Tutto ciò che è reale è irrazionale

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Se dicessimo che stiamo vivendo il momento più incerto e pericoloso della storia repubblicana, forse non diremmo cosa del tutto vera, perché ci sono state elargite anche altre stagioni non meno esaltanti. Quella degli eterni sequestri di persona a scopo di estorsione, dei morti ammazzati con o senza lupara, delle bombe di ogni colore in qualunque luogo, della idiozia sessantottina diventata malattia trasmissibile via salotto borghese che ha ucciso la scuola avendo spento i cervelli, degli assassini telecomandati altrove e di quelli realizzati per iniziativa ideologica privata. L’ansia, lo sgomento e l’insicurezza di oggi non hanno risparmiato di certo neppure un passato più o meno recente.

Ora siamo tuttavia in balia di poteri e di strategie difficili da decifrare, mentre abbiamo sotto gli occhi la confusione tra i poteri dello Stato, lo slittamento della funzione del Presidente della Repubblica, gli arbitrii e l’inettitudine dei membri dell’esecutivo, la spregiudicata inosservanza delle forme istituzionali, la politicizzazione delle magistrature superiori, la amoralità politica delle maggioranze parlamentari e la indecenza inaudita delle leggi approvate, l’ossequio servile a poteri estranei, e la svendita dell’interesse nazionale. Per non dire della manipolazione della opinione pubblica appaltata ai mezzi di comunicazione. Insomma, assistiamo impotenti alla conduzione arbitraria, cervellotica e corrotta ad un tempo della cosa pubblica, da parte di un potere politico cialtrone, fintamente rappresentativo, che si regge su gambette da avanspettacolo buone solo per il voyerismo degli instancabili claqueurs. Un quadro per cui il successo dei peggiori, già paventato dagli antichi quale vizio endemico che minaccia alla base ogni regime per così dire democratico, diventa il carattere distintivo dei nostri tempi, tanto da segnare pesantemente anche l’istituzione che per mandato divino doveva offrire modelli umani di levatura superiore. 

Un quadro disperante dunque, e tuttavia capace di suscitare solo pallide reazioni, perché la massa inerte a trazione mediatica non avverte la gravità dell’arbitrio, non ne intuisce le conseguenze, non immagina alcuna possibilità di resistenza e tanto meno di opposizione attiva. Il suddito, anche quando non ossequiente, appare già segnato dalla normalizzazione. 

Ma non abbiamo di fronte semplicemente un fenomeno contingente di malgoverno, e la ignavia di chi lo subisce. Abbiamo piuttosto a che fare con le ricadute maligne di una malattia culturale degenerativa che sembra diventata incurabile. Con le conseguenze di un processo involutivo che ha minato la razionalità occidentale, le sue forme di pensiero, i suoi sistemi concettuali elaborati via via a partire dall’antichità classica per regolare la vita comune, ma anche per soddisfare esigenze spirituali profonde. Quelle forme di pensiero e quei sistemi concettuali che sono diventati nei secoli i segni distintivi della civiltà occidentale, il suo grandioso patrimonio culturale, con la poesia e la filosofia, il diritto, la politica, l’etica e l’estetica, l’arte e la scienza, il pensiero cristiano.

Attraverso l’esperienza e la riflessione sull’esistente si sono cercate le ragioni ultime che governano le cose, e sono stati elaborati i criteri capaci di orientare al meglio la vita comunitaria, da cui trae alimento anche la vita buona del singolo.

È stato osservato, in uno studio più approfondito del pensiero dei cosiddetti presocratici, come essi, con la loro ricerca dei principi primi di tutte le cose, si ponessero in realtà quali legislatori comunitari intenti ad elaborare le regole fondamentali del vivere comune e ad indicare la via per il miglioramento morale e spirituale di ciascuno in seno alla comunità di appartenenza. Jaeger ha visto anche nella letteratura più antica, a partire da quella omerica, la prima forma di paideia, cioè della educazione intesa poi quale strumento per condurre l’individuo a quella conoscenza e a quella maturazione personale, che lo metteranno nella condizione di servire degnamente la città a vantaggio di tutti. 

Si è sentita presto anche la necessità di ancorare ogni sistema concettuale, ogni forma normativa di pensiero volta ad ordinare l’esistente in vista di una vita buona ad un principio ideale, o meglio ancora ad una volontà superiore, che garantisse stabilmente a quella finalità un valore oggettivo, al di fuori e al di sopra di ogni contingenza. Allo stesso modo per cui i principi etici fondamentali, scolpiti nelle tavole della legge mosaica erano stati dettati direttamente da Dio, anche il diritto nasce generalmente come sistema di regole per una ordinata convivenza la cui oggettiva validità è garantita da una volontà superiore. Leggiamo già in un antico frammento greco: «tutte le leggi umane, vengono nutrite da una sola legge, quella divina. Essa prevale, difatti, tanto quanto vuole e basta a tutto…».

A Roma jus e justitia condividono la stessa radice che rimanda forse al comando divino, e le dodici Tavole contenenti anch’esse le norme fondamentali del vivere comune sono custodite nel tempio da un collegio dei sacerdoti, con a capo il pontefice massimo. Una carica, questa, tanto prestigiosa ed elevata da rimanere l’unica, fra le magistrature romane, a non essere soggetta a limiti di tempo. 

Anche sul versante dell’arte, i greci hanno colto nel bello la divina proporzione, e individuato nella espressione artistica tutta la consistenza e la disposizione trascendente dello spirito umano. 

Il pensiero occidentale ha conservato a lungo il senso di quelli che debbono essere i fini del diritto, il senso della buona e della cattiva politica e delle leggi di cui essa si serve, il significato dell’arte, la funzione dell’etica e della morale, la irrinunciabilità della fede religiosa, l’importanza di una sana educazione. La riflessione filosofica ha assegnato alla politica, che pure sfugge ad ogni disciplina, quale fine naturale quello del buon governo, che si realizza attraverso le buone leggi. E anche lo studio delle possibili forme di esercizio del potere, offerte dall’esperienza, ha mirato sempre ad individuare quella che meglio realizzasse il bene collettivo. 

Insomma, tutte le massime manifestazioni della razionalità occidentale nascono da esigenze e per finalità di ordine superiore, che hanno a che fare con valori assoluti, e intorno ad esse si impegnerà un pensiero capace di espandersi e fermentare, di aprirsi, anche in modo spericolato, verso sempre nuovi orizzonti speculativi. Il pensiero occidentale sempre sedotto dal nuovo, ha conosciuto straordinarie evoluzioni, ma anche tragiche involuzioni. Propulsore e vittima delle infinite turbolenze della storia, sulla quale ha inciso con nuove categorie logiche, nuovi sistemi concettuali, nuovi canoni estetici, nuovi orizzonti teologici, però senza perdere di vista per lungo tempo il senso e il fine ultimo di ogni ricerca. 

Ma gli strumenti, compresi quelli legati alle esigenze superiori dello spirito, sono destinati a trasformarsi in mezzi offensivi quando chi li manovra ne cambia la destinazione. L’occidente ha perduto il controllo delle idee che aveva coltivato, e ha perduto il controllo dei propri processi cognitivi. Ha perduto la capacità speculativa necessaria per poter leggere la realtà dell’essere e del dover essere, la elementare distinzione tra ciò che è bene e male non solo per il singolo, ma per l’intero, la coscienza che il bene individuale è tale solo se proiettato in una visione comunitaria, o almeno non in conflitto con essa. 

Senza la visione comunitaria, che proprio il logos cristiano aveva elevato a dogma di fede, si è andato perdendo il senso profondo di ogni ambito di pensiero elaborato nel tempo attraverso l’esperienza e capace di orientare le forme di vita, secondo certi fondamentali principi ispiratori. 

Il diritto, la religione, l’etica, l’economia, l’estetica, le scienze, l’educazione, hanno visto via via sfilacciarsi e confondersi il proprio significato profondo di sestante del buon vivere comune, per diventare meri strumenti o espressioni di poteri indifferenti al bene della collettività, alla conservazione virtuosa della famiglia umana. È andato perduto anche il senso del nesso tra forma e sostanza virtuosa, perché è andata perduta l’essenza stessa di quelle forme di pensiero che avevano forgiato attraverso la storia la civiltà occidentale, e tutto questo si è rivoltato inesorabilmente contro di essa.

Infatti, sulla scia della malattia degenerativa che ha colpito la razionalità si sono disarticolati anche i concettuali, e questo processo degenerativo, sempre più accelerato, ai giorni nostri ha finito per rovesciare gli stessi pilastri del vivere comune, per codificare il pervertimento della vita pubblica e privata. 

Ci siamo trovati improvvisamente ad abitare un mondo ormai capovolto, o, se si vuole, di stare su una barca che ha invertito la rotta, e corre a gran velocità verso gli scogli. Oggi, direbbe Hegel, tutto ciò che è reale è anche del tutto irrazionale. 

Il diritto e la politica, l’etica e l’estetica, la scienza e il pensiero religioso, appaiono ormai come contenitori vuoti, utilizzati a scopo di potere da un potere convinto di tenere in pugno gli umanidi, controllarli e manovrarli a piacimento attraverso il sistema mediatico e il ricatto economico. Un potere che si vede onnipotente anche grazie alla onnipotenza tecnologica. Sicché tutto quanto era stato pensato ed elaborato per la promozione umana può essere utilizzato adesso per altri fini, immancabilmente antiumani. 

Questa degenerazione di contenuti e di finalità adeguate ha trasformato ogni forma e sistema di pensiero nella stessa arma che li distrugge. 

L’esempio più appariscente quanto paradossale è quello offerto dalla teologia cattolica, la cui distruzione era condizione necessaria per arrivare, come si è arrivati, all’annientamento della Chiesa.

Soltanto una teologia forte, ancorata alla grande tradizione dottrinale, come aveva visto acutamente Benedetto XVI, e mal gliene incolse, avrebbe potuto mantenere nel “popolo di Dio” la fermezza e il conforto della fede di fronte al disincanto scientista e alla tentazione nichilistica contemporanea. Ma il processo di “disellenizzazione” della teologia cattolica, i cui snodi fatali egli descrisse icasticamente a Ratisbona, era servito a snervare tutto un pensiero religioso e quel processo non poteva essere invertito, perché funzionale alla distruzione del cattolicesimo. E questa è a sua volta indispensabile per condurre a termine l’annichilimento spirituale e intellettuale ed etico dell’individuo. 

Così proprio la Chiesa, relegato San Tommaso a curiosità turistica nel Cappellone degli Spagnoli a Santa Maria Novella, già sedotta da tempo dalle sirene che la invitavano a leggere i segni dei tempi e a mettersi al passo con essi, è diventata il catalizzatore di una totale secolarizzazione. Il suo approdo obbligato non poteva che essere l’abiura bergogliana, necessaria per chiudere l’era cristiana e rinnegare una civiltà bimillenaria, mosca cocchiera di una devastazione etica e politica minuziosamente programmata altrove. 

Ma qui interessa mettere a fuoco soprattutto il rovesciamento, che abbraccia anch’esso l’etica e la politica, avvenuto in seno al diritto. Inteso in senso ampio quale sistema normativo ancorato ad una volontà superiore che ne garantisce il valore, è espressione della esigenza di ordine e di elevazione comune, sia nella sua declinazione oggettiva di ordinamento, sia in quella soggettiva, di pretesa individuale meritevole di tutela se e in quanto coincida con l’interesse collettivo. 

Il diritto, in questo senso in qualche misura trascendente, è anche il criterio a priori per valutare “la giustizia” della norma particolare creata dal potere di turno e che può anche porsi in concreto “contra jus” cioè essere anche una legge ingiusta. Uno schema logico che sta alla base delle costituzioni moderne, sulle quali si misura appunto la legittimità costituzionale delle leggi. 

Oggi, però, sembra tornato in auge quel positivismo giuridico ottocentesco che incorpora nella legge anche un indiscutibile e oggettivo contenuto di valore, e ne fa il feticcio cui inchinarsi e basta. La obbedienza cieca alla legge particolare, qualunque cosa essa comandi, viene predicata guarda caso proprio dai sovvertitori di ogni canone etico e culturale, mentre in realtà il positivismo giuridico si inseriva nella concezione dello stato moderno che era servito a mettere fine alle guerre di religione. Si fondava su una esigenza di legalità contro il disordine e l’arbitrio. 

Gli attuali novatori in carriera, invece, sono tutti dediti al culto rigoroso della legge democraticamente votata da quando si sono accorti che essa è la più semplice delle armi di distruzione di massa. Raccomandata dall’Ue, preparata dai nuclei operativi negli uffici della presidenza del Consiglio, propagandata dal Minculpop telegiornalistico, legittimata dalle magistrature superiori, ogni legge eversiva gode di una fortuna plebiscitaria, e incute nel suddito timore reverenziale. 

Ed ecco che per legge si possono sovvertire le leggi di natura, consacrare il diritto di uccidere il nascituro, fabbricare esseri umani in laboratorio, sopprimere le vite che un terzo, o il potere, ritenga indegne di essere vissute. Grazie alla renziana “Buona Scuola”, la anomalia sessuale è stata elevata a valore culturale collettivo, da ”instillare” nelle menti inermi dei piccoli, secondo il gergo di un esemplare illustre di quel lussureggiante campionario ministeriale che non finisce mai di stupirci.

Con leggi decise altrove, e caldeggiate dagli eterni nemici interni, si minano le mura della città per aprirle alla dissoluzione di un patrimonio identitario, in vista di quella commutazione razziale che pure non viene tollerata da alcuna specie animale. La deportazione immigratoria imposta da leggi eteronome e dall’autoctono odio di sé diventa il mezzo più sbrigativo e quasi naturale, per realizzare l’idea del meticciato europeo, partorita da una mente disturbata tra le due guerre, ma apparsa subito ammaliante ai sovrani cosmopoliti del denaro, in costante delirio di onnipotenza.

La legge, e persino il più modesto provvedimento amministrativo, può diventare lo strumento efficace per avviare anche la decrescita infelice che induce poi a mettere all’asta i beni di famiglia, senza che la famiglia se ne accorga per tempo. 

Non è certo un caso che proprio dall’UE sia venuto ultimamente il grido di allarme per la violazione, da parte di Stati ancora indisciplinati, dei “principi dello Stato di diritto”. Una espressione che, a dispetto del suo significato storico di regolamentazione giuridica dei rapporti tra cittadino e Pubblica Amministrazione, diventa, nella teologia di Bruxelles, rispetto incondizionato soprattutto delle proprie imposizioni più insane. 

Ma il problema della legge ingiusta è aggravato da quello della indifferenza, o addirittura della accettazione fatalistica di ogni follia imposta per legge, per sentenza, per atto amministrativo o per decisione europea. Anche da parte dei sudditi non consenzienti 

Si tratta di un fenomeno che aggrava enormemente la gravità delle leggi ingiuste perché ne assicura la marcia trionfale, e per altro verso è speculare alla degenerazione delle leggi, della politica, del pensiero religioso, dell’arte ecc., cioè alla loro perdita di senso. 

La caduta o la distorsione del senso critico ha a che fare con la distorsione degli stessi processi cognitivi, con l’incapacità sempre più diffusa di leggere la realtà secondo parametri concettuali adeguati all’oggetto, cioè secondo quei corretti criteri di valutazione da cui dipende la correttezza del ragionamento e dell’intero processo cognitivo.

Senza idonei criteri di valutazione, il pensiero perde il normale orientamento e ogni forma di conoscenza viene falsificata proprio a causa della falsificazione del piano concettuale. Ogni capacità critica viene neutralizzata o deviata. 

Del resto, come senza l’unità di misura, non è possibile pesare alcunché, senza un corretto criterio valutativo non è possibile distinguere tra l’essere e il dover essere, tra il bene e il male. A meno di non voler giudicare, che rimane anche il modo migliore per sottrarsi al giudizio.

Ecco dunque come dalla confusione dei piani concettuali viene meno la possibilità stessa di misurare la giustizia sostanziale, ovvero la legittimità della legge particolare, la sua aderenza al sistema di valori e di principi fondamentali che guidano utilmente la vita comunitaria. Si diffondono e imperversano le idee sconnesse che alimentano una chiacchiera petulante intorno al nulla, il disorientamento generale, e finiscono per paralizzare insieme ad ogni seria capacità critica anche la capacità di reazione.

Basti pensare a come certe farneticazioni intorno al diritto e allo storto, alle esotiche felicità da assicurare per legge quale segno supremo di progresso civile, alle diversità ugualitarie, hanno consolidato l’imposizione omosessualista fino alla legge che eleva a valore giuridico collettivo le pulsioni coniugali e genitoriali della pederastia dilagante. Il tutto in un orizzonte speculativo congeniale alla promotrice della legge in questione, per cui potrebbe apparire ragionevole d’ora in poi anche frustare la propria bicicletta per indurla ad andare più veloce, sul presupposto che il velocipede, poiché si muove, appartiene al mondo animale. 

La confusione dei piani concettuali, e la conseguente manipolazione delle parole, riescono nell’impresa stupefacente di rovesciare ogni evidenza.

Come accade intorno al cosiddetto fenomeno migratorio e alla programmata sostituzione di popolo. Qui la truffa dei falsi principi e dei falsi concetti, generosamente elargita non solo dalla speculazione boldriniana, ma anche nelle sedi prestigiose del pensiero filosofico più evoluto, si fa imbarazzante. Che l’invasione dell’Italia corrisponda ad un programma delittuoso di colonizzazione forzata, elaborato altrove e imposto con finalità doppiamente distruttive a governi irresponsabili, corrotti o imbelli, è ormai un fatto notorio, e in ogni caso comprensibile con l’impiego di una logica elementare.

Ma l’intellettuale di professione, quello che Costanzo Preve definiva come l’esemplare umano più stupido attualmente in circolazione, gonfia il proprio ego umanitario con la forte coscienza di una particolare superiorità morale e intellettuale, e assimila il legittimo istinto di difesa ad una inqualificabile pulsione regressiva. Qualcuno invoca persino l’esempio degli antichi che avrebbero costruito le proprie fortune e la propria civiltà sulle commistioni, con lungimirante anticipo sulla dottrina boldriniana delle risorse. Sembra che nessuno di costoro sia in grado di studiare o almeno solo osservare anche i movimenti dissennati della geopolitica per trarne qualche informazione. Segno di quanto fondata sia stata la diagnosi di Preve. 

Del resto anche la manipolazione e l’abuso del concetto di arte, complice la difficoltà della sua definizione, hanno sortito la perdita dell’idea della bellezza creata dall’uomo, il cui valore trascendente ha illuminato e forgiato la stessa storia della civiltà occidentale. Così la storia ormai rinnegata e l’abiura estetica concorrono rovinosamente all’imbarbarimento generale. 

Insomma, la confusione dei piani concettuali, ovvero le idee confuse o ottuse tout court, retroagendo sulla formazione del pensiero individuale, alimentano quelle correnti di false opinioni che vanno a fondare un cieco “consenso” in qualunque campo. Il consenso necessario perché venga sfornata in via parlamentare qualunque democratica sciocchezza. 

E la sciocchezza è ora tanto audace e strutturata da permettersi, a dispetto della tempesta pandemica, o forse proprio grazie a questa, di alzare alta sul pennone delle conquiste di civiltà una legge fatta ad immagine e somiglianza del signor Zan. L’ennesimo esempio di come, attraverso l’inquinamento delle idee e le parole adulterate, maggioranze senza cervello possano attaccare impunemente dalle fondamenta lo stesso ordinamento, nel nome irridente della democrazia.

Infatti la condizione paradossale a cui sembriamo condannati come popolo è quella di prigionieri rinchiusi in una gabbia solidissima per via democratica, cioè per loro libera volontà. Ma forse si tratta di una condizione che potrebbe essere capovolta con una spallata, solo se si saldasse nella coscienza collettiva la piena consapevolezza che in realtà il carceriere è abusivo, che la gabbia è di cartapesta, che i paesaggi istituzionali sono immaginari come quinte teatrali, e i burattinai hanno la stessa sostanza infiammabile e precaria dei burattini. Senza questa consapevolezza, continuiamo a sostenere una sconcia messinscena quali comparse che non sentono tutta l’urgenza di uscire all’aria aperta, radendo al suolo il baraccone, tuttora convinte della sua robustezza strutturale, e impaurite dalla stessa idea della rivolta.

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3 commenti su “Tutto ciò che è reale è irrazionale”

  1. Ci hanno raccontato che la ragione è una conquista dell’illuminismo settecentesco, in verità ha radici lunghe almeno trenta secoli.
    Ci hanno raccontato che i francesi ci hanno portato in dono la libertà, in verità la libertà è un dono che abbiamo ricevuto da Gesù da quasi venti secoli.

  2. Cara Patrizia, ti propongo, a riprova totale di quanto dici, un divertente esperimento: prova a rivedere il film capolavoro “L’invasione degli ultracorpi”, film cult di serie B (ma con le idee contenute in 10 minuti di un film così oggi ne sfornerebbero 100), sostituendo al comunismo (questo era l’invasore di allora) l’idiozia totale.
    Il mondo si è proprio capovolto!
    Bruno PD

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