Una lunga penna nera. Storie di eroismo e fratellanza

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C’è anche un libro per il centenario dell’Associazione nazionale alpini, costituita a Milano l’8 luglio 1919. Un libro che va peraltro ben oltre l’anniversario dell’Ana, cioè una vera e propria storia del corpo delle Penne Nere. D’altro canto, qui, cioè fra questi militari, non ci sono ex: tutti, sempre e da sempre alpini anche se non indossano più l’uniforme, lo spirito l’hanno mantenuto.

Autore di Una lunga penna nera, sottotitolo Storia di eroismo e fratellanza (Piemme, pagine 335, euro 17,50) è un giornalista di lungo corso, che, fra storia e letteratura aveva già dato esiti di alto spessore: Alfio Caruso. Sugli alpini in guerra aveva già pubblicato Tutti i vivi all’assalto (Nikolajewka – Campagna di Russia), e poi Italiani dovete morire sull’eccidio di Cefalonia, Caporetto, L’onore d’Italia. El Alamein: così Mussolini mandò al massacro la meglio gioventù, eccetera.

Fra storia e letteratura, si è detto. Sì, perché i libri di Caruso poggiano su di una solida base documentaria e l’andamento della prosa è di una scioltezza straordinaria, con toni appropriati a seconda delle situazioni; una narrazione coinvolgente, attraverso la quale anche il lettore poco esperto di penne nere, muli e alte cime (in questo caso) può conoscere una storia epica, fatta di sacrifici, valore, umiltà, generosità, fratellanza.

È dal 1872, anno di costituzione del corpo degli Alpini, che questi soldati col caratteristico cappello con la penna fanno parlare di sé: in guerra e in pace, avendo punti di riferimento che non cambiano col mutar dei tempi, delle situazioni, delle mode: Patria, famiglia, senso del dovere, perché i doveri vengono prima dei diritti, fede religiosa e calda umanità.

Azioni belliche in patria e all’estero (Grande Guerra: Ortigara, Monte Grappa; secondo conflitto mondiale: Ponte di Perati, fronte del Don, sono alcuni esempi); operazioni di pace (l’Asilo Sorriso a Rossosch, la scuola multietnica di Zenica in Bosnia-Erzegovina, altri esempi) scorrono in queste pagine con riferimenti precisi, circostanziati, e soprattutto con la consapevolezza dimostrata dall’autore nella conoscenza-comprensione di un mondo e di un popolo (sì, perché quello delle Penne Nere è un vero “popolo”), orgoglio d’Italia.

Si incontrano personaggi leggendari, maggiori e minori, come per esempio il generale Battisti, comandante della Cuneense sul fronte russo: “… il 23 [gennaio 1943, ndr] una Cicogna tedesca atterra davanti alla colonna della Cuneense in marcia verso Garbuzovo. Ne scende un ufficiale superiore e comunica a Battisti che l’aereo è a sua disposizione, ma il generale rifiuta: vuole condividere la sorte dei propri uomini. Al suo posto fa caricare due feriti gravi…”. Finirà prigioniero nei gulag sovietici, come altri valorosi, eroici, alpini: l’ufficiale medico Enrico Reginato, il tenente Franco Magnani, padre Giovanni Brevi (fra gli altri).

Non mancano, riferendosi ai cappellani, altre figure, fra le quali giganteggia don Carlo Gnocchi, e sia consentito a questo punto citare altri alpini di profonda fede elevati alla gloria degli altari: don Secondo Pollo, fratel Luigi Bordino, Teresio Olivelli. Pagina dopo pagina, dunque, eventi e uomini spiccano in tutta la loro interezza, forza, coraggio. Dal 1872, in tutte le campagne di guerra, ci sono gli alpini, generosi e valorosi, sempre.

Ed eccoci al dopo 8 settembre 1943, con la spaccatura dell’Italia e degli italiani: al Regno del Sud (cosiddetto), gli alpini del “Piemonte” nella battaglia di Monte Marrone; dall’altra parte, quelli della divisione Monte Rosa.

Ed è a questo proposito che Caruso illumina una scena malnota, se non sconosciuta ai più, quella che vede protagonista Mario Tognato, padovano classe 1921, autore del non dimenticato La Julia muore sul posto, che dopo l’8 settembre 1943, partecipa alla resistenza come comandante della brigata Pierobon. Arrestato nel 1944, riesce a fuggire dal carcere riparando in Svizzera, dove collaborerà col servizio segreto Usa, per rientrare in patria a guerra finita. In seguito farà l’avvocato a Este, poi sarà dirigente di spicco dell’Eni.

Ma ecco l’episodio di cui scrive Caruso. “Il 28 aprile 1945 Mario Tognato, ex tenente della 265^ compagnia del Val Cismon, lascia la Svizzera e si precipita a Milano. Deve convincere gli agenti statunitensi dell’Oss (Office of Strategie Services), la mamma della Cia, a consegnare il generale Graziani al CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia). Ma Tognato ha anche un’altra missione, assai personale: provare a salvare l’amico Giovanni Ballico, ex della Julia, capitano dell’esercito di disperati che dopo l’8 settembre si è schierato con Mussolini. Quel giorno, Tognato e Ballico si erano abbracciati e divisi davanti alla caserma di Feltre. L’affetto tra i due si era cementato nell’inverno del ’43 sulla steppa ghiacciata dell’Unione Sovietica. A Nikolaewka, quando avevano spezzato l’ultimo insaccamento dell’Armata Rossa, Ballico era risultato tra i più determinati, come dimostravano le due medaglie d’argento attribuitegli. Tognato aveva, invece, guadagnato una condanna a morte dal regime fascista per la sua attività in Veneto con le bande dei patrioti di ispirazione cattolica.

Nel ’44 era stato Enrico Mattei, il futuro dominus dell’Eni, ad avvisarlo che doveva rifugiarsi in Svizzera. Con i capelli tinti di biondo, Tognato aveva fatto tappa a Milano. Nell’attesa del treno, era andato a pranzo in una trattoria accanto alla stazione. Gli avevano appena portato la pasta quando due mani gli si erano appoggiate sulle spalle. Tognato aveva lentamente voltato la testa: era Ballico. Allora lo aveva abbracciato, prima di sussurrargli: ‘Mario, ciascuno per la sua strada’. Ma quel 28 aprile Mario tenta di incrociare nuovamente la strada del fratello di sangue, con cui ha diviso ciò che gli estranei non possono comprendere e i diretti interessati dimenticare. La sua ansia finisce nell’ufficetto del CLNAI, dinanzi al registro delle fucilazioni: Giovanni è stato giustiziato il 26 aprile”.

Da questo episodio, sia consentito a chi scrive compiere un balzo di quasi mezzo secolo… in avanti. Mosca, settembre 1993, ultime ore del viaggio-pellegrinaggio, come ci piacque chiamare la spedizione di pace dell’Ana a Rossosch-Nikolajewka per l’inaugurazione dell’Asilo Sorriso, voluto, progettato, costruito dalle Penne Nere in congedo e donato a quella popolazione, per onorare la memoria dei Caduti in terra di Russia.

Si era nella grande sala di un albergo e il presidente Leonardo Caprioli stava concludendo il suo ultimo discorso d’occasione in un clima di profonde emozioni, quando chiamò accanto a sé i reduci di quella lontana campagna di guerra, quindi, fra la sorpresa generale, ripeté l’invito a uno della Monte Rosa, che nessuno fino a quel momento aveva notato. L’ex repubblichino ricevette l’abbraccio dei veci; e fu un abbraccio di fraternità scarpona: di riconciliazione all’insegna di quel cappello con la lunga penna nera. Fra gli interminabili applausi che sottolinearono quel gesto, più occhi si inumidirono, più groppi assalirono la gola…

E se il Poeta aveva cantato a suo tempo “Italia gente da le molte vite”, lì si poté riecheggiare: “Alpini da le molte vite”… Truppe alpine: 147 anni di storia. Ana: 100 anni di storia. Ma sono rimasti sempre gli stessi: allora, ieri, oggi. Leggendo il libro di Alfio Caruso, lo si può ben comprendere.

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1 commento su “Una lunga penna nera. Storie di eroismo e fratellanza”

  1. FRANCESCO CASADIO

    CHI COME ME HA VISSUTO E SOFFERTO TUTTO IL LUNGO PERIODO DELLA GUERRA NON PUO’ ESIMERSI DALL’ACQUISIRE LA LETTURA DI QUESTI ARGOMENTI CHE DIVENGONO NUTRIMENTO DELLA PROPRIA VECCHIAIA.

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