire che questo tipo di pensiero prometeico che interpreta il suicidio come ultima forma di protesta e di affermazione dell’io si è pienamente affermato costituendo il tratto peculiare del mondo post-cristiano. In tale ottica il fato, il destino (i greci lo chiamavano ananke, la «necessità», che poneva un freno allo ybris dei potenti) non è più qualcosa d’indisponibile, di superiore all’uomo ma deve essere nelle sue mani di modo che egli stesso possa diventare “fatale”, per se stesso e per gli altri.

Eppure nonostante ogni delirio superomico nella dis-società occidentale lo spettro della morte torna a spaventare, anzi a terrorizzare. Non perché si abbia un qualche timore dell’aldilà o un qualche rigurgito di coscienza che teme d’essere giudicata sul bene e sul male, no. La paura in realtà non è data da ciò che aspetta il moribondo dopo che avrà lasciato questa vita ma dall’impossibilità di prevedere e controllare anche quell’ultimo atto estremo, quello decisivo, in cui cala il sipario sulla messa in scena dell’homo deus, dello ubermensch nicciano che proclama la “morte di Dio” mentre porta iscritto in sé il proprio fatale conto alla rovescia. È dunque la realtà stessa della morte a sbugiardare la tracotanza dell’uomo che sfida gli dèi infrangendo le loro leggi.

Ma lungi dal ricondurre l’uomo “al reale” lo spettro della morte involontaria ha scatenato l’angoscia, ha rigettato l’uomo posseduto dal suo stesso delirio nello sconforto dell’ignoto. L’unico modo per evitare lo scontro salutare con la realtà che porterebbe alla disfatta dell’orgoglio e al suo rinsavimento riconoscendo la verità del verdetto genesiaco “polvere sei e in polvere ritornerai”, è gettarsi a capofitto tra le braccia della tecno-scienza pronti a compiere qualsiasi pratica, anche la più aberrante, pur di assicurarsi “un posto in paradiso”, nel mondo nuovo della salute perpetua e della libertà assoluta.

In tal modo umiliando ogni logica ed efficacia clinica è stato possibile che la mascherina e i guanti monouso assurgessero a vere e proprie maschere apotropaiche, paramenti liturgici della nuova religione transumanizzante.

Nuovi riti e formule hanno già incominciato a scandire la liturgia di una nuova umanità medicalizzata guidata dai custodi “della salute”. Rivestiti di alba ed amitto i nuovi sacerdoti del “bene supremo” custodiscono e dispensano la divinità venerata e manipolata nei sacri templi dei laboratori e delle cliniche.

Purtroppo tutte le narrazioni utopiche si rivelano essere fatalmente distopiche, poiché dietro ai bagliori seducenti del progresso e del sapere tecno-scientifico si celano soluzioni oscure e disumane. Infatti non appena sarà passato lo spauracchio intollerabile della morte involontaria il novello “Comitato di Salute Pubblica” tornerà a proclamare con rinnovata persuasione e filantropica carità il dono dell’eutanasia, il dono della morte, a tutti coloro che lo desiderano (e anche a quelli che non la desiderano).

In effetti bisogna garantire la salute no? Anche quand’essa si chiama morte. E se la salute è un diritto, il suicidio deve rientrare a pieno titolo nei “trattamenti sanitari” garantiti a tutti dalla società delle libertà. D’altra parte nella privazione progressiva di ogni dignità umana cui stiamo assistendo un diritto inalienabile è stato sempre garantito e promosso, anche quando era severamente vietato uscire per andare a trovare il padre morente, il diritto ad abortire, il diritto ad uccidere il figlio. Morte quindi solo se voluta, cercata e soprattutto medicalizzata.

Questa è la vera faccia della necrocultura che con una mano offre (idealmente) salute e benessere e con l’altra offre (realmente) morte, aborto, smantellamento dell’umano attraverso la negazione della sua identità sessuale, decostruzione della psiche umana mediante l’abbattimento della famiglia naturale, suicidio (assistito si capisce) ecc.

Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza che venisse inculcata alle masse la lezioncina moralistica dell’obbedienza socialista permeante e uniformante. Scheletro di una pseudomorale che si esprime in piccoli precetti ma dalla forza così cogente e irresistibile da gridare vendetta al cospetto dell’opinione pubblica, pronta a scagliarsi contro ogni dissidente del disordine costituito. Uno tra i tanti è l’obbligo alla “responsabilità”.

Sono 70 anni che la dis-società occidentale, sazia e disperata – come la definì il cardinal Biffi – viene fustigata, disattivata e resa inoffensiva con il concetto di “responsabilità”. “Responsabile” è chi mette al mondo 1,2 figli, di più sarebbe da irresponsabili, peggio, da egoisti (in questo, bisogna dargliene merito, il Concilio Vaticano II ha dato un grande contributo lanciando lo slogan della “paternità responsabile)! “Responsabile” è chi abortisce un figlio non voluto o malato (quindi non voluto) perché è buona creanza che la tutela della salute permetta che nascano solo bambini sani e in condizioni agiate. “Responsabile” è chi divorzia dalla propria moglie se “sente” di non amarla più. “Responsabile” è chi sopprime gli ammalati in nome di una compassione che non è superiore a quella di Josef Mengele o di Peter Singer. “Responsabile” è colui che decide di togliersi la vita perché “ha il diritto di farlo” o perché “non vuole essere di peso agli altri”. “Responsabile” è colui che firma per la donazione degli organi per “salvare” altruisticamente gli altri, ignaro che per poterlo fare deve essere vivo, cuore battente, profondamente sedato, sventrato e infine ucciso. “Responsabile” è chi decide di amputarsi il membro maschile per farsi installare una vagina bio-plastica perché “nessuno può essere ciò che non sente e non vuole essere” (ricordate la tirannide di Alfieri e l’autopoiesi di Pico della Mirandola?). “Responsabile” è colui che si vaccina per “proteggere gli altri”, poco importa se rischia di ammalarsi o morire con un’iniezione salva-vita. “Responsabile” è colui che paga le tasse, tutte, sempre e comunque anche le più inique alimentando le strutture di corruzione e usura sociale (d’altra parte sono loro che le impongono con annesso manuale del “buon cittadino”, remissivo quindi responsabile). Ma “responsabile” è anche colui che obbedisce sempre e comunque, anche all’ingiustizia, non distinguendo più quel principio inderogabile di legge naturale secondo cui bonum faciendum et malum vitandum. Ancora, il “responsabile” è colui che rinuncia a pensare con la propria testa per conformarsi al pensiero unico di massa (ma non erano i credenti ad essere dogmatici?) detenuto e sapientemente distillato alle masse dagli “esperti” e dai “tecnici”.

Ma tutta questa grande illusione della macchina alchemico-teurgica del transumanesimo tecnoscientista capace di promettere lunga vita e prosperità (almeno ad una parte eletta della popolazione, quella responsabile e obbediente) giungerà alla sua completa consumazione soltanto quando finalmente calerà il sipario sugli effetti scenici, fumi e luci abbaglianti buoni ad impressionare le masse inebetite, e si svelerà il vero volto del “Meraviglioso Mago di Oz”. Un patetico impostore che si crede dio mentre invece è solo un uomo.

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