UNA RIFLESSIONE SUL MAGISTERO ECCLESIASTICO – di Mons. Brunero Gherardini

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di Mons. Brunero Gherardini

 

1 – Dopo il fermento tridentino che portò la Tradizione in primissimo piano, l’interesse ad essa si raffreddò, specie a cavallo tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900. Nel XX sec. esso riesplose ad opera del Franzelin e, soprattutto, del Billot. In seguito e fino all’enciclica Humani generis di Pio XII (1950), l’interesse conobbe una nuova fase ascensionale, per addormentarsi di nuovo col Vaticano II ed il rimescolamento delle carte che unificò Tradizione Scrittura e Magistero.

I nomi che s’eran distinti fin a tutto il 1950 sono noti: Bainvel, Dieckmann, Deneffe, Geiselmann e tantissimi altri. Il tasto che essi preferenzialmente battevano era quello della Tradizione passiva (l’insegnamento trasmesso): lo stesso Billot non fece eccezione. Tuttavia non ignoravan il senso attivo (l’autorità che trasmette l’insegnamento ricevuto), sul quale insiste maggiormente la teologia contemporanea. Oggi, infatti, si preferisce sottolinear il Magistero, considerandolo nei successori dei Dodici come l’Autorità e l’organo della trasmissione e come l’atto ufficiale del trasmettere.

papa maestroAttualmente il Sommo Pontefice, continuando da Papa il suo precedente insegnamento professorale, individua il Magistero nell’ “unico soggetto Chiesa”. La tesi dipende dal Vaticano II – e ciò senza dire se e fin a che punto la posizione del Concilio abbia recepito quella del giovane Ratzinger in quanto stimatissimo ed ascoltato perito del card. Frings – : in realtà il Vaticano II insegna che la Tradizione, attiva e passiva, ha il proprio soggetto nella Chiesa ed il vertice propositivo nell’Autorità ecclesiastica. Alla luce di tale insegnamento può dirsi che la tesi dell’unico-soggetto-Chiesa costituisca la ragione unificante, in modo forse un po’ confuso, i tre distinti soggetti: Tradizione, Scrittura e Magistero. E’ infatti noto che la Dei Verbum (DV 8-10) fa un tutt’uno di codesti stessi soggetti, distinguendone soltanto le funzioni. Ciò significa che la Tradizione è tutta nella Scrittura, che Scrittura e Tradizione sono un’unica fonte di Rivelazione, e che di essa è garante il soggetto Chiesa, avendo Gesù lasciato a discrezione di tale soggetto il tesoro della sua verità rivelata.

Il discernimento e la garanzia del soggetto Chiesa sono opera del suo Magistero, che per un verso dipende dal suo oggetto(1), è al suo servizio, non potendo insegnare se non quello che fu rivelato e come tale tramandato; per un altro, è la sua stessa attività magisteriale, nonché il suo contenuto, il complesso delle verità magisterialmente insegnate: ben a ragione si dice d’una determinata dottrina: “questo è Magistero”. Nel primo caso, la parola “Magistero” è intesa nel senso attivo dell’Autorità che insegna entro limiti ben definiti, oltre o contro i quali tale Autorità perde vigore e significato. Nel secondo caso, “Magistero” ha un senso passivo, quello delle verità insegnate, oppure il senso strumentale dell’organo di cui la Chiesa si serve per assolvere il suo mandato di “madre e maestra”.

L’assoluto con cui DV 10 sottopone il Magistero al servizio della Parola di Dio e lo dichiara quindi ad essa “non superiore”, rispetta il primato della Rivelazione in sé ed in quanto trasmessa: il Magistero può infatti soltanto ritrasmettere a modo d’insegnamento o definitorio o “definitive tenendum” quello e soltanto quello che ha prima ricevuto: “Quæcumque dixero vobis” (Gv 14,26). Si radica qui l’antico detto: “Nihil innovetur, nisi quod traditum est”, il cui “nisi” non impedisce il rinnovamento, ma lo presuppone e l’auspica omogeneo alla verità rivelata e trasmessa.

L’unificazione, pertanto, dei tre soggetti – Rivelazione/Tradizione/Magistero – non rispettandone la distinzione ed implicandola solamente per le correlative funzioni, sembra difficilmente sostenibile: non salvaguarda a sufficienza le peculiarità dei tre distinti soggetti, di cui non si discutono le interrelazioni, ma queste non sarebbero interrelazioni, se partissero da un unico soggetto. Diverso sarebbe il presente rilievo se, al posto della loro unificazione, si fosse messo l’accento sul loro identificarsi nell’essere e nella vita della Chiesa, determinata dalla divina Rivelazione ed in funzione di essa, sua vivente immutata ed immutabile Tradizione, ed unica Autorità divinamente istituita e legittimata a riceverla, conservarla, interpretarla ed insegnarla: l’accento quindi sulla Chiesa come organo d’insegnamento e come supremo Magistero tanto in senso attivo quanto in senso passivo. Peraltro, in considerazione sia dei tre distinti soggetti e delle relative funzioni, sia della speciale configurazione del Magistero in quanto Chiesa docente, suo organo d’insegnamento e complesso di verità insegnate, è lecito chiedersi:

  1. se non si possa approfondir un po’ meglio la natura e la funzione del Magistero;

  2. se il soggetto-Chiesa sia ed in che senso garante del Magistero passivamente inteso.

2 – Fermo restando tutto quant’è dottrina irreversibile – Rivelazione, trasmissione di essa da Cristo agli Apostoli, da questi alla Chiesa, e nella Chiesa per successione apostolica ai e dai vescovi -; fermo pure restando che tale irreversibilità dipende da pronunciamenti dogmatici – soprattutto ma non esclusivamente del Concilio di Trento – i quali, a loro volta, si richiamano alla Sacra Scrittura – p. es. Mt 18,19; Mc 16,15; Lc 24,47 e Gv21,15-18 – se ne deduce un rapporto ineludibile tra la verità salvifica ed ogni singolo cristiano. Nessun battezzato, però, può presumere l’accesso immediato e personale a tale verità, alla sua totalità, alla sua indiscutibilità; ogni essere umano, infatti, è fallibile, porta anzi in sé e con sé lo stigma di quella colpa d’origine, che privò la natura umana della giustizia originale e dell’integrità psico-corporea. Una tale alterazione della natura umana, anche se relativa e non assoluta, ebbe i suoi effetti sulle quattro potenze dell’anima: intelligenza, volontà, appetito irascibile ed appetito concupiscibile ne rimasero feriti ed esposti rispettivamente all’ignoranza, alla malizia, alla debolezza e alla concupiscenza (2). Sta qui il motivo per il quale l’accesso alla verità rivelata non è prerogativa né effetto della semplice intelligenza, ferita ed indebolita dal peccato, ma anche e specialmente della grazia. Per “grazia”, in questo contesto, s’intende la disposizione con cui Cristo, venendo in soccorso alla natura umana non solo di per sé limitata, ma anche fiaccata dalle conseguenze del peccato, volle che il predetto accesso avvenisse attraverso l’istituzione ecclesiale. La Chiesa, in effetti, ebbe la Parola di Dio dalla diretta attività rivelatrice del Signore e dalla predicazione apostolica, non solo perché la custodisse quale inestimabile tesoro, ma anche perché la ritrasmettesse nella sua integrità, e fedelmente l’interpretasse ed insegnasse, a ciò abilitata dal promesso carisma dello Spirito Santo “in rebus fidei et morum”(3).

L’identità magisteriale della Chiesa si definisce, dunque, nei confini della ricezione-custodia-interpretazione-ritrasmissione. Rispetto alla Parola di Dio rivelata, la sua è Parola di Dio ricevutacustoditainterpretatatrasmessa. Se nel suo primo momento (in actu primo) la Parola di Dio è “norma remota” della vita cristiana, nei successivi momenti della ri-trasmissione (in actu secundo) è “norma prossima”. Ma perché tale possa essere e come tale godere dell’infallibilità del promesso carisma, è imprescindibilmente sottoposta – per questo DV 10/b dichiara che non è superiore alla Parola rivelata – alla condizione del totale ed indiscusso rispetto della Parola di Dio in actu primo. Se quella che dovrebb’esser la Parola di Dio in actu secundo non adegua radicalmente totalmente omogeneamente, almeno quanto alla sostanza, la Parola di Dio in actu primo, non potrà affatto pretendere di regolare la Fede ed i costumi dell’esistenza cristiana; non sarebbe infatti garantita dalla Parola di Dio in actu primo, non potendo esser una sua contraddizione in actu secundo. In tal caso, non sarebbe né Parola di Dio, né godrebbe del carisma promesso e della corrispondente infallibilità. Vale a dire che anche il Magistero ecclesiastico può, in ipotesi, sbagliare; se l’adeguamento della Parola di Dio, all’interno d’una speciale contingenza storica, non corrispondesse alla Rivelazione compiuta da Cristo e chiusa con la morte dell’ultimo Apostolo, non d’ipotesi dovremmo parlare, bensì di realtà.

3 – Basterà allora riferirsi al “soggetto Chiesa” per aver la garanzia dell’adeguamento poco sopra indicato?

Alla domanda non può darsi una risposta affrettata e priva delle distinzioni legate allo stesso concetto di Chiesa. Se dal punto di vista magisteriale, nei limiti sopra descritti e soltanto in essi, la Chiesa è indubbiamente l’unico ed infallibile soggetto che riceve-custodisce-interpreta-trasmette la Parola di Dio, dal punto di vista delle condizioni, alle quali la sua attività magisteriale è sottoposta, ne è anche l’oggetto. In ultim’analisi, chi effettivamente sta sul podio con la bacchetta in mano e dirige l’orchestra non è la Chiesa, ma la Parola di Dio. La Chiesa esegue obbedisce s’adegua. Resta, comunque, il fatto che all’interno delle condizioni anzidette, la Chiesa è davvero soggetto: unico, ho detto, ed infallibile, e quindi norma prossima dell’agire in senso cristiano. Operando però all’interno di determinate condizioni, ne segue che la Chiesa non dispone a piacimento della Parola di Dio, né le è consentito di farlo, nemmeno per adeguare la Parola di Dio al variare delle tendenze culturali nel passaggio da un’epoca all’altra, l’adeguamento essendo possibile e doveroso esclusivamente in base al confronto con la Rivelazione in actu primo.

Ci sarebbe anche un’altra risposta, questa: la Chiesa è l’unico soggetto non d’una Rivelazione pietrificata, ma d’una Rivelazione vivente. L’una è quella che, chiusa per sempre dalla morte dell’ultim’Apostolo, è oggi disponibile come sacro deposito delle verità rivelate. L’altra è una Rivelazione sempre in atto, che si rinnova col rinnovarsi degli eventi attraverso i quali lo Spirito Santo parla e si manifesta alla guida della Chiesa, indicando di volta in volta le rotte da seguire. La chiamerei una risposta “gioachimita”, che però non potrebb’aver una sorte più favorevole di quella toccata a Gioacchino da Fiore (†1202), il quale per primo la propose: una condanna(4). E se per caso la Chiesa, dimenticando o correggendo il suo passato, non la pronunciasse, ognuno sarebbe autorizzato a farlo privatamente, in ossequio all’ininterrotta Tradizione che, per disposizione di Cristo, ha veicolato e veicola la Chiesa attraverso le onde lunghe e corte della storia. Il concetto gioachimita di Rivelazione tornò d’attualità nel pieno dell’attacco modernista ai valori della Tradizione, quando i campioni del modernismo, rifiutando con disprezzo una Rivelazione “piovuta dal cielo” e “meccanicamente” riproposta sempre uguale a fronte di non uguali condizioni storiche, introdussero un concetto puramente psicologico di Rivelazione: la presenza e l’azione, sempre imprevedibili, dello Spirito Santo alla guida della Chiesa per adattarla ai tempi. Come nei tempi andati fiorirono nella Chiesa quei movimenti spiritualisti(5) che introdussero in essa il “fermento corruttore”(6) della spiritualità e della teologia, così il fenomeno si rinnoverebbe oggi e domani, ogni volta che qualcuno presentasse come “rivelata” dallo Spirito Santo qualche novità sostanzialmente non componibile con il “quod semper, quod ab omnibus, quod ubique creditum” dell’ininterrotta Tradizione. Si rinnoverebbero in tal modo i sogni medievali d’un nuovo “Evangelo eterno”, in funzione del quale gli attuali modernisti e liberali darebbero il loro contributo al magma del cristianesimo-in-divenire, sognato dai loro predecessori tra la fine del 1800 e gl’inizi del 1900 come significativa riproposta d’analoghe utopie medievali, mai del resto completamente tacitate.

4 – Per concludere, mi pare che dal complesso della questione esposta possa trarsi qualche idea suscettibile di condivisione, o, nella misura in cui fu oggetto di definizione dogmatica, da doverosamente condividere. P. es., le seguenti.

  1. La Chiesa è divinamente dotata della “potestas docendi”, in quanto soggetto cui appartiene, per divina disposizione, il diritto-dovere di definire ciò che fu da Dio rivelato e ciò che non rientra in tale rivelazione. “Andate in tutt’il mondo, ammaestrate tutte le popolazioni, battezzatele nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo ed insegnate loro a conservare tutto quanto vi ho ordinato” (Mt 28,18-20). Non la legge dell’entropia o della relatività, non gli ultimi sviluppi della scienza, non le sue applicazioni tecnologiche, ma solamente “le cose dette da me” (Gv 14,26).

  2. La Chiesa esercita il suo diritto-dovere d’insegnare attraverso un organo ufficiale autorevole ed infallibile, vale a dire il Magistero. La sua infallibilità è garantita dall’oggetto infallibile del suo insegnamento – le verità rivelate – e dall’assistenza promessagli dello Spirito Santo: “Lo Spirito Santo che il Padre v’invierà in mio nome, vi suggerirà tutto quanto io vi avrò insegnato” (Gv 14,26). “Quando verrà lo Spirito della verità v’introdurrà in tutta la verità: non parlerà in proprio, ma… di ciò che avrà udito da me e l’annuncerà a voi” (Gv 16,13.14). La sua autorevolezza, invece, ed ufficialità han la loro legittimazione nella catena successoria, ovvero nella successione ai Dodici per via sacramentale. Nonostante la sua legittimazione, il Magistero perderebbe immediatamente la caratteristica d’ufficialità, autorevolezza ed infallibilità nel momento in cui trasmettesse qualcosa di non radicato nel solco del “sempre dovunque e da tutti creduto” e d’estraneo al “senso comunemente inteso e formulato (eodem sensu eademque sententia)”.

  3. Due son le forme dell’insegnamento magisteriale: quella solenne e quella ordinaria. Ambedue son organicamente legate al Primato dell’apostolo Pietro e, se intendono rimanere se stesse, dal detto legame non possono assolutamente prescindere. La prima prevede un esercizio collegiale ed uno personale. Quello collegiale è proprio del Concilio ecumenico(7); del Papa, invece, è quello personale della “locutio ex cathedra”, quando il Papa si pronuncia in materia di Fede e di Costumi come Dottore e Pastore supremo di tutt’i cristiani(8). La seconda forma, detta Magistero ordinario o universale, prevede essa pure un esercizio personale ed uno collegiale. Si verifica il primo quando il Papa parla in forma non cattedratica – p. es., alle udienze generali, o con encicliche, o con i documenti ordinari della Curia romana – pur proponendo dottrine direttamente o no radicate nella Rivelazione scritta ed orale della Chiesa; si verifica l’altro quando Papa e Vescovi, non già conciliarmente congregati, ma separativamente presenti in tutto l’orbe cattolico, si richiamano, in comunione gerarchica col Papa, a dottrine precedentemente definite, oppure dichiaran ad esse conformi o difformi alcuni discussi asserti del momento. Ordinario è considerato anche l’insegnamento del Vescovo diocesano in forma scritta – lettere pastorali, approvazione dei catechismi e dei libri per l’insegnamento religioso – o in quella orale dell’ordinaria predicazione, purché sempre in comunione col Papa ed in stretto rapporto con precedenti rivelati e/o definiti (9)

E’ pertanto evidente che, quando si parla di Magistero, si fa riferimento al vertice della Chiesa, non perché esso sia al di sopra d’ogni limite e condizione – ne ha, infatti, e li ho indicati –

ma perché, entro quei limiti, nessun’altra istanza può attenuar o imbrigliare l’autorità e la libertà del Magistero. Autorità e libertà, dunque, tutelate dall’indiscusso e fedele rispetto dei limiti accennati(10). La sorgente, infatti, alla quale s’abbevera il Magistero e dalla quale trae tutto il suo insegnamento è la divina Parola “scritta” ed “orale”, e con riferimento ad essa i simboli della Fede, le definizioni conciliari, i pronunciamenti cattedratici. Su questa base il Magistero s’appoggia, in essa affonda saldamente ogni suo pronunciamento, ad essa lo adegua, con essa lo confronta per coestenderne al presente e allo stesso futuro l’indiscussa validità. Le sue formule posson esser giustamente cambiate, se pur con somma cautela e mai per un progresso dogmatico intrinseco, né per quello che intendesse integrare nel dogma culture ed ideologie del momento; qualunque cambiamento s’autentica nella piena corrispondenza tra la dottrina proposta e la base anzidetta. Alla gradualità di tale corrispondenza corrispondon infatti, con proprie differenze e sfumature, le formulazioni con cui vien espressa tecnicamente la Fede: “dogma cattolico”, “dogma di Fede”, “dottrina di Fede”, “dottrina rivelata”, “dottrina contenuta nella Scrittura”, dottrina tradizionale”, “dottrina esplicitamente/implicitamente rivelata”, “prossima alla Fede” ed altre. Ma tutte segnalano la capacità discriminante del Magistero che, garantito dalla sua base, cioè dalla Parola di Dio scritta ed orale, ne analizza i contenuti, li sottrae al sovrapporsi di dottrine fallaci, li accorda sul diapason della divina Rivelazione e ne fa succo e sangue dell’esistenza autenticamente cattolica.

22 marzo 2011

1) DV 10/b: “Quod quidem Magisterium non supra Verbum Dei est, sed eidem ministrat, docens nonnisi quod traditum est”.

2) Dovrei citar in lungo ed in largo: per brevità mi limito a S. TOMMASO, STh I, 85, 3. Quanto alla questione in sé, si tenga presente che l’indebolimento delle forze naturali s’oppone alla tesi protestante della corruzione naturale: ancor una volta S. Tommaso fa chiarezza: “Ea quæ sunt naturalia, homini neque subtrahuntur neque dantur per peccatum”, STh I, 98,2.

3) Ci si può chiedere che cosa ci sia ancora di cattolico in chi banalizza la formula fide set mores come “tardo-medievale”, “canonizzata dal Tridentino” e generatrice d’ “astrattezza dottrinale, giuridismo istituzionale e settorialismo, come se il Vangelo e la Fede non fossero che la norma remota della vita cristiana”, ALBERIGO G., Dinamica assembleare e conclusioni conciliari, in FATTORI M.T.-ALBERIGO G. (a c. di), L’evento e le decisioni. Sudi sulle dinamiche del Concilio Vaticano II, Il Mulino, Bologna 1997, p. 520 e n. 23.

4) Mi riferisco alla condanna che il Lateranense IV (11-30 nov.1215) fulminò contro le opere – alcune pubblicate da suoi discepoli – del ben noto abate cistercense, cf DENIFLE H.-CHATELAIN E., Carthularium Universitatis Parisiensis, Parigi 1889ss, v. 1, p.81 (n. 22), e DS 803-808.

5) Cf al riguardo DE LUBAC H., La posterité spirituelle de Joachim de Flore, due voll., ed. Dessain & Tobra, Parigi 1979.

6) L’espressione è di CHENU M.-D., La théologie au XIIe siècle, Librairie Philosophique Vrin, Parigi 1957, p. 82.

7) VATICANUM I, Constit. dogmatica “de Ecclesia” (18 luglio 1870), DS 3069.

8) Ibid., cap. IV: “…cum ex cathedra loquitur, id est, cum omnium Christianorum pastoris et doctoris munere fungens pro suprema sua Apostolica auctoritate doctrinam de fide vel moribus ab universa Ecclesia tenendam definit”, DS 3074.

9) Cf PARENTE P., Theologia fundamentalis, ed. Marietti, Roma 19472, p. 226-227

10) Mi fermo ai limiti qui in parola, senza dimenticare, ovviamente, che la tutela è pure “carismatica”, dovuta all’assistenza dello Spirito Santo secondo le ripetute promesse di Cristo. E tanto dico senza rifugiarmi sotto “il comodo ombrello dello Spirito Santo”, per usar un’espressione del non sempre entusiasmante ALBERIGO G., Dinamica assembleare, cit. p. 518.

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