Un certo gender di ideologia. E un certo gender di cecità

Carlo Galli ha tenuto di recente una serie di corpose lezioni sull’ideologia, il tema da lui trattato in un libro di imminente pubblicazione. L’ideologia è figlia minore e un po’ bastarda della filosofia occidentale e fa la propria comparsa quando la modernità, messo da parte ogni fondamento trascendente, ha creato sistemi di idee capaci di orientare l’agire politico e organizzare i rapporti sociali secondo criteri prestabiliti, con “il fine strutturale di creare una nuova realtà socio politica”. Cosa dunque recente, sconosciuta non solo all’antichità greco romana e al medioevo, ma estranea anche al pensiero di Machiavelli, perché, fino alle soglie della rivoluzione francese, nessun potere aveva sentito la necessità di appoggiarsi su una trama definita di idee su cui fondare le proprie iniziative politiche. E se il termine, come è noto, era stato coniato da Destutt de Tracy per dare un nome alla propria filosofia, ben presto ha finito per indicare utilmente questa nuova realtà, per cui “la potenza del pensiero sfonda la realtà come si presenta e la ritraduce alla luce di un’idea”.

L’ideologia è insomma ogni impalcatura ideale che, al pari di quelle formatasi fra convulsioni giacobine e reazioni controrivoluzionarie, da due secoli a questa parte pretende di imporsi sull’esistente per creare una nuova società. Dopo la rivoluzione è venuto il liberalismo ottocentesco, quindi le ideologie totalitarie del novecento le quali sono state tutte soppiantate a loro volta dal neoliberismo che ora, anche sotto mentite spoglie, domina un po’ tutto il nostro scacchiere politico.

Galli però, presentando il proprio studio minuzioso e articolato, avverte di avere voluto condurre un’analisi scientifica per definire i confini teoretici, la genesi e le manifestazioni del fenomeno, ma rifuggendo da ogni indagine sostanziale sui contenuti delle diverse ideologie, e da ogni valutazione di merito perché questo esulerebbe proprio da un interesse puramente scientifico. Infatti i contenuti sarebbero irrilevanti per chi vuole osservare le cose solo dal punto di vista teorico.

Tuttavia si tratta di una premessa metodologica che lascia piuttosto perplessi: infatti, se l’ideologia ha il fine strutturale di creare una nuova realtà sociopolitica, c’è da chiedersi come si fa a misurare la sua forza innovativa senza prendere in considerazione proprio i contenuti delle idee messe in campo. In altre parole, non si vede come, per misurare la carica eversiva e ricostruttiva di un certo apparato di pensiero ideologico, e quindi per individuarlo come ideologia, sia possibile prescindere dai suoi contenuti concreti, ovvero dai fini immediati e dai mezzi, dai “valori” esibiti, dai concreti obiettivi distruttivi e da ciò che si vuole costruire o ricostruire.

Non solo. Poiché si dice, a ragione, che una ideologia, per definirsi tale, non può non avere un nemico contro il quale le idee vengono fatte valere, è evidente che una tale contrapposizione si forma proprio sui contenuti, e proprio su questo terreno emerge la qualità e la misura di una pretesa eversiva. Non per nulla, ad esempio, è proprio la guerra ideologica contro ogni forma di “sovranismo” politico, economico o culturale, a rispecchiare gli obiettivi e le pretese egemoniche della macchina neoliberista ora dominata dall’oligarchia politico finanziaria.

Ma il fatto che siano proprio i contenuti a permettere di definire l’ideologia quale “strumento di sfondamento della realtà socio politica” appare evidente quando Galli, dopo la accurata indagine sulla teoria, sulla storia e sulle forme dell’ideologia, approda al gender, un fenomeno che non poteva essere ignorato data la sua prepotente e ormai parossistica invasività, e che allo stesso sentire comune appare come ideologico per eccellenza.

Invece l’autore si affretta a definirlo come una “quasi ideologia”. Un po’ come i giuristi bizantini che, per certi fatti umani difficili da costringere nelle loro classificazioni, crearono la categoria dei quasi contratti e dei quasi delitti. Dunque il gender non sarebbe propriamente una ideologia “perché non ha il fine strutturale di creare una nuova società, non esercita una funzione politica, non ambisce come tutte le ideologie a creare una nuova realtà socio politica”.

Ora, anzitutto si può osservare come la presunta innocenza del gender quanto ad obiettivi eversivi non possa che essere tratta proprio dai contenuti, e che quindi siano essi ad essere ritenuti privi di portata ideologica. Ma, a parte questo, ciò che emerge in modo allarmante è soprattutto la sottovalutazione della portata eversiva di un fenomeno la cui carica distruttiva tutti dovrebbero riconoscere a prima vista.

Anzitutto Galli, dopo avere convenuto, a proposito della antica diatriba sul rapporto tra natura e cultura, che l’educazione forma il genere, non può però non sorridere del demenziale uso diffuso anzitutto in America, ma ormai sbarcato anche da noi dove ha raggiunto gli uffici amministrativi, di personalizzare la grammatica in ragione della fluttuante comprensione individuale del proprio genere. Cosa che si colloca bene nel programma neoliberista delle privatizzazioni. Ma ammette, bontà sua, che si entra nel paradosso quando l’autocomprensione arriva ad infischiarsi della fisiologia. Nonostante questo approdo demenziale, tuttavia rimane il fatto che non si tratterebbe comunque di vera e propria ideologia a sé “perché non aggredisce le strutture economiche, non produce effetti politici, non cambia il mondo”.

A questo punto bisogna chiedersi che cosa si intenda qui per effetti politici e quando e come si dovrebbe misurare un cambiamento del mondo. Basterebbe ricordare come Margaret Thatcher, ninfa egeria del neoliberismo, ammettesse che questo mira a impossessarsi delle anime. E lo stravolgimento delittuoso dei canoni naturali nella psiche indifesa dei più piccoli risponde perfettamente a quel tipo di rapina.

Basterebbe cioè ricordare che il gender è l’ariete che disintegra le coscienze attraverso l’educazione scolastica. Con il paradosso di imporre una distorsione culturale anche in via amministrativa dopo la chiacchiera petulante sulla pervasività della educazione in famiglia dove si ha l’ardire di allevare le femmine come femmine e i maschi come maschi.

Infatti il campo di battaglia principale di questa macchina da guerra è quello dell’educazione. L’obiettivo dichiarato ormai apertamente è quello di agire proprio sui piccoli sul presupposto che debba approfittare del momento in cui hanno ancora un certo grado di fluidità. “Perché a quattordici anni è già tardi” come suggeriva la professionista lesbica ai futuri avvocati cui teneva una dotta lezione sul gender volta ad arricchire la loro preparazione giuridica.

Agire sull’educazione, quella alla quale è stata imputato il perverso sopruso di creare artificialmente il genere femminile e maschile attraverso la assegnazione predeterminata e antidemocratica di bambole e pistole, significa, per le lobby omosessualiste al potere, inoculare l’indifferentismo sessuale come il politicamente corretto cerca di inoculare l’indifferentismo identitario, culturale e razziale. Come, nel disegno di annullamento della identità occidentale, si mira a cancellare la storia che fornisce ai singoli e alle collettività le coordinate per collocarsi spiritualmente ed eticamente. Per non avvertire su di sé solo l’anomia dell’insetto.

Intanto questa criminale campagna di genderizzazione dei più giovani è avvolta nella tela di un significativo paradosso: l’intellettuale orgoglioso di esibire ancora il proprio blasone di “sinistra” che ha la stessa dignità distintiva del frac di Calogero Sedara, da un lato imputa al neoliberismo ogni perversa opera di massificazione e depressione culturale per il fine di quell’annullamento identitario che è funzionale al profitto e al dominio. Dall’altro, difende le applicazioni pratiche di quei piani di omologazione quando, spostando il proprio punto di osservazione, riesce ad inquadrarli nella cornice santificante della libertà.

Ma questo è uno dei tanti paradossi in cui si è smarrito un pensiero schizofrenico, una società disorientata, priva ormai anche dalla guida spirituale assicuratale per secoli dalla Chiesa e una politica che vaga confusa nello spazio chiuso concessogli dai poteri che la controllano. 

Ma non stupisce soltanto la sottovalutazione del fenomeno in sé, e delle sue micidiali conseguenze a breve e lungo termine sugli individui e sulla società. Sorprende anche il fatto che ne vengano ignorate la genesi e le articolazioni all’interno di un programma eversivo più ampio e perfettamente documentabile. Un programma che per realizzarsi si è avvalso di una formidabile strategia mediatica, della penetrazione guidata nella rete dei sistemi educativi, nella distorsione programmata di principi giuridici e di istanze culturali.

Infatti, quanto alla genesi di questo grumo di idee sciolte da ogni criterio logico e gnoseologico, Galli tiene a precisare di non pensare minimamente che esse abbiano una qualche precisa paternità: “non ho detto che nasce perché qualcuno si inventa questa roba. Sarei un complottista (!)”; invece “tutto pullula all’interno di ciò che resta del neoliberismo”. Senza però diventare vera e propria ideologia a sé “perché non aggredisce le strutture economiche, non produce effetti politici, non cambia il mondo”

Eppure, quanto alla genesi specifica del gender, non occorre marchiarsi del titolo infamante di complottista per scoprire tutti i passaggi di questa storia, che non nasce affatto dal nulla per germinazione spontanea, come vorrebbe quel riferimento al suo “pullulare all’interno del neoliberismo”.

Di certo è il prodotto più avanzato della deculturazione funzionale al sistema capitalistico, del marchingegno mediatico preposto alla confusione e manipolazione delle idee, soprattutto nei giovani. Il tutto in vista del mondo nuovo figlio del delirio di onnipotenza di pochi dissennati coi quali dobbiamo sperare di potere regolare i conti, prima o poi.

Anche se appare disdicevole a intellettuali che non rinuncerebbero al marchio “di sinistra” pensare all’esistenza di un piano strategico elaborato, poi varato e ora in piena fase di realizzazione pratica con la penetrazione nei sistemi educativi, questo è nei fatti. Del resto, se con estrema superficialità non si riesce a coglierne la tragica carica distruttiva della società e del singolo individuo è anche facile che non ci si dia la pena di studiarne la genesi e la crescita esponenziale grazie al lavorio di quei poteri che ora, sempre più allo scoperto, puntano a farsi demiurghi di un demenziale caos planetario.

Eppure, a fugare ogni dubbio sulla impossibile emersione spontanea di idee che scaturirebbero dai sensi profondi dell’uomo e dalle sue esigenze primarie basta scorrere gli atti delle conferenze internazionali organizzate da quel depositario dell’etica mondiale che si chiama ONU e che, come è noto, prospera a spese del suo contribuente più generoso e più affaccendato a creare una natura alternativa e migliore rispetto a quella che possiamo abbracciare a occhio nudo, una natura funzionale al proprio disegno egemonico in essere.

Nei documenti elaborati in quelle Conferenze, che già vent’anni fa Dale O’Leary raccolse in un libro prezioso, conferenze tutte presentate immancabilmente come volte al progresso materiale e spirituale dell’uomo, tutte ispirate ad una filantropia cosmica sostitutiva della antica Divina Provvidenza, hanno dato avvio già dagli anni ottanta alla insinuazione per piccoli passi delle idee demenziali che oggi circolano ormai indisturbate secondo un piano preciso, ad una accorta sapiente penetrazione di false immagini della realtà condotta a partire dal discorso pretesamente filosofico intorno a natura e cultura che da due secoli è impegnato a minare paternità e famiglia e a staccare l’individuo dalle proprie radici morali e spirituali. 

Sarebbe bastata la fatica di seguire il cammino prima sotterraneo e poi sempre più scoperto di un sistema di pensiero elaborato da centri di potere determinati e perfettamente individuabili, con lo scopo sempre più scoperto di sconvolgere un ordine etico e razionale che presiede alla sopravvivenza stessa dell’uomo nella salvaguardia del suo equilibrio psicofisico. 

Basterebbe avere seguito il corso della strategia comunicativa che ha creato il grado di assuefazione necessario per indebolire l’istinto di reazione verso ciò che cozza contro l’evidenza. Sarebbe bastato seguire la penetrazione pervasiva di una falsa rappresentazione della realtà nei soggetti culturalmente disarmati attraverso le attrattive di un linguaggio politicamente nobilitato e nobilitante. Come non comprendere la suggestione persuasiva indotta attraverso la magia del “diritto”, della “libertà” e della “non discriminazione” applicata a casaccio ai più sconcertanti dei paradossi, senza che venga verificata la mancanza di senso specifico. 

Il gender, con la sua perversa carica distruttiva, si è fatto strada nei gangli vitali della società come una metastasi inarrestabile grazie alle colpevoli sottovalutazioni e alla sufficienza con cui ci si è risparmiati la fatica di capire, riflettere e acquisire adeguata conoscenza del fenomeno e delle sue articolazioni. Una conoscenza che consentirebbe di mettere a fuoco la sua realtà e le sue minacciose promesse. Senza contare, cosa che a distanza di anni continua inspiegabilmente a rimanere inosservata, che è stata la Buona Scuola del noto trio Renzi, Boschi, Giannini, a consacrare per legge la licenza di applicare il gender attraverso i programmi scolastici. 

Il gender non è né la stravagante invenzione di qualche innocuo scriteriato incapace di influire “sulle strutture”, né la declinazione più avanzata delle storiche rivendicazioni egualitarie e libertarie che certi giovani nostalgici di certe battaglie sociali del passato si illudono di poter combattere. Questi giovani volenterosi, che pensano di soddisfare la propria presunta identità di sinistra attraverso la costante attenzione ai problemi sociali, hanno finito per ridurli a una ormai obsoleta questione femminile, tenuta artificialmente in piedi proprio per l’esigenza demagogica e propagandistica di inventare una lotta comune tra presunti emarginati capace di accreditare valore sociale anche alla libera scelta del proprio genere. E non sospettano che anche questo romantico copione è stato scritto dai sapienti impresari come tutte le altre parti in commedia. Non possono pensare che il gender è solo il tentativo perverso di sradicare dai fondamenti naturali una intera società attraverso la disintegrazione mentale e morale e fisica del singolo individuo aggredito nel momento della sua massima fragilità. Un individuo che rimarrà segnato irreversibilmente dal mostruoso arbitrio subito.

Il gender, anche nelle sue proiezioni linguistiche e grammaticali, può far ridere e riassume bene l’involuzione intellettuale di un’epoca che, ubriacata dai miracoli della tecnica, ha smesso di pensare la realtà qual è e come deve essere ciò che è buono per una vita buona di tutti. Tuttavia non bisogna neppure soffermarsi troppo sull’aspetto ridicolo, che pure sfugge a tanti pensosi psicoanalisti di rango televisivo, perché esso finisce per affievolire la percezione della macchina eversiva che vi lavora a pieno regime.

C’è però da aggiungere come il linguaggio comune abbia finito per inserire spontaneamente nel campo dell’ideologia ogni schema di pensiero, ogni assunzione automatica di posizione politica ovvero partitica, anche in barba ad incongruenze e contraddizioni rispetto alla matrice propriamente ideologica e magari ideale. Ideologica è ormai nel linguaggio corrente ogni presa di posizione stereotipica che, facendo a meno del pensiero critico e autocritico, ingessa la vita politica e la svuota di ogni vitalità e di ogni aderenza alla realtà dei fatti, segnandone la mortifera alienazione. Una traslazione di significato avvenuta facilmente, come si capisce, in ragione degli schemi concettuali, dei topoi che sono propri delle ideologie vere e proprie.

Insomma, la fissità delle posizioni partitiche diventa la caricatura della coerenza ideale di una ideologia vera che, se da un lato fotografa la sostanziale nullificazione del pensiero politico, dall’altro rischia di banalizzare la portata eversiva di un’ideologia vera e propria, potentissima e proteiforme che estende su tutto le proprie propaggini avvelenate. Si può dire che la ideologia più distruttiva prospera anche grazie alla cementazione ideologica del pensiero partitico. Quello che fa amare il bancario universale, gli affossatori costituzionali, la tirannia capitalistica, l’impoverimento degli altri, la schiavitù di tutti, la sottomissione anima e corpo al padrone; e che ha come motto il vecchio armiamoci e partite. Insomma, la democrazia. Delle posizioni partitiche di altri del tutto privi di qualunque forma di pensiero non è il caso di parlare.

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