Per una “Carta del partito cattolico”. Materiali ai fini di una pubblica discussione (seconda parte) – di Paolo Pasqualucci

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Questi “materiali” mirano a suscitare una discussione il più possibile aperta e globale, al fine di giungere all’elaborazione di una “Carta del partito cattolico”. Si concentrano soprattutto sui princìpi fondamentali.  Le parti di testo fra parentesi costituiscono approfondimenti su di un punto specifico, che mirano anche ad offrire spunti per la discussione.  L’esposizione è divisa in  quattro  sezioni.  Laprima riguarda il concetto di partito politico e le sue caratteristiche essenziali.  La seconda i princìpi etici e religiosi inderogabili.  La terza i princìpi civili.  La quarta i princìpi politici in senso stretto, concernenti la forma di governo o Stato, l’idea di patria e di nazione in relazione alle presenti esigenze storiche.

 di Paolo Pasqualucci

(seconda e ultima parte – per leggere la prima parte, CLICCA QUI)

 

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I principi civili professati dal partito cattolico

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zzprlmntIl campo delle libertà individuali chiamate anche civili , che comprendono la sfera della cultura, della politica, dell’economia, della religione, dell’educazione, coinvolge sempre i principi della morale e religiosi, anche se indirettamente.  Alla libertà  individuale  uomini e donne hanno sempre tenuto, in tutte le epoche ed in tutti i regimi.  Se è però lasciata in balìa di un individualismo senza principi e senza confini, essa degenera nella più totale corruzione dei costumi e nell’anarchia sociale, provocando alla fine il crollo della società e dello Stato.  Il partito cattolico riconosce pertanto come legittima l’esigenza della libertà individuale, che tuttavia deve sempre esser concepita in armonia con le superiori esigenze del bene comune e del bene sommo.  L’ eccesso  di libertà nelle nostre società, diventata “deregulation” in tutti i campi, ha prodotto  tre mostri  che nessuno riesce più a controllare, nemmeno gli Stati più potenti:  — il mercato finanziario globale, che muove istantaneamente in tutto il mondo masse gigantesche di denaro, superiori a quelle dei bilanci dei più grandi Stati; — la rete internet globale, che penetra dappertutto, fin dentro la nostra privacy, e ci inonda con un  oceano di pornografia, allo stato inarrestabile; — i media in senso stretto, collegati all’internet, che cavalcano impunemente quella tigre che è l’opinione pubblica, da loro nutrita e condizionata secondo i canoni del “politicamente corretto”.   Il problema del nostro tempo non consiste nell’ottenere ancora maggior libertà o maggiore “democrazia”; consiste nel porre con le leggi i giusti limiti ad una libertà diventata senza confini, nel cui regno prosperano indisturbati gruppi di pressione che emarginano e perseguitano chi osa anche solo criticare gli pseudo-valori della “deregulation” generale.

a.  Le tradizionali  libertà  di opinione, associazione, movimento sono riconosciute dal partito cattolico ma sempre nell’ambito delle leggi e quindi subordinatamente al bene comune.  I diritti politici sono ricompresi in queste libertà.  Non si ammette il principio di una libertà individuale che non possa sopportare limitazioni, se non stabilite dall’individuo stesso, cosa praticamente impossibile a verificarsi.

b.  È riconosciuta la libertà di insegnamento, mantenendosi il sistema misto attualmente in vigore, ossia di scuola pubblica e privata.

c.  Si propone il ristabilimento di un programma ministeriale unico obbligatorio per tutto il sistema scolastico, comprensivo di tutta la nostra storia culturale, lasciato però alla libertà individuale dell’insegnante quanto alla sua esposizione.

(Uguali per tutti le cose da studiare, nelle varie discipline, non il modo nel quale il singolo professore ce le farà apprendere.  In tal modo la libertà d’insegnamento si potrà conciliare con quella di una valida preparazione culturale).

d.  L’insegnamento ufficiale deve esser obbligatoriamente svolto in lingua  italiana, tranne che nel caso dei cosiddetti  “lettori” di madre lingua straniera aggregati ai corsi di lingua e letteratura straniera.

(I corsi tenuti da qualche tempo solo  in lingua inglese da professori italiani in università come la Bocconi, che ha abolito l’italiano, saranno soppressi.  La scuola deve prima di tutto difendere e mantenere l’identità culturale nazionale.  La libertà d’insegnamento non può estendersi al punto da eliminare la lingua italiana dall’insegnamento stesso).

e.  Il partito cattolico professa il massimo rispetto per la proprietà privata e la libertà d’impresa, che considera fondamentali nell’ambito delle libertà civili  e necessarie alla prosperità della nazione.

(Si propone di sviluppare il più possibile le attività produttive, cosa che va fatta unitamente ad una politica che favorisca una sana vita famigliare, capace di tradursi in famiglie prolifiche.  Dobbiamo, infatti,  ricostituire il popolo, come entità numerica, per avere gli operai, i contadini, gli artigiani, gli ingegneri, gli insegnanti, insomma tutti gli artefici diretti ed indiretti della produzione,  gli artefici  ed  i  produttori  che ci mancano).

f.  Di contro al liberalismo assoluto dell’Unione europea, tuttavia costretto poi a tollerare interventi statali a sostegno di questa o quell’economia nazionale  in difficoltà, il partito cattolico sostiene che non è possibile un sistema economico nel quale si voglia imporre formalmente un liberalismo assoluto o puro  (mai esistito, nei fatti).  Crede pertanto che sia necessario considerare delle forme di  collaborazione  tra pubblico e privato, capitale e lavoro, in modo da coinvolgere, per esempio, anche le classi subalterne al governo delle aziende, nelle opportune forme, senza alterare i rapporti di proprietà. Scartando soluzioni di tipo comunistico o socialistico, esso propone pertanto di ripensare l’esperienza  corporativa  italiana del passato, sia quella cattolica che quella fascista, al fine di trarne utili insegnamenti.  L’attuale crisi economica non è forse  crisi del capitalismo-liberalismo puro o integrale, quello della “deregulation” universale, fatalmente scivolato nel dominio della Borsa e del Mercato Globali; capitalismo che si è creduto di poter instaurare a partire dal crollo dell’Unione Sovietica, nel 1989?

g.  Nel campo delle  libertà  personali,  il  partito  cattolico  si  propone di introdurre una limitazione  temporanea, giustificata dal  dovere  di difendere la Patria:  il servizio militare  obbligatorio, per i soli maschi, con modalità da studiarsi.  Le donne dovrebbero invece esser escluse dalle forze armate, anche come volontarie.  La loro attuale inclusione, estesa anche ai reparti operativi, ha avuto solo l’effetto di abbassare alquanto gli standards di addestramento, di minare il morale e la disciplina, di far aumentare i costi.

 

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I principi politici inderogabili del partito cattolico

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Provenendo la richiesta di fondare un partito veramente cattolico da cattolici che si sentono di appartenere ad una “destra” che vuol essere  “nazionale”, la  Carta   di un tale partito deve ora definire ciò che si intende con “Stato, “patria”, “nazione”.  Occorre quindi precisare in primo luogo il concetto della forma di governo o Stato.  Non è infatti possibile lasciare la nazione nell’empireo, astraendola dalla concreta forma dello Stato.

1.  La forma di governo o Stato

 

Secondo l’insegnamento della Verità rivelata, non esiste una forma di governo che sia in sé l’unica  valida perché in assoluto la migliore di tutte le altre.  Nel famoso passo di Rm 13, 1-7, S. Paolo dichiara senza mezzi termini che “non c’è autorità che non venga da Dio”, senza specificare quanto alla sua forma politica.  Perciò le tre classiche forme di governo (democrazia, monarchia, aristocrazia) sono tutte buone  purché perseguano il bene comune secondo giustizia.  Ciò significa che il partito cattolico non può privilegiare una forma al posto di un’altra, rifiutando a priori tutte le altre.  Ai suoi occhi, la monarchia sarà altrettanto valida quanto la democrazia, e tutte e due quanto un governo dell’aristocrazia.  La storia ha poi dimostrato che le forme di governo  reali  si fondano in realtà su una costituzione che è quasi sempre  mista, pur nel prevalere di una forma sulle altre.

(In passato, la Chiesa cattolica sembrava privilegiare la monarchia, inclusa la sua variante imperiale.  Tuttavia, nelle lotte che l’hanno spesso impegnata nella difesa della sua libertà nel temporale, la Chiesa si è trovata spesso contro l’imperatore.  Quando era minacciata dall’anarchia comunale o dalle fazioni nobiliari, essa si appoggiava all’imperatore per la sua protezione; quando dall’imperatore, ai comuni, alle forze popolari, alle fazioni stesse contro di lui.  Non si trattava di cinismo, come potrebbe sembrare, ma di realismo, imposto dalle dure circostanze della storia.  Del resto, l’azione della monarchia nei confronti della vera religione è stata nei secoli ambivalente:  dal re dell’Armenia e da Costantino in poi, da Clodoveo in poi, la conversione dei capi ha trascinato i popoli verso la vera fede;  ma all’epoca dello scisma protestante, l’apostasia di re e prìncipi, vogliosi di impadronirsi dell’ingente patrimonio immobiliare della Chiesa (con il quale essa finanziava le sue opere di misericordia), ha trascinato i loro popoli nell’errore).

Circa la forma di governo si espongono pertanto le seguenti proposizioni:

a.  Scopo del governo (e quindi dello Stato) è il perseguimento e la realizzazione del bene comune.  Il diritto dell’individuo si realizzerà nell’ambito del bene comune,  secondo i principi etici e sociali del cristianesimo, non indipendentemente o contro il bene comune, come se costituisse un diritto ad esso superiore.  Superiore al principio del bene comune, che rappresenta il principio più alto per lo Stato ed è efficacemente espresso dalla massima dei Romani :   “salus populi suprema lex esto”, è solo quello del rispetto della legge di natura e divina.  In uno Stato cristiano, che si ispiri cioè al cattolicesimo, i principi della legge naturale e divina devono già esser incorporati nelle leggi fondamentali dello Stato stesso, in particolare per ciò che riguarda la morale e l’istituto familiare.

(Nel vero Stato cristiano il diritto positivo persegue il bene comune come meta fondamentale, nel rispetto della legge naturale e divina.  Non può trovarvi posto (e per giunta quale compito essenziale dello Stato) la protezione dei cosiddetti “diritti umani”, che rappresentano una corruzione del concetto di diritto naturale. Infatti, con tale nozione si vogliono far passare come diritti legittimamente inerenti per natura all’individuo nient’altro che le pretese dell’individualismo più sfrenato, improntato oggi ad un edonismo che non rifugge  dal soddisfare  i  peggiori  istinti e le peggiori deviazioni; pretese che non si possono in alcun modo far rientrare nel concetto di diritto, poiché la pretesa di un individuo può costituire un suo diritto “umano” ossia naturale solo a condizione di esser giusta  e mai per il solo fatto di esprimere di per sé la pura volontà di quest’individuo.  L’individuo che è  ognuno  di  noi  è  gravato  dalle  conseguenze  del peccato originale: esse ostacolano di continuo le sue buone disposizioni, offuscando il suo discernimento e spingendolo a cedere agli istinti, facendolo così cadere nel peccato).

b.  La realizzazione del bene comune dei cittadini costituisce il fine precipuo dello Stato, trascendente quello dei singoli.

c.  Lo Stato cristiano  ha come fine quello di realizzare il bene comune secondo i principi del cattolicesimo, che è il vero cristianesimo, essendo le altre forme di cristianesimo frutto di scismi ed eresie.

d.  Lo Stato così concepito è distinto  dalla Chiesa visibile quanto all’organizzazione, ai mezzi e al fine  diretto  della sua azione di governo, che è del tutto terreno.  Non lo è, invece, quanto al fine ultimo, rappresentato dalla salvezza dell’anima di ogni singolo cittadino.  Se tale fine costituisce il contenuto specifico, diretto dell’azione della Chiesa, la cui massima è “salus animarum suprema lex esto”, esso deve costituire il  fine indiretto  dell’azione dello Stato, dal momento che lo Stato deve realizzare il bene comune di tutti senza che  ciò  ostacoli  il perseguimento del bene  sommo  rappresentato per ciascuno dalla salvezza della sua anima.   Lo Stato non può concepirsi  separato dalla Chiesa quanto al fine , poiché deve anch’esso concorrere, nella sua sfera e quindi indirettamente, al medesimo fine della Chiesa, che, essendo soprannaturale, supera e prevale su quello dello Stato:  la Gerusalemme celeste cui accedono i Giusti dura in eterno, lo Stato no.    Postulare una separazione tra lo Stato e la Chiesa significa disgiungere la realizzazione del bene comune da quella del bene sommo e persino contrapporla ad essa, come accade nello Stato contemporaneo, agnostico e persino ateo.

(La prospettiva della separazione radicale tra lo Stato e la Chiesa è del tutto inaccettabile dal punto di vista del vero cattolicesimo. Tale separazione è storicamente frutto del liberalismo, di per sé agnostico o ateo, che vuol limitare la religione ad un fatto di coscienza, individuale, personale; fatto che non deve influenzare la condotta politica e quindi la realizzazione del bene comune secondo i principi liberali.  Ma in tal modo si finge di ignorare il vero significato della religione.  Nessuna religione, e tantomeno quella rivelata, si è mai concepita come semplice dottrina consolatoria per i singoli, nel chiuso delle loro coscienze e delle loro case.  La religione propugna sempre valori e principi che devono realizzarsi nella società, a cominciare dalla famiglia;  essa vuole regnare in tutta la vita sociale, non solo nei cuori.  Il partito cattolico respinge pertanto come ipocrita la separazione  tra Stato e religione e quindi tra Stato e Chiesa, erroneamente presentata oggi, anche nell’ambito della presente Gerarchia cattolica, quale espressione di una cosiddetta “sana laicità”.  Afferma invece, come principio inderogabile, che lo Stato deve esser  cristiano e quindi concorrere anch’esso, nella sua sfera specifica, temporale, quella del bene comune, alla realizzazione del bene  sommo  degli uomini.  Ciò non significa, ovviamente, proporre la teocrazia o il “governo dei preti” per la società civile. Lo Stato resta distinto ed autonomo nella sua sfera specifica – politico-amministrativa, economica, civile e militare – tuttavia coordinato e subordinato alla Chiesa quanto al fine  ultimo  delle sue azioni, che devono anch’esse contribuire alla loro maniera alla salvezza dell’anima).

e.  La forma di governo prevalente nel nostro secolo è la democrazia.  Il regime monarchico ancora presente in alcuni paesi europei, la cui forma di governo è in realtà quella della democrazia parlamentare, è più apparente che reale.  In quei paesi, il re regna ma non governa, limitandosi in pratica ad apporre il suo sigillo alle leggi decise dal parlamento. L’istituto monarchico vi svolge tuttavia una funzione utile dal punto di vista spirituale e sociale, rappresentando esso un importante fattore di continuità e d’unione, un freno alla faziosità che tende a prevalere nelle democrazie.

 (Non sappiamo naturalmente quali possano essere gli sviluppi storici ultimi della presente grave situazione di crisi, europea e mondiale, poiché il futuro è sempre nelle mani della Provvidenza.  Tuttavia, irrealistica e chimerica appare nell’attuale momento storico la rinascita di forme del passato quali il governo delle oligarchie di origine mercantile (Repubblica di Venezia, Città Stato dell’antica Europa, Governo delle Provincie Unite dei Paesi Bassi) o quello delle monarchie di diritto divino o  dell’Impero, sia nelle sue forme storiche più antiche (cattolico austro-ungarico, zarista bizantino-ortodosso) che in quelle più recenti, dal prussiano protestante all’effimero “impero italiano” fondato dall’Italia fascista).

Ma in che modo deve intendersi la democrazia dal punto di vista del partito cattolico e quindi da quello di una “destra cattolica e nazionale”?

f.  La  democrazia  deve  intendersi  come forma di governo   e  non  come forma di vita, vale a dire:  come democrazia rappresentativa  e non come democrazia di massa.  La prima è un esercizio costituzionalmente regolato del potere, secondo schemi razionali; la seconda il potere dato alle masse e a coloro che sempre le influenzano di premere sulle istituzioni mediante la costruzione di un’opinione pubblica che vuole imporre il modo di vivere delle masse abbandonate a se stesse, votate all’anarchia e alla soddisfazione degli istinti.

(L’attuale democrazia di massa dominante in Occidente, quella per intenderci la cui bandiera è ormai  costituita da un egualitarismo esasperato e dall’orrida Rivoluzione Sessuale, rappresenta pertanto nient’altro che la corruzione  della democrazia, quello stadio nel quale la libertà esteriore garantita dalla democrazia decade a pura, sfrenata licenza).

g.  La democrazia rappresentativa nel senso del partito cattolico riceverà la sua legittimazione dal voto popolare, come previsto nella Costituzione, ma sul presupposto che la sovranità popolare venga da Dio, giusta la sentenza di S. Paolo sopra ricordata.  Il popolo non può ritenersi l’istanza ultima della sovranità:  al di sopra del popolo c’è Dio.  Anzi, il vero Dio, la Santissima Trinità.

(In questo modo non si divinizza  affatto la democrazia o qualsivoglia forma di governo.  Il potere sovrano resta un potere delegato  da Dio al popolo o a qualunque altro soggetto politico nel quale la Costituzione veda l’origine e il deposito della sovranità.  Ne consegue, che  l’ esercizio  di questo potere dovrà sempre tener conto di quale sia la sua vera origine (nel Sovrannaturale) e regolarsi in conseguenza, sia nelle norme costituzionali che nella legislazione ordinaria.  Divina resta  l’origine  del potere, qualità che non si trasmette ai soggetti umani che ne sono titolari né al suo esercizio, che resta sempre opera degli uomini.  Né si può ammettere che esso si “divinizzi” grazie a  cerimonie che lo istituiscono come qualcosa di “sacro”.  Si tratta in questi casi di atti che valgono solo per il loro significato simbolico).

h.  La forma di governo democratica dovrà perciò mirare al bene comune nel senso sopra detto, tenendo sempre presente la subordinazione di questo bene al bene sommo; dovrà quindi conciliare la libertà dei singoli con il principio d’autorià.  Si batterà pertanto per quella  forma  istituzionale  che  dia  le  migliori garanzie in questo senso:  la repubblica presidenziale, i cui dettagli istituzionali sarebbe fuori luogo esaminare qui.

i.  Una repubblica presidenziale in un sistema bicamerale.  Sembra conforme a prudenza mantenere al Senato la sua funzione di “camera di riflessione”, che non è quella di un semplice doppione della Camera dei Deputati.

(La riforma del Senato messa al momento confusamente in cantiere in Italia, sembra guidata più dalla retorica del politicamente corretto che dalle vere esigenze della politica e dalla necessaria competenza).

2.  Forma di governo nazionale e sovranazionale

Al nostro tempo, la forma di governo chiamata Stato-nazione  è in crisi perché insidiata da entità sovranazionali (l’ONU, l’Unione Europea) e da spinte regionalistiche, autonomistiche e persino secessionistiche al proprio interno.  Bisogna quindi prendere posizione nei confronti di questa realtà nuova, complessa ed inquietante, che si inquadra in quel processo politico-economico detto “globalizzazione”, che sembra esser sfuggito di mano anche ai principali protagonisti della politica mondiale.  Per ciò che riguarda il rapporto fra lo Stato e le entità sovranazionali, il partito cattolico assume le seguenti posizioni:

a.  L’Unione Europea, in quanto unione di Stati fondata su  principi contrari  al cattolicesimo, è inaccettabile.

(I principi contrari al cattolicesimo sono innanzitutto quelli che favoriscono la Rivoluzione Sessuale contro la morale naturale e cristiana e contro la famiglia naturale. Pensiamo al divieto di effettuare discriminazioni sulla base del cosiddetto “orientamento sessuale” personale; al riconoscimento e alla promozione del divorzio, dell’aborto, del femminismo, dell’egualitarismo più spinto, che tuttavia tende a discriminare proprio i cattolici; alla promozione di un’immigrazione indiscriminata, giustificata con la necessit­à di acquisire una forza lavoro che da noi manca a causa della denatalità, frutto quest’ultima del modo dissennato nel quale è congegnato il mercato del lavoro e dei vizi che l’Unione nello stesso tempo alimenta con l’imporre la Rivoluzione Sessuale, di quei vizi principale causa.  Dal punto di vista politico-economico è inaccettabile  il suo liberalismo assoluto, funzionale al capitale finanziario assai più che ai bisogni delle forze produttive e dei singoli cittadini; liberalismo che tende a risolversi in un fiscalismo esoso per via dei rigidi “patti di stabilità” che la moneta comune impone ai singoli Stati mentre promuove nello stesso tempo una concezione esasperatamente “produttivistica” del lavoro.  Inaccettabile è anche la limitazione nell’esercizio della loro sovranità che i singoli Stati vengono  a subire, in nome di questo liberalismo.  L’Unione è poi paritaria solo per la forma poiché in essa, come è naturale, tendono a prevalervi gli Stati e i gruppi di potere più forti e meglio organizzati).

b.  Il partito cattolico di questo Secolo non potendo accettare un’Unione istituzionalmente anticristiana, distruttrice non solo degli Stati-nazione ma anche dell’identità nazionale dei popoli, si batterà per la modifica dell’Unione in senso cristiano o per  l’uscita  da essa da parte dei singoli Stati, a cominciare dall’Italia.  L’uscita dall’Unione implica quella dall’Euro.  Uscire dall’Euro per restare nell’Unione così com’è, sarebbe privo di senso.

(Da più parti viene sollevata, con sempre maggior forza, l’esigenza di “uscire dalla moneta unica”, all’esistenza della quale si imputano i mali principali dell’economia di diversi paesi dell’Unione.  Sul “modo” di questa uscita regna l’oscurità più completa, rotta saltuariamente dai lampi di una retorica politica che pensa di risolvere la situazione con un ritorno ad una moneta nazionale (per esempio, la lira) seguito dalla stampa di carta moneta – come stanno facendo da anni Stati Uniti e Regno Unito, che hanno un debito pubblico superiore a quello dell’Italia.  L’uscita dall’euro o dall’Unione è perfettamente possibile sul piano  giuridico , dal momento che l’Unione, non essendo uno Stato, ma solo un’unione di Stati liberamente accettata, e quindi di tipo  pattizio , nella sua Carta Costitutiva non si è mai posta come Stato federale che li ricomprendesse in modo tale da far considerare la loro sovranità diminuita in radice.  L’Unione resta unione di Stati Sovrani, la cui sovranità rimane piena ed assoluta, anche se ha subito limitazioni concordate al suo esercizio, e se   di  fatto  la Commissione Europea di Bruxelles e la Banca Centrale Europea si comportano come se fossero gli organi di governo di uno unico Stato federale europeo, a ciò legittimate dal fatto di esprimere un indirizzo politico e amministrativo approvato nel Parlamento europeo dalla maggioranza dei partiti dei singoli Stati ivi rappresentati.

Avendo comunque ogni Stato da un punto di vista formale conservato in modo pieno la sua sovranità e non essendo (conseguentemente) stata stabilita nessuna procedura specifica per uscire dall’Unione o dalla moneta unica, tale uscita potrebbe aver luogo con una semplice dichiarazione di volontà da parte dello Stato desideroso di andarsene, quale che fosse il modo della sua manifestazione (delibera parlamentare, referendum popolare).  Il  modo   dell’uscita costituirebbe un problema interno al singolo Stato e l’Unione dovrebbe limitarsi a prenderne atto.  Deve esser però chiaro che i problemi  veri   comincerebbero subito dopo.  I mercati non la prenderebbero bene e nemmeno gli altri membri dell’Unione.  Dovendo noi finanziare ogni anno il nostro ingente disavanzo (circa 40 o 50 miliardi di euro – cifre dai giornali) che ci costa più di 80 miliardi di interessi ogni anno, riusciremmo ancora a finanziarlo, ricorrendo sempre al mercato, una volta ritornati alla lira?  I mercati potrebbero rifiutare le nostre lire e i nostri titoli diventerebbero carta straccia, con conseguente spaventosa combinazione di deflazione ed inflazione:  il pranzo che oggi costa, poniamo, 35 euro, cioè circa 70.000 lire, nel futuro scenario del dopo-euro potrebbe venire a costare di colpo: duecento, trecentomila lire (150 euro).  Cosa significa questo discorso, con questi angosciosi esempi?  Che, se vuole effettivamente recuperare la propria, effettiva sovranità, l’obiettivo primario del Paese deve essere quello di  eliminare  il disavanzo pubblico – non aumentando le tasse ma riducendo le spese – in modo da non dover più ricorrere al mercato per finanziare il debito pubblico.  Ma l’impresa si presenta piuttosto difficile in quanto troppe sudditanze verso le Grandi Potenze, troppi interessi, troppi egoismi di tutti i tipi all’interno, e non solo quelli dei più ricchi, vi si oppongono tenacemente.

Secondo la prospettiva di un onesto realismo  e di una condotta politica che voglia esser  razionale,  il partito cattolico dichiara pertanto che la necessaria uscita del nostro Paese dalla moneta unica e dall’Unione Europea deve esser preceduta dal pareggio di bilancio, il che comporta una politica di sacrifici, per tutti, anche se necessariamente maggiori per i più abbienti).

c.  In alternativa all’Unione si propone il ritorno ad un sistema di Stati indipendenti e veramente sovrani, che si accorderanno tra di loro come vorranno, con trattati bilaterali o multilaterali.  Memore anche degli infiniti conflitti del passato e della sfida economica mondiale, il partito cattolico auspica  la realizzazione di una  Comunità  europea, al posto della presente Unione.  L’insensata Unione dovrebbe retrocedere alla più realistica Comunità:  una sorta di  Commonwealth ,  forma elastica di cooperazione tra Stati, fondata su accordi economici e doganali, su collaborazioni civili e militari, che non si impicciano della morale, dei costumi, del regime famigliare di ogni Stato, senza più l’esistenza di tutta la burocrazia di Bruxelles con i suoi organi direttivi (parlamento, banca centrale, regolamenti, leggi: via tutto).  Tale “Commonwealth” potrebbe essere dotato di un organo incaricato di dirimere le controversie tra gli Stati, anche politiche:  un organo arbitrale  privo di poteri coercitivi nei confronti dei singoli Stati, che si faccia valere per il proprio prestigio.

d.  Nemmeno può il partito cattolico accettare la limitazione di sovranità proveniente da un’organizzazione come  l ’O N U,  che non è meno  anticristiana  dell’Unione Europea attuale.  Al di là delle astratte dichiarazioni di principio, che ricordano il filantropismo delle Logge, l’ONU è sempre stata  uno strumento nelle mani delle Grandi Potenze, almeno di quelle tra loro che controllavano i voti della maggioranza dell’Assemblea:  un organo di potere.  (Ed è vero o no, che il suo Consiglio di Sicurezza mantiene segreti i verbali delle sue sedute?).  Attualmente, assieme alle organizzazioni internazionali ad essa collegate, promuove attivamente la Rivoluzione Sessuale in tutto il mondo e in particolare il diritto al libero aborto e il controllo delle nascite.  Volendo rappresentare il “superamento” degli Stati nazionali al fine di evitare le guerre del passato – come se solo il nazionalismo ne fosse stato la causa – l’ONU promuove  la migrazione indiscriminata dei popoli poveri nei paesi ricchi, fenomeno di inaudita gravità, dietro il quale sta un’inaccettabile ideologia neo-illuministica, secondo la quale ogni individuo ha diritto “alla libertà” e “al lavoro” in qualsiasi parte del mondo voglia andare, come se famiglia, patria, nazione, territorio, Stato (degli altri) fossero entità trascurabili o non esistessero.  L’originario compito che l’ONU si era attribuita in questo campo, quello di aiutare e proteggere i profughi negli anni torbidi e drammatici della II guerra mondiale e subito dopo, è ormai completamente stravolto:  ora essa appoggia invasioni di massa su scala continentale, che non hanno nessuna giustificazione, se solo si pensa al fatto che per esempio i paesi africani, dalla fine del colonialismo, hanno ricevuto centinaia di miliardi di dollari in aiuti.

Il cosmopolitismo dell’ONU è contrario alla concezione veramente cattolica della società e della storia.  Per di più esso si integra da diversi anni alla Rivoluzione Sessuale. Contribuisce pertanto al dissolvimento delle nostre società e nazioni, favorendone da un lato l’africanizzazione e l’islamizzazione, dall’altro la decadenza dei costumi.  L’uscita dall’ONU e la denuncia dei suoi falsi principi deve pertanto costituire uno degli obiettivi fondamentali di un partito veramente cattolico.

(Deve però esser chiaro che impegnarsi seriamente in una  lotta  politica  per conseguire i d u e obiettivi di cui sopra – d u e , poiché EU ed ONU sino in realtà le due facce di una stessa medaglia – significa  una sola cosa:  lacrime   e  sangue , per usare un’espressione famosa.  L’Italia è solo una pedina assieme a molte altre nel complesso sistema dei rapporti di potere mondiali, gestiti dalle Grandi Potenze.  Un suo futuro tentativo di ribellione al sistema, in nome per di più di una restaurazione del cattolicesimo da parte di un partito cattolico, non verrebbe sicuramente tollerato.  Seguirebbero intimidazioni e rappresaglie, innanzitutto sul piano economico, senza escludere tentativi di destabilizzazione all’interno e fors’anche minacce o interventi di tipo militare.  Ma un partito veramente cattolico deve affidarsi in primo luogo alla Provvidenza, che non farebbe certamente mancare il suo aiuto, così come non lo fece mai mancare all’antico Israele, piccolo Stato stretto tra potenti imperi, preservandone l’indipendenza fintantoché “la casa di Israele” si mantenne fedele al Patto con Dio; lasciandolo invece in balìa dei nemici ogni volta che deviò, sino alla tragedia finale della distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. da parte dei Romani).

e.  Perché una Destra “cattolica e nazionale” ovvero il possibile “partito cattolico” di domani, non può accettare la forma di governo sovranazionale costituitasi nel presente momento storico?  Si tratta forse di nazionalismo ? No.   Si  tratta invece di patriottismo, dato che qui si agisce in primo luogo per legittima difesa e non per affermare pretesi quanto inesistenti “primati” spirituali o “rivendicazioni” territoriali.  Il fatto è che la forma di governo sovranazionale, anche da un punto di vista strettamente giuridico, costituisce una  cupola  soffocante  che rende sempre più difficile il governo degli Stati, portandolo ad ogni anno che passa sempre più vicino al collasso.  Il rifiuto si fonda pertanto anche su motivi  pratici ,  strettamente collegati all’effettiva governabilità  delle nostre società, che deve sempre passare per il filtro rappresentato dallo Stato nazionale e dalla sua organizzazione.   Lo Stato nazionale (o Stato – nazione)  è ancora indispensabile, nonostante venga continuamente attaccato.  Esso esiste, a ben vedere, già da prima della Rivoluzione Francese, nelle monarchie europee unitarie ed accentratrici, consolidatesi nel quindicesimo secolo proprio su base nazionale. Se lo si abolisse di colpo, come auspicano irresponsabilmente regionalisti, secessionisti,  europeisti radicali, crollerebbe l’intero  sistema.

(L’attività di governo nazionale è sottoposta di continuo a  censure  che, dopo aver percorso l’iter giudiziario in un singolo Paese, possono percorrere quello della giustizia sovranazionale, i cui organi si collegano alle Nazioni Unite.  Vi sono poi diverse organizzazioni internazionali e nazionali (da Amnesty International a quelle gay e femministe, alle associazioni dei consumatori, per fare solo pochi nomi), che, in quanto ritenute assurdamente “enti esponenziali di un interesse collettivo adespota”, privo cioè di rappresentanti, possono oggi denunciare chiunque e costituirsi in giudizio, il che rappresenta un fatto inaudito sul piano morale e giuridico nonché  un ulteriore intralcio alla linearità dei rapporti politico-economici).  La confusione è poi aumentata dall’attività frenetica degli enti locali, a partire dalle regioni, non solo in Italia, che si comportano già come piccoli Stati, con costose rappresentanze  all’estero ed una continua attività di iniziativa legislativa e giudiziaria.  Questa crescita e dilatazione (in competizione con lo Stato) di organi non statuali dall’interno e dal basso non sarebbe possibile senza la speculare crescita e dilatazione di organi non statuali dall’esterno e dall’alto, sostenuti dalle grandi organizzazioni internazionali e sovranazionali, come l’ONU e la EU.  Insomma, la progressiva paralisi del sistema (che, così come si è venuto costruendo, implica tra l’altro costi enormi) non è solamente il prodotto di inefficienza burocratica, di (nostri) limiti secolari, come si ritiene spesso in Italia.   Questo viluppo asfissiante  di organismi ed organizzazioni che vede esercitarsi poteri in lotta confusa e perenne tra di loro, funziona nello stesso tempo da sostegno globale allo sviluppo mercatistico  attuale, o ipermercatistico, come è stato chiamato; la demenziale visione iperproduttivistica che si è voluta imporre alle nostre società, con uomini e donne tutti ugualmente e obbligatoriamente impegnati nella produzione, in un lavoro o professione, mentre gli eventuali figli sarebbero sempre più allevati in asili nido o comunque in strutture comunitarie.   È contro questo  progressivo,  inaccettabile  imbarbarimento  della nostra vita, individuale e di popolo, che il partito cattolico vuole lottare, senza compromessi).

3.  Forma di governo nazionale e autonomie locali

 

Lo sviluppo del “regionalismo”, l’attesa mitica di una “Europa delle regioni” da contrapporre a quella (in crisi) degli Stati-nazione, non può costituire la soluzione del problema rappresentato dalla giusta e corretta  forma di governo per l’Italia.  Non solo per motivi religiosi ed etici, dato che “l’Europa delle regioni” sarebbe pur sempre l’Europa attuale, con i suoi ultralaici statuti e le sue politiche radicalmente anticristiane.  Anche per motivi strettamente politici, giuridici, economici.

La regione, come concepita nella nostra Costituzione repubblicana, riproduce in piccolo il modello parlamentare adottato per lo Stato, con le sue poche qualità ed i molti suoi difetti, a cominciare da quello di un potere esecutivo troppo debole.  Dotate di poteri legislativi nel loro ambito, le regioni non riescono però a rendersi indipendenti dallo Stato centrale dal punto di vista finanziario ed anzi contribuiscono largamente all’aumento costante della spesa pubblica, anche per colpa della creazione di una pingue burocrazia regionale, sulle cui effettive capacità, pur senza voler generalizzare, qualche dubbio è lecito.  Il recente sviluppo di una nuova entità economico-amministrativa quale la “città metropolitana”, che è in pratica una “città regionale”, se così si può dire, una “città-regione”, sembra porre in crisi l’istituto regionale.  La realtà è che il modello-regione appare superato e comunque per certi aspetti un mero doppione, là ove la città metropolitana sia piuttosto estesa.   Se deve sparire la provincia di origine napoleonica e sabauda, perché non dovrebbe sparire anche la regione – si chiedono in molti – sì che la struttura amministrativa dell’Italia si articoli in città metropolitane da un lato e comuni o consorzi di comuni dall’altro, secondo le esigenze specifiche del territorio, il tutto coordinato da un’autorità statale centrale che potrebbe avere una struttura più agile, di tipo federale, anche se non nella forma di uno Stato federale vero e proprio?  Come indistruttibile sostrato  vitale rimarrebbero sempre le regioni  storiche, con i loro dialetti, le loro tradizioni culturali, che nessuno ha mai pensato di sradicare, nemmeno durante il fascismo.

Il discorso sulle “autonomie locali” si complica in certi Paesi, tra i quali il nostro, per il fatto che tale “autonomia” viene utilizzata per rinnegare l’unità nazionale e giustificare aspirazioni “secessionistiche”, cosa che aprirebbe gravi scenari di crisi, dall’esito imprevedibile, non solo nei singoli Paesi ma anche a livello europeo.

Le aspirazioni “secessionistiche”, più o meno autentiche, si nutrono del miraggio di un’”Europa delle regioni”, che, eliminando un domani gli Stati-nazione e il relativo, fiscale “statalismo”, aprirebbe un futuro radioso di grande benessere economico alle entità regionali.  A fondamento di queste dilettantesche e risibili aspirazioni c’è una robusta istanza materialistica, mescolata a componenti culturali e psicologiche di antica sedimentazione.  I partiti cattolici per tradizione sono sempre stati a favore delle autonomie locali  contro  il centralismo statuale.  E particolarmente in Italia, per le tormentate vicende che hanno caratterizzato la nostra unificazione nazionale (1848-1918).  Ma quale posizione dovrebbe prendere  in proposito il partito cattolico di questo Secolo?   Si enunciano le seguenti proposizioni:

a.  Il partito cattolico non mette in discussione la struttura di governo unitaria,  lo Stato unitario  e nazionale .  Si propone di riformarlo secondo i principi del cattolicesimo, di farne uno Stato cristiano.  Per quanto riguarda specificamente la struttura costituzionale dello Stato, esso si propone di riformarla in senso più adatto alle esigenze dei tempi, rispetto alla sua ormai vecchia (e contraddittoria) impalcatura centralistico-regionalista, ma sempre in modo da conservare  l’unità  dello Stato e della nazione.

(La Chiesa ha riconosciuto l’esistenza dello Stato italiano unitario con la Conciliazione del 1929, che ha positivamente risolto la Questione Romana, naturalmente sul presupposto del ristabilimento di un potere temporale  (rappresentato dal microstato della Città del Vaticano) sufficiente, nella presente situazione storica, alla libertà della quale deve godere la Chiesa-istituzione nell’espletare la sua alta missione spirituale.  Il riconoscimento dello Stato italiano con i Patti Lateranensi è stato concesso dalla Chiesa in piena libertà e non può ritenersi gravato da riserve mentali di alcun tipo.  Con la Conciliazione, il Papa ha perdonato  l’allora Regno d’Italia per le spoliazioni, le angherie e le offese subìte, in particolare durante i primi decenni dell’unità, quando al governo c’erano i liberal-massoni.  Mantenere oggi da parte cattolica un atteggiamento “revanscista” nei confronti dello Stato italiano, lavorando alla sua dissoluzione “regionalistica”  unitamente a certe forze di sinistra e agli europeisti, per vendicarsi di Castelfidardo e di Porta Pia, come se si fosse trattato di offese incancellabili alla Chiesa e alla religione, è atteggiamento irrazionale  ed estremista, che contribuisce alla confusione presente  e fa oggettivamente il gioco di quelle forze straniere che hanno interesse a tenere il popolo italiano in condizione di minorità e sempre diviso.  Dobbiamo batterci per restaurare il vero cattolicesimo, tradito  oggi in primo luogo da tanti,  troppi  chierici , non per far resuscitare sotto mentite spoglie le scomparse forme statali preunitarie, non certo prive di manchevolezze anche profonde ed i cui momenti di gloria erano per sempre trascorsi da ben prima del nostro “Risorgimento”.

Non dobbiamo dimenticare che, dopo la distruzione bizantina del Regno d’Italia dei Goti, che aveva mantenuto il Paese ben saldo, e l’inizio della plurisecolare divisione con la successiva calata dei Longobardi, le varie entità sovrane succedutesi in Italia nei secoli (Stati, regni, ducati, liberi comuni, città-stato, principati, signorie) sono vissute quasi sempre in guerra tra di loro e al loro interno, mentre fallivano regolarmente i radi tentativi di espansione ed unificazione nazionale – svevi, angioini, viscontei, veneziani.  Il lungo – quasi l’unico – periodo di pace della seconda metà del Quattrocento, che garantiva la “libertà d’Italia” in un sistema dei principali Stati, forse passibile di una futura evoluzione in senso confederale, finì malamente, con la grande tragedia delle Guerre d’Italia, provocate dalla stoltezza di Ludovico il Moro e soprattutto dalla sfrenata ambizione delle grandi potenze del tempo.  La debole Italia pluristatuale fu distrutta e umiliata dagli Stati-nazioni che erano diventate le monarchie spagnola, francese, asburgica. Quasi tutta la nazione fu asservita in modo diretto ed indiretto allo Straniero, per più di tre secoli).

b.  Vanno  riconosciute a comunità di origine straniera che vivono da secoli al di qua dei nostri confini naturali forme di autonomia, simili a quelle delle quali godono oggi.  L’autonomia  non è però indipendenza, essa deve esercitarsi sempre nel rispetto della nostra sovranità.  Il diritto dei popoli all’autodeterminazione deve conciliarsi con quello degli Stati ad aver garantita la sicurezza delle proprie frontiere, con le legittime esigenze di difesa e sicurezza di uno Stato.

c.  Il partito cattolico non accetta l’attuale evanescente nozione dello  Stato , come “comunità” non più ancorata ad un territorio e ad un ordinamento giuridico nazionale ma da intendersi quale  comunità  in  comunione  permanente con le altre comunità; pertanto senza veri confini e frontiere; entità che deve diventare multiculturale e multietnica, che deve dissolversi nel tutto della comunità internazionale, dei popoli, della “moltitudine” democraticamente indifferenziata, per scomparire infine nell’ugualitaria ed utopica Città terrena del futuro.

(Questa concezione, che fa dello Stato e dell’ordinamento giuridico una veste d’Arlecchino e che dobbiamo qualificare di suicida per i popoli, si è insinuata nel pensiero politico e giuridico e nella Giurisprudenza delle Supreme Corti, con gli effetti devastanti a tutti noti.  Alla sua elaborazione ha forse influito anche la nuova e confusa concezione, scaturita dal pastorale Vaticano II, della Chiesa di Cristo come “comunione” comprendente cattolici ed acattolici, questi ultimi in modo meno pieno rispetto alla Chiesa cattolica, qualsiasi cosa ciò voglia dire; “comunione” che dovrebbe addirittura realizzare l’unità politico-religiosa del genere umano, senza ovviamente sua previa conversione a Cristo ).

d.  Il partito cattolico vuole invece riaffermare che lo Stato si compone sempre dei tre classici elementi fondamentali:  ordinamento giuridico, territorio, popolo.  E questi elementi sono, a ben vedere, gli stessi della nazione, costituita da un popolo che vive su di un determinato territorio con le sue leggi, scritte o non, i suoi valori.  L’esistenza dello Stato dimostra quella della nazione, nel senso di rivelare la presenza di un popolo stabilito da secoli su di un determinato territorio, che va in primo luogo difeso.

e.  La difesa dello Stato è simultaneamente difesa della nazione, nell’espletare la quale è legittimo il ricorso alla forza, quando necessario, dopo aver esaurito tutti i mezzi pacifici.  Vale sempre l’antica massima dei Romani, basata del resto sul senso comune, e che possiamo considerare di diritto naturale:  vim vi repèllere licet, è lecito respingere la forza con la forza.  La difesa del territorio dello Stato e della nazione, si ha in primo luogo alle  frontiere, che nel mondo d’oggi sono rappresentate anche dagli aeroporti.

f.  La nazione costituisce il presupposto dello Stato, un presupposto costituito al tempo stesso da fattori materiali e spirituali.  Materialmente, la nazione coincide con la società che un determinato popolo è giunto a costituire, con le sue concrete istituzioni.  Spiritualmente, con gli usi e costumi, gli affetti, l’attaccamento alla propria terra, le tradizioni, insomma il complesso dei sentimenti e dei valori nei quali la nazione si riconosce, perché li ha mantenuti nelle generazioni e li sente come suoi.

g.  Si può dire che lo Stato sia la nazione che si dà la sua forma di governo, onde la nazione, in quanto nostra patria, coincide con il nostro Stato.  Negli imperi  abbiamo in genere uno Stato composto di molte nazioni o nazionalità, anche se la lingua ufficiale sia solo una, quella della nazione fondatrice dell’impero e dominante.  Come è spesso accaduto nella storia, la nazione  può esistere   prima  dello Stato, dello Stato unitario di tutta la nazione.  Come caso limite si cita sempre quello degli Ebrei.  È esistita per tanti secoli  una nazione giudaica sparsa per il mondo, senza Stato proprio.  E continua ad esistere anche oggi, pur dopo la fondazione dello Stato di Israele, cosa che non ha fatto venir meno la diaspora degli Ebrei.  Una nazione senza Stato si trova però sempre in equilibrio precario, senza difesa contro i nemici.

(Nel caso dell’Italia, si è passati da una forma di governo particolare per ogni Stato preunitario ad una comune a tutta la nazione, anche se ciò è avvenuto (come sempre avviene storicamente, in questi casi) attraverso una combinazione di mezzi violenti e pacifici (moti popolari, guerre, annessioni, plebisciti che sanzionavano il fatto compiuto).  In questa estensione di un’unica forma di governo a tutta la nazione, la minoranza risorgimentale e  patriottica, tale perché aspirava inizialmente alla libertà dallo Straniero e poi (sotto la spinta delle circostanze) all’unità statale della “patria italiana”, come unico mezzo possibile per sottrarla al secolare sfruttamento e alle secolari umiliazioni inflitte dagli stranieri, si è eretta a rappresentante di una parte della nazione, quella borghese e popolare (ma non contadina), più sensibile alle imprescindibili esigenze di riscatto e appunto di “risorgimento” nazionale.  Se quest’esigenza si è affermata, alla fine, con le violenze e le manchevolezze ormai ben note – che non vanno comunque ingigantite, come sta facendo da qualche tempo una saggistica immaginifica –  essa restava e resta giusta.  Il nostro compito di cattolici è appunto quello di farla valere di nuovo in questo secolo, riportandola nell’alveo del vero cattolicesimo.

Contro chi nega l’esistenza di una “nazione” italiana e non vuol nemmeno sentire il nome “Italia”, va opposto che le differenze di mentalità e di abitudini fra le varie parti dell’Italia preunitaria non erano tali da cancellare un profondo sostrato comune, quello appunto della nazione italiana:  basti pensare alla comunanza di lingua, di cultura, di religione, nel modo di intendere la famiglia.  Le differenze di mentalità erano dovute anche all’esistenza delle molteplici entità statali, che nel corso dei secoli avevano creato artificiose barriere oltre che odi e pregiudizi a causa delle reciproche guerre e rivalità.  Del resto, anche in Stati di forte tradizione unitaria si notano differenze di un certo rilievo nella mentalità e negli usi dei loro abitanti, dipendenti spesso da fattori geografici  ed economici.  Unità non vuol dire abolizione di tutte le differenze ma unione nonostante le differenze, con conseguente loro smussamento nel tempo a favore di quei valori che spingono all’unità stessa.  E in ogni caso, loro subordinazione all’unità in quanto valore che permette di realizzare al meglio il bene comune).

h.  Il partito cattolico di questo Secolo vuol dunque essere un partito nazionale perché partito della nazione costituita in Stato unitario.  Esso vuol mantenere la nazione e lo Stato, riformandoli nel senso del cattolicesimo, come si è detto.  Giova ripetere che  non si tratta di un partito nazionalista, che proclami cioè pretesi quanto inesistenti “primati” del popolo italiano ed auspichi politiche di espansione o rivincite nei confronti dei vicini.  L’ideale che lo spinge è quello di un profondo rinnovamento nazionale in senso cattolico, che, a Dio piacendo, possa essere di  esempio  agli altri popoli, tutti chiamati anch’essi da Nostro Signore a convertirsi a Lui e a far trionfare i suoi insegnamenti.

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(fine)

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8 commenti su “Per una “Carta del partito cattolico”. Materiali ai fini di una pubblica discussione (seconda parte) – di Paolo Pasqualucci”

  1. Paolo Pasqualucci

    ERRATA CORRIGE – L’autore si scusa ma non si era accorto di un refuso. Al par. 1 d., invece di: “Lo Stato non puo’ concepirsi indirettamente dalla Chiesa quanto al fine etc.” bisogna leggere: “Lo Stato non puo’concepirsi separato dalla Chiesa quanto al fine etc.”. PAOLO PASQUALUCCI

  2. Il partito cattolico deve essere completamente nuovo: cattolico e basta. Senza nessun riferimento a ideologie come lo è Forza Nuova che ha riferimenti all’ideologia fascista: ecco il motivo principale perché ha poco successo. Ripeto il partito cattolico deve essere il braccio poltico della Chiesa non tanto dell’aspetto clericale ed umano, ma del Magistero e della Dottrina Sociale della Chiesa. Lo Statuto ed i valori in Esso inseriti saranno quelli del Magistero. Certamente avrà opposizioni intraecclesia, soprattutto da parte progressista, ma occorre mettere tutti i cattolici elettori compresi gli ecclesiastici di fronte ad una scelta, ad un bivio estremo: esiste il partito cattolico, ora tutti i cattolici e i valori della Chiesa sono rappresentati da un partito e non hanno giustificazioni secondo il metro del male minore; si può ora votare secondo la retta coscienza. Chi non vota questo partito sa di non aver scelto quello che potrebbe essere ideale per ogni cattolico. Le stesse istituzioni ecclesiali quanto meno avranno dei dubbi di coscienza. Li si deve mettere di fronte ad un SI’ SI’ NO’ NO’. Un pò come ai tempi del dopoguerra che si affermava “Nella cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no.” Bisogna mettere i cattolici di fronte alla propria coscienza sapendo che un giorno si risponderà a Dio anche del proprio voto.

  3. Riccardo da Passignano

    la debolezza della destra (di tutti i movimenti di destra attivi oggi in Italia) ha origine dalla pretesa di far convivere scuole di pensiero tra loro irriducibili: San Tommaso e Nietzsche, Vico e Spengler, San Pio X e Evola, Fabro e Guénon, Pio XII e Heidegger e via delirando .- il sincretismo è la incurabile malattia della destra – la magistrale proposta del prof Pasqualucci indica la via d’uscita dall’insostenibile confusione “a destra” – non ha senso demonizzare i vent’anni di storia e cultura italiana trascorsi sotto il regime fascista, ugualmente è improponibile la raccolta di tutti gli autori che ebbero seguito e successo durante il Ventennio – la “collezione completa” degli autori vissuti felicemente nel ventennio (ad esempio: Alberto Moravia, recensito favorevolmente da Popolo d’Italia, ed Evola bizzarro teorico di un razzismo “spirituale”) produce la paralisi del pensiero e, in ultima analisi, il vuoto mentale del discepolo di Gaucci, G. F. Fini

  4. Da anni aspetto che qualcuno fondi un partito veramente cattolico. Non ho mai più votato da quando è sceso in campo Berlusconi, che era meglio della sinistra solo come lo è un monocolo nel paese dei ciechi e in ogni caso non ha mai fatto una politica culturale sanamente di destra né ha mai dato esempi di vita cattolica con le sue televisioni.
    Pertanto, leggo con interesse questi contributi e sarei un candidato ideale a votare un’eventuale nuova forza di questo tipo. Ma attenzione, secondo me nelle proposte che leggo ci sono almeno un grave errore, un’omissione e un’opinione migliorabile.
    1) L’errore: il servizio militare obbligatorio. La leva obbligatoria è un orrore giacobino contro cui i Papi a suo tempo giustamente tuonarono. Nulla di cattolico in quest’idea. Del tutto vero, invece, che le donne NON dovrebbero fare alcuna carriera militare.
    2) L’omissione: nulla si dice, nell’ambito dell’unità nazionale, sulla doverosa tutela delle minoranza linguistiche e delle culture (generalmente intrise di cristianesimo) da esse veicolate. La Chiesa è sempre stata in prima linea nel valorizzare queste culture locali, si pensi ai vangeli in friulano o ai meravigliosi canti sacri sardi.
    3) L’opinione divergente: non vedo perché preferire una Repubblica presidenziale a una monarchia. Tanto più che ora, con la rinuncia al trono ( dovuta al riconoscimento della Repubblica) del ramo Vittorio Emanuele- E. Filiberto, ci sarebbe un un pretendente di alto livello come Aimone di Savoia.

    1. La monarchia sabauda è sabauda, cioè -a parte ogni altra considerazione- è radicata in un territorio alpino di lngua francese, non lontano da Ginevra.
      Per la dinastia dei Duchi di Savoia, che ottennero il titolo regale sono nel XVIII secolo, con un bizzarro scambio fra corona di Sicilia e corona di Sardegna (territori totalmente estranei alla loro storia), l’Italia -anzitutto Genova- fu sempre obiettivo di mire espansionistiche, non certo “Patria”

  5. normanno Malaguti

    Della seconda parte dell’importatne lavoro del prof. Pasqualicci, condivido molte cose ma non tutte:
    A cominciare dal problema monetario fondato sulla prima delle sovranità che é la Sovranità Monetaria.
    Non si può sapere tutto. Chi scrive lo può ben dire a cominciare da sè stesso.
    Ma in materia monetaria, sono necessarie importanti precisazioni:

    1° Ciò che resta lo spauracchio di coloro che paventano col ritorno alla lira l’emergere di una spavaentosa inflazione, accampano quanto accadde in Germania a partire dal 1920, quando nell’arco di poco più di un decenni si andava a comprare il necewssario per il pasto quaotidianoo con un grosso pacco di moneta cartacea.
    Ora ci si dimentica che esistono paesi, anche molto piccoli, che dispongono da quasi due secoli di sovranità monetaria.
    2- Parlo dello Stato dell’isola Guerrnsey (note come le Isole Normanne) che dalla fine del 1917, si dotò di moneta caretacea propria, passando da uno stato di abiezione economico/finanziaria a tutti i livelli, diventò una delle palghe più prospere del mondo occidentale.
    Negli Usa, nel 1913, uno stato, quello del Nord DaKota, rifuitò di sottomettersi al servaggio della Federal Reserve Board, e sprese a stampare il proprio dollaro autonomo.
    Ebbene anche ora é lo stato dell’Unione, che non ha risentito della crisi indotta della follia del sistema finanziario.
    La disoccupazione (vero indice della prosperità di uno stato é la più bassa degli USA.
    La Libia di Muhammad Gheddafi, era forse il più prospero dell’intero continente Africano perché dispneva di Sovranità Monetaria e riconosceva ai propri cittadini un minimo reddito di cittadinanza.
    La cosa che fu tollerata a denti stretti dagli Stati occidentali, divenne intollerabile quando Gheddafi decise di estendere il sistma coinvolgendo altri Stati del continenete nero e fu l’inizio della meravigliosa ‘Primavera Araba’.
    Ma anche la Danimarca che ha un bilancio statale ordinatissimo e una propsperità quale nessun paese dell’unione, ha la propria moneta sovrana.
    La Germania di cui ho parlato all’inizio, attraverso l’intelligente politica di un grande economista monetarista israelita, Hjalamar Schact, intervenne sulla scena monetaria disastrosa, con la c.d. Cambiale Lavoro, che cambiò radicalmente la situazione economiaca della Germania.
    Hitler nel 1933 lo chiamò al governo della banca centale tedesca e questo genio dell’economià portò in brevissimo tempo la Germania, dall’abiezione economica e sociale, ad essere nuovamente una delle maggiori potenze industriali del mondo.
    Sì, era ebreo ma, nel suo caso, Adolf, chiuse un occhio, anzi tutti e due, nominandolo, come pochissimi altri ebrei…. Ariano Onorario.
    Ma anche l’italia conobbe una parziale Sovranità Monetaria, con le monete da 5 e da 10 lire che venivano stampate direttamente dallo Stato.
    Fu con quelle monete cartacee sulle quali era scritto (non Banca d’Italia e ‘pagabili a vista al portatore’) bensì Biglietti di Stato a Corso Legale, e che recavano in luogo della firma del Governatore delle Banca d’Italia, quella del Ministro del Tesoro e del Cassiere speciale che, con un debito pubblico inferiore al 32% del PIL, si bonificarono le Paludi Pontine, si raddoppiarono migliaia di chilometri di strade ferrate e quasi tutto il materiale rotabile delle FF/SS con la relativa elettrificazione delle grandi linee.
    Perché? Perché il denaro, come insegnò magistralmente il compianto prof. Auriti, non ha valore creditizio, ma convenzionale e una volta immesso nello Stato come moneta a corso legale, efficace fra le altre cose, anche per pagare le tasse, esso viene accettato da tutti, all’atto dell’emissone, come mezzo di pagamento, con la certezza che tutti di v ederlo accettato come mezzo di pagamento.
    Dunque, la moneta cartacea, come quella elettronica, vale perché accettata alla collettivita dei cittadini, che accettandola le conferiscono valore Vale a dire che é la ‘convenzione sociale’ che le conferisce il valore.
    Ripeto: é dalla sinergia fra lo Stato che la emtte, e la collettività che l’accetta che nasce il valore monetario.

    Mi permetto di suggerire a tutti coloro che vogliono approfondire l’argomento, la lettura dei chiari testi del prof. G.Auriti editi da Marco Solfanelli, in Chieti.
    Non posso suggerirvi di leggere il mio “Moneta Debito – Origine del debito Pubblico” (storico divulgativo) perché me ne sono restate soltanto tre copie.
    Anche su altri punti forse sarebbero necessarie alcune mussature, ma confermo che trovo il lavoro del prof. Pasqualucci, veramente splendido.

  6. Questo (che cito in basso tra doppi apici), nella proposta di Pasqualucci, è, a mio parere, l’elemento veramente cardine e qualificante di un partito cristiano:
    “…In uno Stato cristiano, che si ispiri cioè al cattolicesimo, i principi della legge naturale e divina devono già esser incorporati nelle leggi fondamentali dello Stato stesso, in particolare per ciò che riguarda la morale e l’istituto familiare…”
    Integrerei aggiungendo un chiaro ed inequivocabile principio di tutela e difesa della vita, dal suo concepimento, fino alla morte.
    Saluti.

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