Una riflessione sul secondo dei Novissimi: il Giudizio  –  di Carla D’Agostino Ungaretti

Egli (l’angelo) gridava a gran voce: “Temete Dio e dategli gloria, perché è giunta l’ora del Suo giudizio”. (Ap 14, 7).

“Iudex ergo cum sedebit, / Quidquid latet apparebit: / Nil inultum remanebit”.  (Tommaso da Celano, Dies Irae).

di Carla D’Agostino Ungaretti

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La fede cristiana è attraversata dalla certezza, derivata dall’Antico Testamento, che il mondo e la storia vivranno un momento finale nel quale sarà rivelato tutto ciò che si è cercato di nascondere e Dio farà piena giustizia alla Verità e al Suo amore per gli uomini. Quel momento è chiamato “Giudizio Universale” ed è un dogma di fede solennemente definito da Benedetto XII nella costituzione “Benedictus Deus” del 29 gennaio 1336. Esso coinvolgerà tutto e tutti come avvenimento conclusivo della storia umana, al pari dell’altro dogma riguardante l’esistenza del castigo eterno per i reprobi e del premio eterno per gli eletti, che era già stato definito solennemente dal Concilio Lateranense IV nel 1215.

La Chiesa cattolica interpreta il Giudizio Universale come la conclusione di una serie di altri giudizi parziali, tra i quali spicca il giudizio particolare introdotto dalla morte. La nostra speranza non è una fuga nel futuro che ci allontana dalla serietà del quotidiano, anche se spesso la frenetica vita moderna ci impedisce di pensare a come sarà la nostra fine e a quello che ci aspetta “dopo”. Infatti non ci sarà una reincarnazione come sperano molti occidentali scristianizzati credendo erroneamente che questo tipica credenza delle false religioni orientali, come il buddismo e l’induismo, assicuri loro una seconda “chance” per riparare i loro errori precedenti. Tutto si gioca adesso e bisogna perdere la propria vita per ritrovarla. Il cristiano deve svolgere il suo servizio ora cercando vivere in modo di poter accedere a quel regno “preparato per voi fin dalla creazione del mondo” (Mt 25, 34).

Allora farò una riflessione sul modo in cui i quattro Vangeli, e prevalentemente quello secondo Matteo, trattano questo argomento sul quale io medito spesso ricavandone ogni volta una duplice sensazione: di timore da un lato, perché mi fa riconoscere tutte le mie numerose manchevolezze e imperfezioni, ma dall’altro anche di conforto perché mi assicura che Dio ha preparato anche per me un posticino accanto a Lui e dipenderà solo da me occuparlo quando, secondo la Sua volontà, sarà il momento. Naturalmente la mia non sarà una riflessione da teologa o da esegeta, ma solo da cattolica “bambina” che non pretende certo di risolvere i problemi teologici ed esegetici che gli studiosi individuano in quei testi, ma spera solo di aiutare i suoi fratelli in Cristo a trovare qualche ulteriore spunto di speranza e di fiducia in Dio.

Anzitutto mi domando: in che cosa consisterà questo “Giudizio”? Istintivamente sarei tentata di interpretarlo alla stregua dei processi umani, nei quali l’imputato è assolto o condannato a seconda che se ne dimostri l’innocenza o la colpevolezza. Così lo descrive Tommaso da Celano nel suo splendido e terribile Dies Irae; così lo hanno illustrato Michelangelo, Luca Signorelli e i meravigliosi timpani dei portali nelle grandi cattedrali gotiche. Anche S. Paolo dice che “tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male“ (2 Cor 5, 10). E in effetti, il giudizio di cui parla il Nuovo Testamento offre una qualche analogia con il concetto di giudizio terreno, perché Dio esaminerà il nostro comportamento in vita e la Sua sentenza riguarderà la nostra eternità.

Ma è anche vero che Gesù afferma di essere venuto per salvare gli uomini e non per giudicarli (Gv 3, 17). Allora? Allora, secondo me, non dobbiamo mai dimenticare che Gesù, con il Suo insegnamento, ci ha indicato la strada per ottenere la salvezza eterna, certamente difficile e spesso impervia ma sicura, e se noi ci rifiutiamo di seguirla siamo noi stessi gli artefici della nostra condanna. Allora Dio, col Giudizio, non farà che “mettere un sigillo” su quello che noi stessi avremmo dovuto aspettarci rifiutando di seguire quella strada.

Alla fine del lungo discorso escatologico di Gesù, Matteo (24 – 25) fa un grande affresco di ciò che avverrà quando Dio radunerà tutte le nazioni davanti al Suo trono, ma lo fa precedere da alcune esortazioni che ci fanno capire cosa bisogna “fare” per superare il Giudizio. “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; guardatevi dai falsi profeti”. L’allusione al Giudizio è inequivocabile e lo stesso discorso ecclesiastico termina con la parabola del servo spietato verso i suoi debitori, che per questo viene punito dal padrone che invece era stato misericordioso con lui, perché “così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello” (Mt 18, 23 ss).

La descrizione del Giudizio è preceduto anche da numerosi esempi tratti dalla vita quotidiana: il padrone di casa previdente che, vegliando, non si lascia svaligiare la casa dal ladro (Mt 24, 43); la parabola delle vergini stolte, escluse dalle nozze perché non erano state accorte e vigilanti nell’attesa dello sposo; da quella del servo “malvagio e infingardo” che, non avendo saggiamente investito il denaro che il padrone gli aveva affidato, “viene gettato nelle tenebre, dove c’è pianto e stridore di denti” (Mt 25, 1 ss). Gesù insiste sempre sull’attenzione e la vigilanza che devono essere continue e perseveranti, perché non sappiamo quando Egli tornerà per chiederci conto del nostro operato; pertanto, col nostro lavoro e il nostro personale impegno quotidiano, dobbiamo rendere produttivi tutti i doni di natura e di grazia ricevuti da Dio.

Quelle parabole si concludono infatti con un Giudizio rigoroso e definitivo. Allora, “quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli si siederà sul trono della sua gloria” (Mt 25, 31). Quel titolo misterioso – tratto dall’apocalittica giudaica (Dn 7) che i discepoli conoscevano bene – è attribuito al Giudice supremo ma, sorprendentemente, è “Giudice” anche il Signore Risorto dei cristiani che, inaspettatamente si identifica con i più piccoli, i più umili, i meno importanti facendo stupire tutti, sia i giusti che gli empi, perché sarà una rivelazione che infrangerà tutte le sicurezze da loro acquisite in vita. Il Giudice convocherà davanti a sé tutte le “nazioni”: con questo termine l’Antico Testamento designava coloro che non appartenevano al popolo di Israele, invece in questo passo Matteo sembra indicare tutti gli uomini, giudei e gentili perché la dimensione universale del Vangelo deve essere annunciata a tutti i popoli, come raccomanderà lo stesso Gesù dopo la Resurrezione (Mt 28, 19). La necessità della “vigilanza” è ribadita in molte parabole come in quella, notissima, della “zizzania” seminata dal “nemico” in mezzo al grano buono (Mt 13, 24 ss) il cui senso, secondo S. Josè Maria Escrivà, è chiarissimo: gli uomini – e i cristiani in particolare – addormentandosi, non hanno “vigilato” consentendo così al “nemico” di avvicinarsi[1]. La dimensione universale del Giudizio è espressa anche dalla parabola della “rete gettata nel mare che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni…” (Mt 13, 47 – 49).

Al momento del Giudizio non vi saranno “raccomandati” che potranno sfuggire ad esso, nemmeno quelli che avranno gridato “Signore, Signore!” o quelli che avranno fatto miracoli nel nome di Gesù (Mt 7, 21 – 23). Il Giudizio ci riguarderà tutti, buoni e cattivi, giusti e peccatori e dovremo rendere conto di ciò che avremo “fatto” in concreto per i nostri fratelli. Il Giudice separerà le genti davanti a Lui, come il pastore fa con il suo gregge, mettendo le pecore a destra e i capri alla sinistra, chiamando quelle “Benedetti del Padre mio” e questi “Maledetti”, distinguendoli secondo ciò che essi hanno fatto, o non hanno fatto, per Lui. Tutti, buoni e cattivi, si meraviglieranno perché non ricorderanno di aver mai incontrato fisicamente Gesù bisognoso, affamato, assetato, malato o carcerato e, a questo punto, Egli pronuncerà la terribile sentenza che segnerà il nostro destino eterno perché tutto ciò che noi avremo fatto, o non avremo fatto, nei confronti dei nostri fratelli più sfortunati di noi, lo avremo fatto, o non lo avremo fatto, a Lui. Dopodiché “se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna” (Mt 25, 46).

Non sono chiarissime e tremende queste parole di Gesù? Infatti quando Egli parlava “le folle restavano stupite dal suo insegnamento” (Mt 7, 28). La traduzione CEI della Bibbia di Gerusalemme usa il termine “stupite”, ma Benedetto XVI ha spiegato che quell’espressione è inesatta. Il termine greco originale è “spaventate[2] ed io confesso che quelle parole, in questo passo del Vangelo secondo Matteo, mi fanno tremare le vene e i polsi perché le avverto come un forte stimolo al mio quotidiano esame di coscienza e mi mettono di fronte alle mie quotidiane responsabilità.

Tutte le azioni enumerate nel passo – dar da mangiare, dar da bere, vestire, visitare – sono opere di amore cristiano e, quando le compiamo in favore dei nostri fratelli più piccoli, ravvisiamo in essi Gesù stesso. Ecco emergere l’importanza del peccato di omissione: non fare qualcosa di buono che ci viene ispirato da Dio significa lasciare Cristo privo dell’aiuto di cui ha bisogno. Scrive in proposito S. Josemarìa Escrivà: “Occorre riconoscere Cristo che ci viene incontro negli uomini, nostri fratelli. Nessuna vita umana è isolata; ogni vita si intreccia con altre vite. Nessuna persona è un verso a sé: tutti facciamo parte dello stesso poema divino che Dio scrive con il consenso della nostra libertà” [3].

Quindi, saremo giudicati in base all’amore che saremo stati capaci di effondere e a una cattolica “bambina” come me che, da lavoratrice, ha passato metà della sua vita seduta a una scrivania davanti a un computer, non può sfuggire il fatto che Gesù abbia spiegato la dottrina della corrispondenza alla Grazia servendosi, come figura, dell’onesto lavoro quotidiano degli uomini – anch’esso una manifestazione di amore verso coloro che saranno i fruitori del lavoro stesso – ricordandoci che la vocazione cristiana si manifesta in mezzo alle occupazioni ordinarie della nostra vita. Per salvarsi non sono necessari circostanze straordinarie o comportamenti eroici; basta la fedeltà quotidiana al Signore in mezzo alle nostre consuete attività.

Dalle parole di Gesù emerge in tutta chiarezza che il Cristianesimo non può essere assimilato a una pratica di semplice beneficenza: ogni aiuto in favore del prossimo acquista valore se viene prestato per amore di Cristo e la mera filantropia, anche se apprezzabile, non si deve confondere con l’autentica carità. Infatti S. Paolo dice: “se anche distribuissi tutte le mie sostanze … ma non avessi la carità, niente mi giova” (1Cor 13, 3). Credo che nessun profeta, nessun mistico, nessun fondatore di religioni, in nessuna parte del mondo, sia mai arrivato a tanto, vale a dire a collegare la salvezza eterna con l’Amore per i propri simili. Non ci sono arrivate le “religioni” orientali, tanto ammirate dagli scristianizzati occidentali, perché la “compassione” di cui parla il Buddismo è cosa ben diversa dalla “carità” insegnata da Cristo ed esaltata da S. Paolo (1 Cor 13). Non ci è arrivato l’Ebraismo e tanto meno ci è arrivato l’Islam: penso che questa considerazione dovrebbe far riflettere tanti nostri contemporanei, soprattutto quelli affascinati da filosofie e false religioni estranee alla nostra cultura cristiana. Ma so anche che questo tipo di carità, totale, assoluta, disinteressata, che non si gonfia, non si adira, non invidia e soprattutto non tiene conto del male ricevuto, è impossibile da realizzare con le sole forze umane, ma solo con quell’aiuto che Dio non farà mancare a coloro che cercano il Suo Regno.

Mi sono spesso domandata chi siano quei “fratelli più piccoli”. Saranno forse i cristiani perseguitati (come mi verrebbe da pensare nel presente momento storico) o i poveri in generale, cristiani o no? Si è detto spesso che non è necessario conoscere Cristo per entrare nella vita eterna e che basta praticare l’Amore confidando (aggiungo io) nel sicuro aiuto di Dio, ma Gesù pone una condizione ben precisa: è Suo fratello chi fa la volontà del Padre Suo (Mt 12, 50) e promette la “ricompensa” a “chi avrà dato anche un solo bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo” (Mt 10, 42). Poi, descrivendo il Giudizio, ci dice chiaramente che la condizione di questi discepoli è di essere affamati, assetati, forestieri, nudi, malati e carcerati, che vivono quindi in situazioni difficili, anche di persecuzione.  Allora mi sembra che Matteo – ritenuto il più legalista dei quattro Evangelisti, perché scrisse il suo Vangelo per il popolo di Israele, che collegava la salvezza eterna all’osservanza scrupolosa della Legge – sia in realtà il meno legalista dei quattro. Ma forse egli vuole mostrare soprattutto l’atteggiamento che dobbiamo avere verso “quei fratelli più piccoli” e costoro sarebbero quelli che vivono la miseria in tutte le sue forme e non è mai detto che essa si rintracci nella sola condizione cristiana, come dimostrò lo stesso Gesù la cui attenzione non si limitava ai suoi discepoli, ma a tutti gli infelici che incontrava. Come non pensare a quello che è stata capace di realizzare per amore Madre Teresa di Calcutta, prossima Santa, che perfino il “mondo” ha ritenuto meritevole di un Premio Nobel?[4]

Come mai gli altri Evangelisti non parlano così diffusamente del Giudizio Universale? Azzardo una spiegazione da cattolica “bambina” che spera di essere corretta, se sbaglia, da chi ne sa più di lei. Credo che bisogna rifarsi ai destinatari dei quattro Vangeli e ciascun Evangelista, riportando i discorsi di Gesù riguardanti la fine dei tempi, ha dato maggiore risalto agli argomenti ai quali sapeva che quei destinatari stessi erano maggiormente sensibili. E’ noto che Matteo scrisse in aramaico per il popolo di Israele (anche se il suo testo ci è giunto nella versione greca) perciò, per parlare delle “cose future”, egli usa volutamente il linguaggio tipico della letteratura apocalittica biblica e giudaica, minaccioso e molto umano, perché familiare agli Ebrei. Il Giudice è descritto in vari modi: è il Figlio dell’uomo, è il Re seduto sul trono circondato dalla corte celeste degli angeli ed ha il potere su tutte le nazioni. Ma Matteo non si ferma solo all’apocalittica giudaica: egli aggiunge qualcosa di nuovo, perché il Giudice, il Re, il Figlio dell’uomo è anche il Signore Risorto dei cristiani.

Nel Vangelo secondo Marco, il più antico, Gesù, anziché descrivere dettagliatamente il Giudizio, preferisce annunciare col suo Discorso escatologico, quella che gli esegeti hanno chiamato “l’Apocalisse sinottica”, perché descrive gli avvenimenti conclusivi della storia accompagnati da grandi catastrofi ed usa anche qui modalità linguistiche fortemente espressive per incitare i discepoli alla “vigilanza”. Compariranno falsi Cristi, falsi profeti, il mondo sarà dilaniato da guerre, terremoti, carestie, persecuzioni quali segni premonitori di ciò che avverrà subito “dopo”, perciò bisogna “vigilare” (Mc 13 5 ss). Marco scriveva per i Romani, che di guerre di conquista se ne intendevano, per metterli in guardia e, a ben guardare, da quando esiste il mondo esso è stato sempre lacerato da guerre e da catastrofi e nulla fa sperare che questa triste propensione dell’umanità, retaggio del peccato originale, possa essere corretta tanto facilmente. Poiché da duemila anni ogni generazione ha potuto, a buon diritto, temere di essere giunta alla fine del mondo, ecco dimostrata anche nel XXI secolo la necessità cristiana della “vigilanza”. Tuttavia bisogna accogliere il messaggio suggerito dal Vangelo senza fidarci troppo delle suggestioni ispirate alla nostra fantasia dalle grandi opere d’arte che hanno celebrato il “Giudizio Universale”, perché correremmo il rischio di adottare un linguaggio apocalittico, retoricamente catastrofico e troppo umano, come fanno certe correnti e sette che preferiscono annunciare, per la fine dei tempi, cataclismi planetari piuttosto che alimentare la fede nella venuta liberatrice del Figlio dell’Uomo.

Luca descrive la seconda venuta del Cristo, col relativo Giudizio, come un evento repentino e inatteso che coglierà molti alla sprovvista. La fine del mondo potrà avvenire con sciagure e cataclismi, ma anche in periodi di pace e prosperità. “Come avvenne al tempo di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, si ammogliavano, si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece perire tutti” (Lc 17, 26 – 27). Pertanto l’insegnamento di Gesù ha anche una cogenza immediata: già qui e ora il discepolo è chiamato a sorvegliare la propria condotta, perché il Signore può chiamarlo a rendere conto quando meno se lo aspetta.  E allora, “chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece l’avrà perduta, la salverà” (Lc 17, 33). S. Paolo mette, per così dire, il suggello all’esortazione di Gesù: “Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti voi ben sapete che, come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore” (1 Ts 5, 1 – 2).

L’ultimo Evangelista, Giovanni, scrive in greco per fruitori di lingua greca e buoni conoscitori della filosofia greca. Perciò il suo discorso si sposta su un livello speculativo più alto di quello dei sinottici. Già nel Prologo la venuta di Gesù è descritta come la “luce vera, quella che illumina ogni uomo … eppure il mondo non lo riconobbe. Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1, 10 – 11). Il rimprovero per non aver accolto il Verbo fatto uomo è diretto non solo ai Giudei, ma pure a tutti coloro che, chiamati da Dio alla Sua amicizia, la rifiutano. Non sembra il ritratto dell’umanità che abbiamo davanti dopo duemila anni di Cristianesimo? “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui: chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre, perché le loro opere erano malvage” (Gv 3, 17 – 19). Perciò, quando ci poniamo fuori dal flusso di vita che proviene da Cristo, siamo già giudicati. “ORA è il giudizio di questo mondo; ORA il principe di questo mondo sarà gettato fuori” (Gv 12, 31).  Giovanni inquadra il Giudizio Universale in una dimensione teologica che prescinde dalle categorie umane dello spazio e del tempo.

Mentre i Vangeli sinottici associano il Giudizio alla venuta del Figlio dell’Uomo alla fine dei tempi, secondo S. Paolo “tutte queste cose … sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi” (1 Cor 10, 11) e, secondo Giovanni, il momento culminante coinciderà con la Parusia: “Il Padre … gli ha dato il potere di giudicare, perché è il Figlio dell’Uomo … coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene, per una resurrezione di vita e quanti fecero il male, per una resurrezione di condanna” (Gv 5, 27 – 29).

Quindi, secondo il Nuovo Testamento il nuovo modo di vivere e di rapportarsi   alla Vita Eterna è già attualizzato, ma lo conosceremo in pienezza solo dopo la nostra morte.

La mia lunga riflessione sul Giudizio Universale vuole essere anche una preghiera ed ora voglio concluderla meditando una citazione tratta da un grande libro di Benedetto XVI, al cui pensiero essa deve molto: “Quando Martin Heidegger, in un’intervista che può essere considerata come una sorta di testamento, opina che di fronte alla situazione in cui l’umanità si è smarrita possa salvarci soltanto un Dio, e quando vede, di conseguenza, come unica possibilità che ci rimane “quella di tenerci già ora pronti, disponibili per l’apparire della divinità”, allora in una simile dichiarazione postcristiano – pagana, emerge forse qualcosa di cui si tratta effettivamente: la “disponibilità dell’attesa” è in se stessa qualcosa che trasforma, e il mondo è un altro a seconda che è un’attesa del nulla o che è diretta verso Colui che esso riconosce nei suoi segni, per cui è proprio dalla disgregazione delle proprie possibilità che il mondo deriva la certezza della sua vicinanza“[5].

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[1] Cfr. E’ Gesù che passa, n. 123.

[2] Cfr. J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, Rizzoli 2007, pag. 128.

[3] Cfr. E’ Gesù che passa, n. 111

[4] Mi torna in mente un episodio. Madre Teresa fu intervistata da un giornalista americano il quale, da vero americano attento al denaro e al “business”, le chiese: “Come fa, Madre, a curare quei poveri indiani affetti da quelle malattie repellenti? Io non potrei farlo neppure per un milione di dollari!”. Lei rispose, rivelando anche un sottile umorismo: “Ah, per un milione di dollari non lo farei neppure io!”. Risposta chiarissima e illuminata dall’Amore di Cristo.

[5] Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, Escatologia, Morte e Vita Eterna, Cittadella Editrice 2008, pag. 201.

3 commenti su “Una riflessione sul secondo dei Novissimi: il Giudizio  –  di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. Cara S.ra Carla ai tempi mi è stato insegnato che la Carità è una Virtù Teologale che consiste nell’amare Dio sopra ogni cosa ed il prossimo come Dio ci ama. E ama Dio chi obbedisce ai dieci Comandamenti. La carità verso il prossimo quindi deriva dall’amore di Dio ma non si esaurisce negli aspetti materiali. Percio credo che il primo dovere dovere di carità sia testimoniare Gesù ma non so se oggi questo pensiero sia molto diffuso.

    1. @ Bravo Fabio, ma se non si conosce Dio, se non si fa la strada di Giobbe, dove nella tribolazione conosceva Dio per mezzo degli altri (come fanno tantissimi) e non si mettono soli nella camera a pregare leggere ed incontrare LA PAROLA DI DIO, come faremo a conoscere ed adorare in Spirito e Verita’ Dio? Se non si medita profondamente La Croce, vivendola in piccola parte, non conosceremo mai quanto Gesu’ ci ama e non potremo amare gli altri come? Dando la nostra vita per gli altri. Non e’ necessario dirlo platealmente ma nel cuore offrire per mezzo di Maria a Dio la nostra vita e la nostra volonta’ umana, il grande Fiat per adempiere ai disegni del Padre. Eppure conosco rare anime che stanno nascoste in Dio, altri corrono di qua e di la a gruppi dove si sperdono e non trovano mai la preghiera del cuore di cui parla Cristo nel silenzio della camera con il Padre. Ecco che non ci sono frutti e veri cammini spirituali, vedi CL basato su indottrinamenti secondo le spiegazioni incapibili del fondatore segue

      1. segue – e tutti a rimini ai congressi dove dietro c’e’ un business spaventoso, ma la VERA SPIRITUALITA’ dove sta’? Gente che va’ negli stadi a pregare, ma le grazie piu’ grandi sono stare in Comunione con Dio nel silenzio e nutrirci di Lui per poter poi amare come Vuole il Signore. Sono scappata da anni da gruppi di preghiera e ne ho provati tanti, ma dove ho trovato veramente Dio? Nel mio cuore con L’Immacolata nel silenzio come ci ha insegnato Gesu’. Giobbe: PRIMA TI CONSCEVO PER SENTITO DIRE ORA TI CONOSCO. E la tribolazione fu’ un dono, pur in una Croce fortissima, dove stanco Giobbe inizia a parlare con il Padre e alla fine Lo trova. Il Padre Celeste pedagogo, ci lascia il libero arbitrio, ma attende che i figli tornino a Lui nel Cuore non come macchine parlanti per guadagnare il Suo gratuito amore, ma cercandolo con il Cuore con Amore perché Dio e’ tutto per noi.

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