Una riflessione sulla prima delle virtù teologali cristiane: la Fede – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti

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zcrfxSe qualcuno mi domandasse improvvisamente: “Che cos’è la Fede?”, credo che istintivamente risponderei da cattolica “bambina” quale sono: “Credere  che Dio esiste”, e infatti questa sbrigativa risposta è la più accreditata a livello comune, ma poi mi morderei la lingua perché è formulata in maniera incompleta e perciò è anche la più inesatta. Basta andare a leggere o rileggere la I Lettera di Giacomo (1, 19) per capirne subito la ragione: anche il diavolo sa che Dio esiste, dopo di ché non dovrebbero servire altri commenti

Allora che cos’è la Fede, alludendo ovviamente alla Fede cristiana? Secondo il Catechismo di S. Pio X – oggi purtroppo passato di moda ma per me sempre valido ed illuminante nella sua sintetica precisione – la Fede è la prima delle Virtù Teologali, a loro volta definite come “le virtù soprannaturali proprie del cristiano”. Le altre sono la Speranza e la Carità. Il Catechismo prosegue definendo la Fede come “la virtù soprannaturale per cui crediamo sull’autorità di Dio, ciò che Egli ha rivelato e ci propone a credere per mezzo della Chiesa”. Ma è sufficiente questa definizione per l’uomo di oggi imbevuto di scientismo, razionalismo, relativismo e di tanti altri “ismi” che non hanno niente a che fare con la Fede? Io credo che all’uomo di oggi quella risposta non dica molto e allora per capire che cosa sia  la Fede cristiana, forse conviene iniziare riflettendo su ciò che essa sicuramente non è.

Anzitutto, la Fede non è un’opinione, perché allora essa conterebbe quanto qualsiasi altra opinione, cioè nulla. Non disponendo di certezze o (come purtroppo avviene oggi) della Verità, potremmo allora sostituire il verbo credere con altri come, presumere, dubitare, opinare, supporre, ritenere verosimile e così via. Molti, infatti, ritengono che alcune tragedie moderne, come la guerra di religione scatenata dall’ISIS, siano prodotti dalla peggiore delle opinioni, e cioè dalla monoteistica fede islamica ritenuta, non certo a torto, fattore di divisione, di intolleranza e di ostilità tra i popoli. Ma costoro applicano questa “opinione” anche alle guerre cosiddette di religione – ma in realtà guerre per il potere e per la successione ai vari troni – scatenate dai regnanti cattolici e protestanti europei nei secoli XVI e XVII, e in esse i laicisti moderni si divertono un mondo a inzuppare il loro pane ben condito di livore anticattolico per criticare, oltre al monoteismo islamico,  anche quello cristiano.

La Fede cristiana non è una credenza, cioè l’adesione a una cultura o a un’esperienza, sia pure fortemente segnate dal Cristianesimo. Certamente la diffusione del Cristianesimo ha avuto tra gli altri suoi effetti, ed anche per merito del Papato, quello grandissimo di dare vita a una civiltà, a una cultura, a un modo di vivere e di pensare che dall’Italia si sono irradiati in tutto l’Occidente. Ma aderire, anche con amore e ammirazione, a questa civiltà e a questa cultura non significa ancora avere la Fede.

La Fede cristiana non è un’ideologia, cioè un insieme di idee di cui ci si serve per spiegare la realtà e giustificare la situazione e il comportamento di un gruppo. Le ideologie, elaborate in genere dalle élites di potere, si propongono di dare risposte prefabbricate ai grandi problemi umani dispensando i destinatari dal compiere faticose  interpretazioni personali dei fatti, anestetizzando i loro cervelli e assolvendo così una funzione rassicuratrice in grado di dettare la prima e l’ultima parola su tutte i problemi della vita. Le più deleterie ideologie degli ultimi secoli sono state il nazismo e il comunismo che, togliendo di mezzo Dio, hanno messo se stesse al suo posto e tutti abbiamo visto come sono finite, anche se c’è ancora chi ritiene che esse siano crollate non perché erronee e nocive, ma perché male applicate. Oggi le ideologie più pericolose, perché le più subdole e intransigenti, sono quelle che invadono la sfera antropologica e bioetica, riuscendo a plasmare il cervello del popolo, anche cattolico, finendo per fargli accettare norme e correnti di pensiero contrarie alla legge di Dio.

Infine la Fede cristiana non è neppure una religione; o meglio lo è soltanto nella  misura in cui essa è costituita da riti, simboli, credenze e pratiche.

Perciò, procedendo nella riflessione, ci accorgiamo che la Fede non può essere ridotta a un semplice assenso intellettuale, a una serie di enunciati che riteniamo essere veri. Essa deve essere qualcosa di più e di molto più grande. La Fede cristiana è un atteggiamento complesso con il quale l’uomo riconosce che Gesù Cristo è la sua Verità, perché la Verità dell’uomo non si trova nell’uomo, ma in Gesù Cristo fattosi uomo. Questo atteggiamento di continuo riferimento a Cristo è chiamato nella Bibbia “ubbidienza”.

Allora possiamo dire che l’essenziale della Fede consiste nella fiduciosa risposta alla proposta di Dio e nel totale abbandono a Lui che, in Gesù Cristo, si è avvicinato agli uomini per rivelare loro il Suo progetto di salvezza, liberandoli dal peccato e dalla morte e stabilendoli nella comunione di vita con Lui. Quindi avere la Fede significa riconoscere che Dio, amandoci per primo, ci ha fatto una proposta di amore alla quale noi rispondiamo con un SI’, instaurando una relazione interpersonale con Lui, un “io – Tu” che è stato bene espresso nella frase di Giovanni: “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4, 16).

E’ ragionevole, intellettualmente onesto, moralmente responsabile l’Atto di Fede? Questo atto presuppone necessariamente che si creda nell’esistenza di Dio anche se questo primo passo, come dicevo all’inizio, non è certo sufficiente. C’è chi vorrebbe una fede dimostrata dalla ragione con prove irrefutabili e chi ne vorrebbe una concepita solo come decisione della sola volontà. Nessuna delle due tesi può soddisfarci. Cartesio aveva sostenuto la possibilità di conoscere Dio con una certezza simile a quella del sapere scientifico ma, paradossalmente, la sua tesi ha aperto la strada anche a coloro che, del pari scientificamente, si sono impegnati a dimostrarne l’inesistenza. Poi  è arrivato il più grande filosofo dell’Illuminismo, Immanuel Kant, il quale ha sostenuto l’indimostrabilità teoretica dell’esistenza di Dio, concepibile dall’uomo solo come un postulato della Ragion Pratica. Ma il buon Immanuel che, da sapiente e fervente luterano qual era riponeva la sua speranza di salvezza nella “sola fide”, non si era accorto che, in quel modo, Dio diventava un “prodotto” dell’uomo, contraddicendo la sua stessa fede. Si può provare una granitica fede, come insegnò Lutero, in un Dio “fabbricato” dall’uomo?

In realtà, le “prove” a sostegno dell’esistenza di Dio e della fondatezza della Fede cristiana, al pari di quelle che vorrebbero dimostrare l’inesistenza del primo e l’inutilità della seconda, non si ottengono con dimostrazioni matematiche. La scoperta del cosiddetto “bosone di Dio” rappresenta l’ennesima sciocchezza inventata dai mezzi di comunicazione per banalizzare, come usa oggi, un problema umano che invece è della massima importanza per l’uomo che non vuole vivere come un animale. Le cosiddette “prove”  rientrano nella categoria dei “segni” che mostrano, ma non dimostrano e quindi non costringono a credere. Il segno per eccellenza è la vicenda storica di Gesù di Nazareth che si conclude con la morte e la Sua Resurrezione. Per accettare questi segni bisogna avere umiltà, purezza di cuore, disponibilità a farsi mettere in discussione, consapevolezza dei limiti della ragione. Lo aveva ben capito il vecchio Simeone, uomo giusto e timorato di Dio il quale, dopo aver riconosciuto il Messia in quel bambino presentato al Tempio, secondo la Legge di Mosè, da Sua Madre e dal suo padre putativo, lo prese in braccio e, pronunciando il suo “Nunc dimittis”, profetizzò che Egli era lì “per la rovina e la resurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i segreti di molti cuori” (Lc 2, 34 – 35). Simeone, mosso dallo Spirito, rivela che Gesù sarà “segno di contraddizione” perché alcuni gli opporranno un ostinato rifiuto e si perderanno, mentre quelli che lo avranno accolto con fede saranno salvi e, nell’accogliere o nel respingere il Cristo, si manifesterà la rettitudine o la perversione dei cuori. E’ quello che succede anche oggi nella stessa Chiesa.

In quel grande “segno” che è la figura di Cristo, il credente vede un’offerta di senso per la sua vita, un valido aiuto con cui egli può affrontare i massimi problemi che tutti noi ci poniamo se non vogliamo sfuggire a noi stessi e “viver come bruti”: il significato della vita, della morte, del dolore, della malattia,della storia, della speranza che non tutto finisca col nostro ultimo respiro. Certamente vi sono anche altri modi, diversi dalla Fede cristiana, di affrontare questi problemi, come ha scritto Carlo Rovelli nell’elzeviro del Corriere della Sera del 26 novembre scorso (“Non mi piace chi ha paura dell’inferno”), ma io credo che quel suo rapportare tutto all’uomo e alla sua esperienza immediata e diretta sia un volare basso, un rimanere attaccato a una materialità che fa torto  allo spirito umano, a una dimensione spicciola di soddisfazione umana solo parziale perché immediata, mentre se ci si sforza di affidarsi al Dio di Gesù Cristo, vivendo “etsi Deus daretur”, allora si scopre che questo è un modo di vivere pienamente e totalmente umano che non umilia l’uomo, ma lo esalta e lo nobilita, lo completa e lo perfeziona,  perché, come ha scritto S. Tommaso d’Aquino, “Gratia non tollit naturam, sed perficit eam”. 

I cristiani sanno di vivere “in Cristo”; questa consapevolezza, che non è solo di carattere intellettuale perché comporta una precisa scelta di vita, è la Fede cristiana. Si dice comunemente che la Fede è un dono di Dio e sicuramente, come offerta di senso , lo è, ma il dono per essere veramente tale e produrre frutti deve essere accettato e non abbandonato in un angolo. Mi viene in mente, a questo proposito, un grande giornalista e scrittore del ‘900 che in gioventù ammiravo e stimavo molto, sia per il suo scrittura che per la lucidità del suo pensiero: Indro Montanelli, riconosciuto da tutti come il principe dei giornalisti italiani. Montanelli aveva un concetto protestante della Fede: “Uno ce l’ha e l’altro no, tutto dipende da Dio. Si vede che Dio ha dimenticato il mio indirizzo” e diceva che, quando dopo la morte si fosse presentato davanti al Padre Eterno, sarebbe stato lui, il bravo Cilindro, a rimproverare Dio per non avergli fatto il dono della Fede che invece aveva fatto a tanti altri.

Un altro illustre giornalista oggi dimenticato, Augusto Guerriero (un magistrato che scriveva sotto lo pseudonimo di Ricciardetto) raccolse i suoi migliori articoli di argomento religioso comparsi sul settimanale EPOCA (edito da Mondadori, che molti della mia generazione ricorderanno) in un libro dal tristissimo titolo “Quaesivi et non inveni” – che io lessi per cercare di capire le motivazioni di chi non riusciva a credere in Dio – nel quale asseriva che la raccomandazione fatta da Gesù “cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7, 7) per lui non aveva funzionato, anzi egli era convinto che molti di coloro che si professano cristiani in realtà siano atei che cercano disperatamente di convincere se stessi del contrario, come (secondo lui) fece un “falso” grande cristiano come Pascal quando coniò la sua famosa frase: “Tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato”.

La frase di Montanelli e la presa di posizione di Ricciardetto rivelano che ai due grandi giornalisti, come a Carlo Rovelli, mancò un elemento importantissimo per approdare alla Fede e cioè la capacità di far tacere il proprio EGO, di accantonare la propria individuale unità di misura del mondo e dello spirito, davanti alla percezione, sia pure lontana e sfocata, dell’esistenza del Mistero. Non è possibile che questa percezione, questo sospetto, essi non l’abbiano avuta, perché essa raggiunge tutti gli uomini che si sforzano di volare alto, come riconoscevano anche Platone e Aristotele, non certo cristiani, e senza contare (parlando invece dal punto di vista cristiano) che Dio la dona a tutti i suoi figli, docili o ribelli che siano. Essi avrebbero voluto arrivare a possedere e padroneggiare la Verità invece di lasciarsi possedere da essa.

A questo punto ritengo di dover aprire una parentesi con una riflessione che mi viene suggerita da don Ariel S. Levi di Gualdo in un suo bellissimo libro che consiglio a tutti di leggere[1]. Al momento dell’istituzione dell’Eucaristia, secondo Matteo (26, 28) e secondo Marco (14, 24), Gesù offre ai discepoli il vino transustanziato nel Suo sangue che “pro vobis et pro multis effunditur[2]. Quel “pro multis” della più antica preghiera eucaristica è stato tradotto dalle lingue nazionali  con “per tutti”. S. Paolo, in un diverso contesto, afferma che “Egli è morto per tutti” (2 Cor 5, 15); la Lettera agli Ebrei (9, 28) sembra invece fare riferimento ai “molti” cioè “a coloro che l’aspettano per la loro salvezza”. La contraddizione tra i due testi è solo apparente: la morte di Cristo è avvenuta per tutti, ma è efficace solo per coloro che, con la Fede e con le opere, avranno accettato il Suo progetto di salvezza offerto nell’amore e nella Grazia, ma non imposto, donato ma non da tutti accettato. L’esempio più lampante è quello dei due ladroni crocifissi  ai lati di Gesù: uno lo irride e lo bestemmia rifiutando il Suo dono; l’altro lo implora: “Gesù, ricordati di me quando sarai entrato nel tuo regno” (Lc 39 ss). Quest’ultimo si è salvato accettando umilmente il dono della Grazia, il primo lo ha rifiutato.

Ma quando la Fede può ritenersi matura? Secondo il Catechismo di S. Pio X, i bambini che frequentavano la V elementare, vale a dire intorno ai nove-dieci anni, erano già “maturi” per diventare “soldati di Cristo” e ricevere il dono dello Spirito Santo attraverso il Sacramento della Cresima o Confermazione – con l’imposizione delle mani da parte del Vescovo e l’unzione della fronte del cresimando con il sacro Crisma – che veniva impartita contestualmente alla Prima Comunione. La prassi pastorale ha ritenuto opportuno rinviare questo Sacramento di alcuni anni, e cioè verso i quattordici anni dei ragazzi, confidando in una loro maggiore maturità. Io penso che l’esperienza di vita che abbiamo fatto tutti nell’ultimo secolo e la constatazione che, dopo aver ricevuto la Cresima, la maggior parte dei nostri ragazzi eviti accuratamente di mettere ancora piede in chiesa, riveli senza ombra che dubbio che gli adolescenti del XXI secolo  siano ancora ben lontani dall’aver raggiunto la maturità della Fede.

Mi fece riflettere su questo particolare una mia vecchia amica con una lunga esperienza di catechista, la quale chiedeva spesso ai suoi allievi cosa li colpisse maggiormente, leggendo i Vangeli, della figura di Gesù. Ebbene: quasi tutti esaltavano il Gesù che predica, compie miracoli, guarisce i malati, incanta le folle e contesta la classe sacerdotale. Quasi nessuno faceva accenno all’annuncio della Croce, all’esortazione a rinnegare se stessi, a lasciare tutto per il Regno e, tanto meno, alla Passione e alla Resurrezione perché questi sono argomenti scomodi e rifiutati da tutto lo scristianizzato pensiero dominante che contagia anche i nostri adolescenti e, quel che è peggio, anche le loro famiglie le quali continuano a presentare Dio come il castigamatti o come babbo natale che porta i doni. Questa idea di fede è folkloristica e di certo non evangelica.

Un’altra caratteristica di una religiosità immatura consiste nel concepire la natura e la grazia in modo conflittuale senza mediazione. Di fronte a un evento tragico o solo spiacevole molti si pongono la classica domanda: “Perché proprio a me? Che cosa ho fatto di male rispetto a tanti altri?” Una coppia di miei amici  entrambi divorziati e al secondo matrimonio – ma credenti e praticanti i quali, pur amandosi, vivevano problematicamente il loro rapporto – persero il loro unico figlio in un incidente sciistico ed io non potrò mai dimenticare il loro dolore, inconsolabile in termini puramente umani quando, al funerale del povero ragazzo, mi abbracciarono chiedendomi tra le lacrime: “Sarà stato il castigo di Dio per la nostra situazione?”. Cosa avrei potuto rispondere se non piangere e pregare per loro e insieme a loro? Anche la Bibbia, con i cosiddetti “Salmi imprecatori” (per esempio, il Salmo 109) , conosce la protesta di fronte a Dio per quanto di male è accaduto, ma bisogna stare attenti a non ridurre il rapporto con Dio alle categorie di causa – effetto o delitto – castigo perché rivelerebbe una religiosità molto lontana dalla Fede evangelica.  Io non so se eventi tragici come i terremoti o le alluvioni che si verificano periodicamente nel mondo siano il castigo di Dio per la nostra scristianizzazione (anche se esistono antiche e accreditate teorie teologiche che lo ammettono) ma so per certo che Gesù, di fronte a tragedie o catastrofi improvvise, come il crollo della torre di Siloe (Lc 13, 4) invita ad approfittare del tempo che si ha a disposizione per vegliare, aderendo al progetto di salvezza e operando il bene perché tutti, i morti a causa del cataclisma come i sopravvissuti, sono peccatori bisognosi di conversione.

Perciò la religiosità che si domanda: “Se Dio è buono perché permette la morte dell’innocente?” è spontanea, forte e meritevole di rispetto, ma ben lontana dalla Fede evangelica perché è sintomo di difesa psicologica di fronte alla paura sottostante (che tutti possiamo provare) non solo delle nostre fragilità e debolezze, ma soprattutto di un incontro spiazzante e imprevedibile con il mistero di Dio che spesso avviene nel momento del dolore.

L’episodio evangelico della guarigione del cieco nato (Gv 9) è emblematico nel descrivere un “segno” che suscita interrogativi ma non necessariamente la Fede, perché ciò che conta è la docilità del cuore e la disponibilità a rivedere la propria concezione di Dio e della vita. I discepoli dapprima domandano: “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” rivelando un errato approccio di causa – effetto, malattia – peccato nella relazione con Dio. Gesù esclude entrambe le ipotesi esortando piuttosto a “compiere le opere di Dio” finché la luce del giorno lo consente perché di notte non si può far nulla e la Luce è Lui; poi ridona la vista al cieco smentendo la teoria causa – effetto. Ma i farisei si guardano bene dal lasciarsi convincere dal “segno” al punto che, invece di stupirsi di fronte al miracolo di un cieco dalla nascita che riacquista improvvisamente la vista, si scandalizzano perché la guarigione è stata compiuta di sabato contravvenendo la legge. Solo l’ex cieco si meraviglia di ciò che è accaduto e lo attribuisce a chi viene da Dio, lo proclama manifestando quella gratitudine che conduce alla Fede: (“… una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo”) e lo ripete più volte agli increduli, usando quella che gli esegeti hanno chiamato “l’ironia giovannea”:  “Ve l’ho già detto e non mi avete ascoltato. Perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?”. Come risultato del suo sarcasmo i farisei, invece di lodare il Signore insieme a lui, lo cacciano fuori, ma per lui è iniziato il cammino di Fede e quando più tardi incontra di nuovo Gesù, gli si prostra davanti dicendo: “Io credo, Signore!”.

Il capitolo 9 di Giovanni termina con un’osservazione che merita essere riportata per intero. “Gesù allora disse: Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi”. Alcuni dei farisei … gli dissero: “Siamo forse ciechi anche noi?” Gesù rispose loro: “Se foste ciechi non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane”.  Non sembrano parole rivolte espressamente ai relativisti, nichilisti, superbi, scristianizzati “sapienti” moderni?

Questa mia riflessione da cattolica “bambina” sulla natura della Fede e sulla sua maturità è servita a farmi capire quanto la mia sia piccola rispetto a quella dei Santi e dei grandi Testimoni di Cristo e, soprattutto, quanto sia incompleta. Allora non rimane che fare mio il grido perenne della Chiesa: “Signore, aumenta la mia fede!”. 

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[1] Cfr. E SATANA SI FECE TRINO, Bonanno Editore 2011, pag. 110.

[2] Luca usa un’altra espressione (22, 19); Giovanni non parla dell’istituzione dell’Eucaristia.

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1 commento su “Una riflessione sulla prima delle virtù teologali cristiane: la Fede – di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. luciano pranzetti

    Eccellente svolgimento della sintetica e fondamentale definizione paolina “Est autem fides sperandarum substantia rerum, argumentum non apparentium. In hac enim testimonium consecuti sunt senes” (Ebr. 11, 1/2) e che mirabilmente Dante riespresse con “Fede è sustanza di cose sperate / e argomento delle non parventi; / e questa pare a me sua quiditate” (Par. XXIV,64/66). Ma oggi, carissima Carla – credente “bambina” – vige il modello del cattolico tale in quanto “dubitante” a cui si può applicare parafrasato,il filosofico “dubito, dunque credo”

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