UNA LETTERA A MONS. GHERARDINI – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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da cav a gher

 

Caro Monsignor Gherardini,

ho letto le sue obiezioni al mio libro sul Concilio. Mi ha fatto piacere vedere con quanto interesse Lei ha letto in così poco tempo il mio libro e La ringrazio per l’avervi prestato tanta attenzione. Le confesso però che mi sarei atteso un apprezzamento per il mio sforzo di motivare ed illustrare, pur con i suoi limiti e i suoi difetti, la formula del Papa “progresso nella continuità”, compito, questo, urgente ed importante per noi teologi in questo momento in cui sono in corso le trattative della S.Sede con la Fraternità S.Pio X nella speranza che essa, come ha chiesto il Pontefice, al fine di essere in piena comunione con la Chiesa, voglia accogliere le dottrine del Concilio.

Sappiamo tutti benissimo che cosa tuttora trattiene questi fratelli dall’accogliere le dette dottrine: la convinzione che essi hanno che esse costituiscano una rottura rispetto a quelle del Magistero precedente della Chiesa, cioè, in parole più chiare, che esse siano false. Il Papa dunque chiede ai teologi integralmente fedeli al Magistero pre e postconciliare di non di far proprie e magari rafforzare le difficoltà dei lefevriani, ma di risolverle. Io mi son prefisso questo scopo col mio libro. Ma Lei caro Monsignore, che cosa sta facendo?

Le sue obiezioni sono molte. Rispondo a quelle che mi sembrano più importanti.

  1. Dottrine infallibili

Per “infallibile” intendo “che non può o non potrà essere sbagliato”. Si riferisce a quella dottrina di primo e di secondo livello, che, secondo quanto recita l’Istruzione Ad tuendam fidem, è “da ritenersi in modo definitivo e irrevocabile” (n.8). Qui l’Istruzione fa esplicito riferimento all’“infallibilità del Magistero” (ibid.). Al n.9 si parla di dottrina “insegnata infallibilmente”. Le dottrine nuove del Concilio sono infallibili solo sul secondo livello, dato che nel Concilio sono assenti nuove definizioni dogmatiche solenni, appartenenti al primo livello.

Una dottrina speculativa o morale che fa riferimento o alla Scrittura o alla Tradizione o al Magistero precedente riprendendo o spiegando o comunque rapportandosi direttamente o indirettamente al dato rivelato – come fa il Concilio in molti casi – può essere fallibile? Può essere sbagliata adesso o in futuro? Può essere in contrasto con la Tradizione? O non si dovrà invece ammettere una continuità, anche se questa continuità, di primo acchito può non essere evidente? Certo la si può dimostrare, ma comunque il cattolico deve darla per scontata, altrimenti dovrebbe ammettersi un’inammissibile falsificazione della Parola di Dio.

Vedo che Lei insiste nel dire che io sosterrei l’infallibilità di tutti gli insegnamenti del Concilio, quando già altre volte Le ho detto che non è vero. Come sanno tutti quelli che discutono con me su questo argomento, io ammetto nel Concilio al seguito dell’insegnamento degli stessi Papi, una parte dottrinale e una parte pastorale. In questo secondo campo anche un Concilio può sbagliare e quando la S.Sede nelle trattative con i lefevriani ha detto che alcune dottrine del Concilio sono “discutibili”, si riferiva appunto a quelle pastorali.

Insegnamenti invece quali quelli che ho presentato nel mio libro non sono pastorali ma dottrinali e quindi sono “infallibili” nel senso molto semplice che sono veri (potrebbero essere, almeno alcuni, di terzo livello), perchè hanno rapporto con la Rivelazione.

 

2. Dottrine nuove

Concordo perfettamente con quanto Lei dice a proposito delle nuove dottrine: “Si tratterà, infatti, d’una penetrazione in profondità di ciò che fu detto una volta per sempre, alla scoperta di quanto fosse rimasto in zona umbratile o ad altezze troppo superiori alle capacità dell’intelletto umano, perché, a beneficio di esso, la verità rivelata si dispieghi nella sua interezza ed in ogni sua sfumatura”.

Non si tratta di contenuti nuovi, ma di conoscenza accresciuta, migliore, più esplicita, più precisa, più chiara, più avanzata, più progredita delle medesime immutabili verità. Nulla si aggiunge al dato rivelato, ma semplicemente lo si conosce meglio. L’aumento riguarda il modo del conoscere non il contenuto. Un nove, non un novum. In tal senso si può e si deve parlare di “nuove dottrine” del Concilio, per cui i Papi del postconcilio parlano di “sviluppo”, di “progresso”, di “rinnovamento”.

Nuove dottrine ma in continuità con le precedenti, perché i contenuti sono gli stessi. In tal modo, per esempio, la conoscenza della luna oggi è migliore di quella che si aveva nel Medioevo, ma la luna è la stessa. Qui sta il sano progressismo – che è un dovere -, che nulla ha a che vedere col modernismo – che è un’eresia. Questo progressismo si congiunge benissimo a un sano tradizionalismo, com’era per esempio quello del Servo di Dio Padre Tomas Tyn (1950-1990), che è quello che non vede nelle novità dottrinali del Concilio alcuna rottura col Magistero precedente.

Concordo con Lei in questa alternativa: “Tutto dipende dalla natura e dal senso dell’aggettivo nuove. Se con esso s’intendesse qualcosa d’eterogeneo rispetto al dogma già definito, si sarebbe di fronte alla prova della discontinuità dottrinale. Se invece s’intendesse qualcosa di pienamente omogeneo e già contenuto, se pur in modo latente, nella definizione precedente, si sarebbe di fronte ad un vero e proprio esempio di progresso dogmatico ‘in eodem sensu eademque sententia’”. Ma è appunto questa seconda alternativa che si verifica nel Concilio! La prima è impensabile perché supporrebbe che il Concilio dice il falso o il falsificabile.

In tal senso ho detto che “in campo dogmatico non si può ammettere una rottura dell’insegnamento del Concilio nei confronti del passato”. E pure in tal senso ho detto che “Il Vaticano II presenta un nuovo concetto di Rivelazione rispetto a quello del Vaticano I […]”. Pertanto, “dobbiamo ritenere per certo che anche il Vaticano II, benché di contenuto concettuale diverso, sia a sua volta infallibile”.

 

3. Rapporto col pensiero moderno

Lei si domanda facendomi dire: “Poiché il Vaticano II fu animato non dall’intento di metter a fuoco ‘i problemi di dottrina o di disciplina cristiane’, ma da ‘spirito d’integrazione, d’assunzione e di conciliazione’, non ne deriverà il risultato rimproverato dai lefebvriani d’un cristianesimo che integra in sé il secolo, che ne assume la forma mentis e si concilia con i suoi errori?”.

Io non separo affatto le due cose, ma le metto assieme. Non si tratta di “integrare a sé il secolo tout court”, ma di fare nel secolo un discernimento alla luce del Vangelo prendendo i pesci buoni e gettando via quelli cattivi. Dovrebbe essere evidente che quando parlo di “integrazione” mi riferisco a ciò che può essere integrato.

 

4. Magistero ordinario, straordinario, semplice, solenne

Lei mi fa questo rimprovero: “Vaticano II: da Magistero solenne e supremo, qual è ogni Concilio ecumenico, vien degradato a Magistero ordinario, anche se un Concilio ecumenico non può affatto, per sua intrinseca natura, esser ridotto a Magistero ordinario. Troviamo conferma di tale degradazione anche qualche pagina dopo: “Il Vaticano II ha fatto avanzare (?) la dottrina della fede nella modalità dell’insegnamento ordinario”.

Mi pare che solenne non vada contrapposto ad ordinario, ma a semplice, come si dà nei gradi delle professioni religiose, ed io riferirei queste qualifiche al modo dell’insegnamento. Solenne è l’insegnamento proposto con solennità, come le definizioni dogmatiche solenni (primo livello). Però si potrebbe anche dire che un Concilio propone con solennità sia dei contenuti ordinari (soliti, già insegnati) che dei contenuti straordinari (nuovi). Per i contenuti nuovi, quelli del Concilio si potrebbero chiamare straordinari.

Invece le qualifiche di ordinario e straordinario le riserverei ai contenuti, anche se pure queste qualifiche possono riferirsi al modo di insegnare. In tal senso ho parlato di dottrine nuove ma con modalità ordinaria di insegnamento. Riconosco di non esser stato sempre coerente nel linguaggio, anche perché non ho trovato coerenza in questo caso tra i teologi. Basta intendersi.

Avrei potuto parlare di dottrina straordinaria, ossia nuova, esposta in linguaggio semplice (secondo livello), non solenne (primo livello): la cosiddetta “definizione solenne”. In tal senso ho detto: “L’insegnamento straordinario è un insegnamento nuovo; quello ordinario è quello corrente […] È questo appunto il caso del Vaticano II”, nel senso che con linguaggio semplice contiene insegnamenti nuovi, ossia straordinari.

 

5. Le due fonti della Rivelazione


Lei dice: “parlo del Vaticano II, che opera una reductio ad unum della Rivelazione scritta e di quella orale, annullandone l’evidente distinzione dichiarata ed insegnata dal Tridentino e dal Vaticano I”. Le faccio notare che coalescere, usato dal Concilio non significa “confondere” ma unire, lasciando distinti i termini.

Dovrebbe esser chiaro che quel unum non va inteso come unità numerica ma come unione, così come nel Genesi si dice che uomo e donna sono una sola carne. Ma questo non vuol dire un’assurda mescolanza dei sessi. Quindi la sua preoccupazione che il Vaticano II confonda ciò che il Vaticano I distingue non ha ragion d’essere. Avremmo qui una falsificazione dottrinale impensabile.

6. I gradi autorità delle dottrine

Lei riprende le mie affermazioni affermando che non Le vanno bene: “Dottrinale non nel senso della ripetizione dei dogmi già definiti, ma anche nel senso dell’insegnamento di dottrine nuove, esse pure infallibili benché non definite”. “Si tratta delle cosiddette dottrine definitive, che alla pari di quelle definite, sono immutabili, infallibili ed irreformabili”. Ma qui non faccio che riprendere il dettato dell’Ad tuendam fidem (nn.8-10).


7. Gli errori dei Papi


I casi che Lei cita sono ben noti dall’apologetica appunto per mostrare come invece il Papa quando insegna come Maestro della fede al popolo di Dio (confirma fratres tuos), non sbaglia mai, sia che insegni da solo che come presidente del Concilio Ecumenico, senza che per questo occorra la circostanza della definizione solenne. Basta il secondo livello.

Il Papa può sbagliare anche nella fede quando parla di fatto come dottore privato, e sono quelli appunto i casi che Lei cita. Il Gaetano ha uno studio interessante sul Papa eretico, il quale con ciò stesso decade dall’autorità pontificia. Il Papa eretico manca in questo stesso atto del diritto di insegnare la fede, appunto perché insegna l’eresia che è il contrario della fede.

Ma è evidente che il Papa come Papa, grazie all’assistenza dello Spirito Santo, non può esser assolutamente eretico perchè è una contradictio in terminis. Il Gaetano sostiene che il Papa eretico (come dottore privato) può essere deposto dal collegio cardinalizio. Quindi questi esempi che Lei cita per sostenere che il Concilio ha sbagliato non hanno valore. Stranamente Lei che è antimodernista si trova qui a fianco del modernista Küng!!

Con viva cordialità


P.Giovanni Cavalcoli,OP

Bologna, 5 febbraio 2012

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