UNA LETTERA DI PADRE GIOVANNI CAVALCOLI A CRISTINA SICCARDI

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In seguito all’articolo “Grazie, Mons. Gherardini. Una lettera di Cristina Siccardi”, riceviamo da P. Giovanni Cavalcoli questa lettera, che volentieri pubblichiamo, e con l’occasione ringraziamo i partecipanti a questo utilissimo approfondimento, che non potrà che giovare a tutti i fedeli che desiderano parole di chiarezza, indispensabili laddove si tocchino questioni non solamente pastorali, ma anche, “seppure indirettamente e non esplicitamente”,  dogmatiche.

PD

 

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Cara Cristina,

concordo con le osservazioni che fai al Concilio Vaticano II soprattutto per quanto riguarda il tuo riferimento a quelle del Padre Calmel, mio Confratello, il quale però non fa questione di contenuti ma di modi espressivi, di metodo e di linguaggio.

Tuttavia direi che calchi troppo la mano quando parli di “nodi presenti nei documenti del Concilio, nodi che occorre sciogliere per avere le idee chiare” e quando dici che la pastoralità del Concilio “ha contaminato la dottrina”. E’ sempre il solito problema: come possono avvenire cose del genere nelle dottrina di un Concilio ecumenico che in nome di Cristo e con l’assistenza dello Spirito Santo ci aiuta ad approfondire ed a chiarire il senso della divina Rivelazione e quindi il senso della Scrittura e della Tradizione?

Tu sai bene quanto sono nemico del modernismo: ma non ti accorgi che il rimedio al modernismo sta proprio in quella sana modernità che ci è insegnata dal Concilio? E’ vero che i modernisti pretendono di rifarsi al Concilio per diffondere le loro eresie. Ma non ti sei ancora accorta che sono degli impostori? Il Concilio ci insegna ad essere sanamente moderni, ma non modernisti. Essere moderno nel senso di progredire nella verità e nel bene non è un peccato, ma un preciso dovere prescrittoci dal Vangelo.

Esiste un sano progresso, esistono sane novità che non sono affatto in contrasto con la Tradizione, ma ne sono uno sviluppo ed una esplicitazione nella continuità. E questo è appunto il caso del Concilio, come stanno ripetendo i Papi sin dalla fine del Concilio. O forse che i Papi sbagliano?

Oppure il Concilio stesso è caduto nell’errore? Bisogna correggerlo? Si trattasse di questioni semplicemente pastorali, la cosa è possibile. Ma può sbagliare un Concilio quando, seppure indirettamente e non esplicitamente, tocca il dogma o la dottrina di fede, come ha fatto il Vaticano II?

Cordialmente


P. Giovanni Cavalcoli, OP

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