UNA PICCOLA LEZIONE DI STORIOGRAFIA NEL SAGGIO DI LUIGI GAGLIARDI “ASPETTI STORICI E POLITICI DEL FASCISMO” – di Lino Di Stefano

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di Lino Di Stefano

 

 

rgdPiccola lezione, nel significato migliore del termine e nel senso, altresì, che siamo al cospetto di un libretto di 73 pagine – ‘Aspetti storici e politici del fascismo’ (Solfanelli, Chieti, 2013) – redatto dallo studioso Luigi Gagliardi,  già meritevole per altre ricerche al riguardo e per diversi scritti di carattere medico, essendo, egli, stato Primario di chirurgia toracica in un importantissimo ospedale romano.

Il saggio in questione, affronta, da par suo, un argomento sempre di attualità e vale a dire il ventennio fascista visto, questa volta, con l’occhio clinico, è il caso di sottolinearlo, di un uomo che, a distanza di tempo, pur avendo vissuto in prima persona il fenomeno, vi torna su con la serenità dello storico per quanto sia possibile, per chiunque, tale obbiettività.

Ma il nostro scrittore ci ha provato dando alle stampe un lavoro che, in 6 capitoli, più un’Avvertenza ed una Conclusione, affronta l’intera problematica dell’ideologia del regime fondato da Benito Mussolini, non solo con una sicura conoscenza degli eventi e delle implicazioni storiche del fenomeno, ma anche con un linguaggio chiaro, preciso e consapevole, relativo alle questioni di fondo della tematica in oggetto.

Premesso che la disamina affrontata “rappresenta un sommario adatto a una ricerca storico-politica con carattere di aderenza scientifica”, come dice nell’ Avvertenza l’Autore, quest’ultimo, sempre col conforto di storici di vaglia come, innanzitutto Renzo De Felice, Bruno Gatta, Attilio Tamaro ed altri studiosi della materia, precisa che, “sia pure con le limitazioni e gli errori che sempre accompagnano le azioni umane, il fascismo pose sul tappeto” tanti problemi.

Come, ad esempio, tante innovazioni che ebbero risonanza anche sul piano internazionale sebbene, poi, molte nazioni, coi loro capi, facessero tutto il contrario di quanto proclamato; è sufficiente ricordare il caso degli Stati Uniti i quali, nonostante le promesse e ad onta del ‘New Deal’, di importazione italica, fecero di tutto per entrare in guerra provocando il Giappone e favorendo l’episodio di Pearl Harbor.

Naturalmente, l’Autore non manca di rilevare gli errori commessi dall’Italia, in tali frangenti, perché se è certo che “il fascismo aveva maturato una generazione, (…), è anche vero che questa non era giunta a costituire una classe dirigente” salvo, egli continua, “L’Aviazione” che “era una sua creatura”. Anche in politica estera, il regime partì dalla cosiddetta ‘vittoria mutilata’ rivendicando l’applicazione del Patto di Londra non rispettato, però, dagli alleati soprattutto per colpa di una classe dirigente miope e debole.

L’onestà intellettuale del nostro storico è pure suffragata dalla semplice considerazione che egli non ha alcuna remora a riconoscere che “il fascismo è stato una forma di governo autoritaria e personale e già per questo eccezionale e irripetibile, ma non per questo inaccettabile in senso assoluto”.

Prova di ciò, furono le grandi realizzazioni del regime, dalla Riforma Gentile alla bonifica dell’agro pontino, dalla realizzazione dell’Enciclopedia Italiana, diretta sempre dal un grande filosofo come Gentile, alla dottrina corporativa che, forse, non ebbe il tempo necessario per affermarsi ‘in toto’; senza menzionare  tante altre conquiste che sarebbe troppo lungo elencare.

Il fascismo ebbe, inoltre, un alto senso dello Stato il quale per essere tale deve, a nostro giudizio, possedere un minimo di valenza ‘etica’, altrimenti che Stato sarebbe; si tornerebbe o allo Stato agnostico della dottrina liberale oppure allo Stato burocratico centralizzato del sistema comunista: due facce della medesima medaglia.

Per quanto riguarda le accuse al Parlamento rivolte al fascismo e al suo capo, Gagliardi replica, giustamente, che esse non concernevano “l’istituzione, ma la sua denaturazione, cioè il parlamentarismo, cioè quell’istituzione che, come dice l’antifascista Ettore Janni, nelle sue’ Memorie di un Deputato’, si era da se stesso svilita nelle risse e nelle stucchevoli logomachie”.

Il regime aveva il senso dello Stato ed era, inoltre, contrario al principio che il numero, ‘qua talis’, sia il baricentro della società laddove, al contrario, lo Stato, appunto, per essere Stato deve essere, come abbiamo già osservato, portatore di un minimo di ‘eticità’, senza, per questo, fagocitare i cittadini nelle sue spire. Un po’ come l’Io trascendentale di Giovanni Gentile che non può fare a ameno dell’io empirico pur restandogli superiore e pur interpretandone le istanze più profonde.

Anche nella sfera dell’edilizia, osserva Gagliardi, ci fu la realizzazione di opere pubbliche mai affrontate in passato; esse “videro l’Italia prima o costantemente prima”, senza contare, aggiungiamo, il potenziamento della ricerca scientifica che annoverò come protagonisti uomini del calibro di Marconi, Enrico Fermi, con i ragazzi di Via Panisperna, Umberto Nobile, lo stesso Italo Balbo, con le sue trasvolate, e tanti altri.

Il fascismo era, inoltre, la prosecuzione, ideale e pratica,  del socialismo, ma di un socialismo, si badi, non incentrato sul marxismo – ligio all’equazione ‘benessere=felicità’- bensì su una dottrina basata sul lavoro facente del soggetto l’esclusivo protagonista dell’economia, liberata, però, quest’ultima, dal concetto di livellazione di tutti e di tutto, tipico della concezione collettivistica.

I problemi esaminati dall’Autore nel presente saggio – pur nella brevità delle sue pagine – sono tanti e non ultimi quelli relativi alla questione religiosa come, ad esempio, i Patti Lateranensi presenti ancora nella nostra Costituzione – come, d’altronde, il celebre art. 46, mai applicato dal 1948 ad oggi – ivi compresa la posizione personale del Capo del governo il quale commentò, nel 1944, che Gesù Cristo “è l’unico, il vero rivoluzionario che della sua croce ha fatto leva e bandiera per sollevare il mondo agli splendori della fede divina”.

Questo ed altro è presente nel lavoro di Luigi Gagliardi il quale, accomiatandosi dal lettore, così conclude:” Da quanto è stato esposto appare evidente la complessità del fascismo e l’ampiezza dell’opera di Mussolini per il quale non l’eguaglianza ma l’equità e la rivendicazione dei diritti sociali si dovevano conseguire inserendo il popolo non attraverso un livellamento economico, ma secondo una comunione di idee, di sentimenti, di interessi dai quali scaturisse, come naturale conseguenza, il senso dello Stato”

Tutto da leggere, in definitiva, questo libro anche per la compostezza e la scioltezza stilistiche che lo contraddistinguono.

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