Un viaggio cattolico attraverso la Genova bene – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

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zzzzmntnvbgnIl cittadino superiore della Genova bene – altrimenti detta anglo-liberale – mette in scena un’inconsapevole macchietta, l’imitazione del gentiluomo attivo in una City mediterranea, dipinta da un immaginario fumo di Londra.

Ai più alti e sapienti livelli il genovese distinto e liberale vive nella convinzione che la propria distinzione obbedisca alla  logica dei distinti, oscuramente elucubrata da Benedetto Croce.

La cittadinanza bene, oltre la nascita nei quartieri eletti, contempla – ovviamente –  l’obbligata frequentazione dei negozi esclusivi, a modo loro iniziatici/eleusini.

Un altezzoso, solenne e roboante caramellaio del centro storico, ad esempio, inventò un compunto quasi lugubre dolcetto, che, in sprezzo del ridicolo, definì quaresimale vulgo cimiteriale.

In un altro incensato negozio officiava il rito della vendita un superbo distributore di fatidici, esclusivi foulard francesi. Al suo locale, figura mercantile del tempio iniziatico, si accede facendo scorrere una porta a vetri, che ha l’apparenza (volutamente?) ingannevole di una porta a spinta.

Un’avventizia/ingenua aspirante all’ammissione nell’alta società genovese si presentò, in ora mattutina, per interpretare un disgraziato, umiliante dramma esoterico.

La candidata alla cittadinanza bene, purtroppo, non conosceva i segreti del  negozio e perciò spinse la porta, che purtroppo la respinse, due o tre volte. Infine il titolare si avvicinò con distinta flemma, fece scorrere la barriera sociale e invitò la sudata postulante ad entrare nel luogo squisito/ambito.

L’infelice aspirante dichiarò l’intenzione di acquistare uno dei celebrati e venerati foulard, pregiati stemmi ed emblemi dell’appartenenza all’ambita città Bene.

In punta di piedi il magico officiante allungò le braccia verso il più alto scaffale, quello delle rimanenze, e alla cieca ne trasse un foulard d’insuccesso. Con gesto ieratico lo stese sul banco.

La candidata contemplò ma non osò manifestare la propria insoddisfazione. Impassibile lo sguardo del raffinato venditore, il quale lodò, con voce avvolgente, l’oggetto indesiderato. “E’ carino, vero?”. L’infelice/frastornata tacque a lungo, prima di pronunciare la domanda eroica: “Potrei vedere un altro foulard, signor Delfinetto?”.

Nuovamente l’officiante allungò le braccia verso il piano degli oggetti infelici, detti scarti della borghesia. “Questo è perfetto. E’ adatto alla sua pelle chiara”. Pallida e sudaticcia, a dire il vero. Ma l’officiante incalzò imperterrito: “Lo incarto? Se è un regalo può scrivere un biglietto”. E consegnò alla coatta una stilografica d’oro e un cartoncino. L’incauta tacque, restituì penna e biglietto, pagò e uscì  estenuata dall’incuboso negozio. Il pacchetto della sua plebea subalternità pesava dolorosamente.

Contraltare della sussiegosa/imperiosa/fatua Genova bene, la borghesia cattolica è narrata con singolare e collaudata maestria da Maria Antonietta Novara Biagini, autrice di un’avvincente saga  familiare, Nonna non raccontava le favole, proposta in questi giorni dall’editore veronese Gondolin, e apprezzato in Genova da una folta squadra di amanti dei nobili ricordi e del bello stile. Fra i quali, insieme con lo scrivente, figurano autorevoli esponenti della dissidenza al bene grigio fumante nella città grottesca.

Concepite nel categorico, allegro rifiuto dello snobismo, le pagine della Novara hanno i profumo e il fascino delle cose semplici, apprezzate dalla gente cattolica di fine Ottocento:. Un cibo povero e inelegante diventa il simbolo della città altra:  “Arrivati in piazza San Domenico, che proprio in quell’anno fu poi ribattezzata piazza De Ferrari, scesero per Vico Casana. Papà era goloso di trippe e ne acquistò un bel pacco, da affidare a Ofelia perché la cucinasse quella sera”.

La semplicità di vita non escludeva la partecipazione di un familiare, arruolato nell’esercito dello Zar, alla guerra di Crimea, “grazie alla quale i civilizzatori massonici anglo-franco-piemontesi, avevano impedito alla Santa Madre Russa di liberare i cristiani dei Balcani dal giogo turco”, afferma l’autrice rammentando una non felice impresa progettata e attuata da Camillo Benso di Cavour al fine di modernizzare il Regno di Sardegna.

Quantunque estranea perfettamente alla deplorata ideologia fascista, l’autrice non nasconde la pietà per i vinti e non tace la vergogna dei vincitori, che negavano ai parenti dei caduti perfino il diritto di indossare un segno di lutto: “era arrivata la libertà, quindi si consumarono spietate vendette contro gli sconfitti della guerra civile. Scorreva il sangue dei vinti e anche dei preti colpevoli solo di essere preti”. 

Pulla, una  giovane madre appartenente alla storica famiglia fu bersaglio di male parole, che attribuivano a un tedesco la paternità del suo bambino “rispondeva per le rime e le brutte arpie che, come membri del CLN, pattugliavano le strade per controllare la moralità pubblica furono messe al loro posto e non osarono più avanzare i loro osceni sospetti”.

Nel concerto delle autorevoli e autorevolissime ciance intorno al sentire comune, la verità testimoniata dalla nobile vicenda di una famiglia cattolica rappresenta la voce della verità storica repressa e umiliata dalla storiografia a senso unico e dalla morale imposta dagli eredi del senatore di giustizia, Gemisto Moranino e dai reggi coda della sua ingloriosa memoria.

Il libro di Maria Antonietta Novara Biagini è in vendita a 16 euro nelle buon librerie cattoliche e, nell’eventuale non improbabile latitanza di cattolicità nelle deputate rivendite, può essere ordinato all’editrice veronese Fede & Cultura, CLICCANDO QUI

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fonte: blog dell’Autore

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