Una riflessione sulla “terza e quarta età” – di Carla D’Agostino Ungaretti

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“Adorna la canizie

Di liete voglie sante,

Brilla nel guardo errante

Di  chi sperando muor”       (Alessandro Manzoni, La Pentecoste)      = = = = = = = = = = 

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di Carla D’Agostino Ungaretti

.

zzzzsmncntrnForse perché ormai sono entrata in quella che, con gentile ma un po’ sciocco eufemismo, viene chiamata “la terza età” e ringraziando Dio per avermici fatto arrivare senza troppi problemi di salute, mi sento particolarmente stimolata a riflettere sul significato  dell’inesorabile avanzare degli anni con il suo corredo di inevitabili acciacchi e soprattutto sull’incontro con Dio che diventa sempre più vicino.

Non che quando ero giovane non ci pensassi: i giovani, generalmente, sono molto più spensierati, ed è giusto che sia così, ma l’educazione che io ho ricevuto ha inculcato nella mia mente e nel mio cuore il senso della precarietà della vita umana, dandomi la certezza che essa riposa tutta nelle mani di Dio, anche se prima lo studio, poi il lavoro, la famiglia, la cura dei genitori anziani, finché il Signore mi ha fatto la grazia di lasciarmeli vicini, hanno assorbito tanto la mia vita che ora, guardando indietro gli anni che mi sono lasciata alle spalle, posso dire di avere sempre fatto quello che il Signore voleva da me nello status in cui Lui mi aveva posto.

Questo pensiero è confortante ma non privo di una certa malinconia, perché mi fa capire che tutto ciò che è opera dell’uomo (e dobbiamo riconoscere che di cose belle e buone, come di cose brutte e cattive, l’uomo ne ha fatte tante!…) è transitorio e perciò destinato a perire. Ma l’umanità sembra non rassegnarsi a questa consapevolezza. Mi verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere, quando penso a certi miliardari (ovviamente americani, perché essi sono sempre all’avanguardia, anche nelle stravaganze) che dispongono, per testamento, di farsi ibernare  dopo morti nella convinzione che tra qualche secolo, o addirittura millennio, la scienza sarà in grado di riportarli alla vita. Per fare cosa, vorrei chiedere loro, in un mondo che neanche possiamo immaginare quanto sarà diverso?  Invece, secondo certi scienziati di scuola soprattutto anglosassone (secondo me più illusi che scienziati) la ricerca gerontologica sarebbe in grado di sconfiggere il millenario fatalismo che ammanta l’idea della vecchiaia, riuscendo ad allungare a piacimento la vita fino a mille e più anni lasciando al genere umano una buona efficienza sia fisica che mentale. Chissà cosa ne pensano quelli che reputano il nostro pianeta troppo affollato, o i sostenitori ad oltranza dell’eutanasia per coloro che, anche sani, non provano più interesse per la vita o per i grandi vecchi che, giunti alle soglie dei cento anni, non sono più ritenuti utili a qualcuno, ma gravano sui bilanci delle pensioni e sul lavoro dei giovani? Entrambe le scuole di pensiero sono assurde e chiari sintomi della schizofrenia antropologica che dilaga nel nostro tempo.

Fortunatamente gli italiani sembrano dotati di maggiore buon senso. Secondo Arnaldo Benini l’invecchiamento è incurabile perché è un processo biologico regolato dai geni. “Forse ci si dovrà arrendere all’evidenza che l’Alzheimer è un invecchiamento del cervello sulla base di mutazioni genetiche che in età avanzata diventerebbero sempre più frequenti. In questo senso si dice che la causa principale dell’Alzheimer sarebbe la vecchiaia alla quale non si sfugge. Bisogna solo sperare che le mutazioni non avvengano” [1].

E così, eccomi arrivata al punto a cui volevo arrivare. Che fare invece se quelle famigerate mutazioni si verificano? Nella letteratura italiana forse Giacomo Leopardi, nello Zibaldone, è stato colui che ha dipinto la vecchiaia nel modo più drammatico, anche se non arrivò a teorizzare l’eutanasia, ancora lontana dalla visione del mondo dominante nel suo tempo. “Cosa lacrimevole, infame, il disprezzo de’  vecchi, anche nella società più polita. Un vecchio in una compagnia è lo spasso, il soggetto de’ motteggi di tutta la brigata. Né solo disprezzo: trascuranza, non assisterli, non prestar loro quegli uffizi, quegli aiuti, il cui commercio è il fine e la causa della società umana, de’ quali i vecchi hanno tanta più necessità che gli altri. I giovani sono serviti, i vecchi conviene che si servan da sé”[2].

E’ una visione della vita e della vecchiaia totalmente coerente con la filosofia di Leopardi, non so quanto consapevole di scrivere la filosofia della propria vita. Secondo il poeta il vecchio, disingannato del mondo e degli affetti, è stanco pure del suo egoismo, pur continuando ad essere egoista. In definitiva, ” i vecchi sono … più tollerabili e meno da essere odiati e fuggiti che quelli dell’altra età, siccome meno potenti di mal fare, benché a ciò solo inclinati; e siccome anche meno desiderosi di nuocere e di far bene a sé e male altrui, perché più freddi e di più sedate passioni, e dalla lunga esperienza più disingannati de’ piaceri e de’ vantaggi di questa vita … essendo la freddezza e l’esperienza che un dì furon cagione d’ogni male e malvagità, divenute oggi cagione, non già di bene, né di bontà, ma di minor male e cattiveria”.

Grazie a Dio, non tutti i vecchi sono come li ha dipinti il nostro “poeta del dolore”. Per i cristiani resta il dovere morale, familiare e sociale , di proteggere, accompagnare e aiutare quei vecchi. Poi, last but not least, resta l’amore unito alla fede.

Il mondo moderno ha dimenticato il significato della vecchiaia perché ha eletto come suoi unici parametri e punti costanti di riferimento la gioventù, la bellezza e l’efficienza fisica. ‘L’età è solo un numero” ha scritto un alunno all’esame di terza media alludendo a suo nonno[3] . E in effetti, oggi non solo  i genitori di mezza età, ma anche i nonni si vestono come i loro figli e nipoti adolescenti, sfrecciano come loro sui motorini, in particolare i genitori si atteggiano a “migliori amici” della loro progenie, atteggiamento altamente diseducativo perché fa dimenticare che il loro ruolo non è quello degli amici (che i ragazzi trovano in abbondanza tra i coetanei) ma di essere loro di guida e di esempio. Ma poiché lo scorrere degli anni è inesorabile, allora si ricorre alla medicina, alla chirurgia estetica, alla cosmesi più avanzata per illudersi di ottenere quell’eterna giovinezza che possa distogliere dal pensiero della morte che ogni tanto si affaccia[4].

Già, la morte e con essa il “sospetto” o la coscienza dell’eterno. Il pensiero idealista e quello marxista (che dal primo discende direttamente) hanno collegato l’idea di eternità alla convinzione di chi, diventato vecchio, pensa di sopravvivere nei figli, o nella patria, o nel partito politico, o nella cultura che ha servito in vita. “Non omnis moriar“, cantava il poeta latino Orazio affidando alla sua opera l’eterno ricordo di sé; e forse non aveva del tutto torto se, dopo 2000 anni, ancora infliggiamo ai nostri studenti liceali la lettura ragionata delle sue Odi. Ma questo concetto di eternità è una sorta di continuità in senso biologico, o culturale, o cosmico pur sempre contingente e non certo eterno.

Possiedono invece veramente l’eterno coloro che, consapevoli della sua caducità, capiscono che la vita ha un significato che la trascende. Lo ha insegnato, in modo esemplare, S. Giovanni Paolo II: “Urge recuperare la giusta prospettiva da cui considerare la vita nel suo insieme. E la prospettiva giusta è l’eternità, della quale la vita è preparazione significativa in ogni sua fase. Anche la vecchiaia ha un suo ruolo da svolgere in questo processo di progressiva maturazione dell’essere umano in cammino verso l’eterno. Se la vita è un pellegrinaggio verso la patria celeste, la vecchiaia è il tempo in cui più naturalmente  si guarda alla soglia dell’eternità”[5].

La vecchiaia è il tempo propizio per la fede e per l’abbandono a Dio. Il corpo si indebolisce, l’agilità psichica, la memoria e la mente si appannano, le malattie trovano una minore resistenza. Purtroppo la nostra cultura occidentale favorisce l’emarginazione dei vecchi e la fine di molte relazioni che un tempo erano state importanti: molti amici e coetanei sono scomparsi e ci si sente soli, depressi, inutili e insignificanti. Allora, non vale la pena di riconsiderare tutto il nostro rapporto con Dio, se da giovani ne siamo stati distolti da mille impegni di vita e di lavoro? Non tanto sotto il profilo di adesione intellettuale alla Verità rivelata, quanto come consapevolezza intima e vissuta dell’amore di Dio quale ci è stato rivelato da Gesù Cristo.

Ogni sabato il supplemento IO DONNA del Corriere della Sera rivolge a vari personaggi famosi, in genere attori o artisti, il Questionario di Proust consistente in varie domande di carattere sia personale che esistenziale, tra le quali compare quasi sempre la domanda: “Come vorresti morire?”. Ebbene, ogni volta che lo leggo mi stupisco nel constatare che quasi tutti rispondono: “Nel sonno”, oppure “Senza  accorgermene”; qualcuno risponde :”Guardando l’alba, o il tramonto“. Altri sperano di morire nel pieno della loro creazione artistica; altri, più borghesemente, circondati dai loro cari; altri ancora glissano elegantemente la domanda alla quale evidentemente non saprebbero rispondere. Nessuno, neppure tra gli intervistati più anziani, risponde (come risponderei io): “Chiedendo perdono a Dio dei miei peccati e affidandomi alla Sua misericordia“. Discutendo con amici, anche cattolici, di tutto ciò, mi sono sentita obiettare che non sarebbe degno di stima chi, pensando alla morte, verso la fine della vita si attaccasse a Dio contraddicendo le idee laiche sempre professate per timore di andare all’inferno. Invece io penso che questo atteggiamento sarebbe l’ennesimo esempio del peccato di superbia – ispirato dal demonio, cui purtroppo l’umanità è sempre esposta – soprattutto da parte di chi è ormai giunto alle soglie della vecchiaia. E’ possibile che, giunti ormai all’età in cui si tirano le somme della propria vita, a costoro non venga in mente che forse Dio esiste davvero e forse saremo giudicati da Lui in base a tutto ciò che abbiamo fatto, pensato e detto  in vita? A mio giudizio, questo sospetto non sarebbe sintomo di vigliaccheria, ma un atto di umiltà e di riconoscimento della concreta possibilità che le nostre azioni e i nostri pensieri fossero errati.

Allora, penso che accettare quel sospetto possa veramente generare quella fede che – permeata di gratitudine per i doni ricevuti e per il bene, poco o tanto, che si è riusciti a fare – può sostenerci nei momenti di “buio” dell’anima, cioè quando siamo malati, angosciati, quando ci sentiamo dimenticati dagli amici e dai familiari, distratti da mille pensieri e preoccupazioni, quando (nostro malgrado) non riusciamo a pregare e ci sentiamo dimenticati dal Signore. Personalmente, è il “silenzio di Dio” l’eventualità che maggiormente mi spaventa nella mia vecchiaia, quella terribile sensazione di Sua lontananza che per decenni angosciò Madre Teresa di Calcutta, che si è santificata proprio per la sua “spes contra spem”. Forse è proprio quando ci sentiamo svuotati di ogni risorsa spirituale che si attualizza la prima beatitudine: “Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5, 3).

Ma la vecchiaia non impedisce certo di esercitare la carità. Se siamo veramente cristiani, anche la “quarta età” ci consente di testimoniarlo. Lo si può fare con l’ascolto, di cui oggi c’è tanto bisogno, con una parola buona, con un sorriso, dando un buon consiglio, se ci viene richiesto, tenendo un po’ di compagnia a chi è più solo di noi. Ma io credo che la forma più alta di esercizio della carità sia la preghiera costante, diuturna, sincera, da elevare a Dio in qualunque momento della nostra giornata, qualunque cosa stiamo facendo, in casa, in strada, in modo da trasformare qualunque nostra azione in una preghiera[6]. Questo nostro mondo impazzito ha un bisogno estremo di essere raccomandato a Dio perché sta correndo verso l’autodistruzione e chi meglio di chi sa di essere ormai vicino a Lui può pregare per chi rimane nella certezza di essere ascoltato?

Poi verrà la morte fisica. Questo pensiero, se meditato in un’ottica puramente materialistica, può avvelenare l’esistenza, ma in realtà non dovrebbe neppure creare preoccupazioni all’ateo perché per lui dovrebbe significare soltanto un salto nel nulla, nell’oblio totale, nel non essere. Invece di angoscia ne procura e molta, tanto è vero che si cerca di esorcizzarla e di allontanarla da sé in mille modi, anche con l’ibernazione, ma solo per noi e non per gli altri quando essi siano in qualche modo di ostacolo ai nostri progetti. E’ inutile citare l’aborto volontario, l’eutanasia attiva e passiva, la selezione degli embrioni, tutti metodi per levarci di torno chi, giovane, vecchio o addirittura non ancora nato, non assecondi il nostro egoismo.

Ma il cristiano “spera”. Il cristiano sa che il corredo di dolore, di malattie, di solitudine che inevitabilmente accompagnano la sua vecchiaia non possono sottrargli quella pace e quella gioia che solo il Vangelo riesce a dare. Allora, quando rifletto sugli anni che mi restano, se il Signore vorrà concedermeli, io non penso affatto a quanto ha scritto Giacomo Leopardi nello Zibaldone, ma mi rivolgo allo Spirito Santo e ripeto tra me e me gli splendidi ultimi versi della Pentecoste di Alessandro Manzoni che ho citato in epigrafe.

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[1] Cfr. Il Sole 24 Ore, 12.2.2012, pag. 26.

[2] Cfr . Giacomo Leopardi, Zibaldone, Vol. II, Mondadori 1997.

[3] fr. AVVENIRE, 5.7.2015.

[4] Un film del 1992 è riuscito egregiamente a disegnare una feroce satira di questa ansia di gioventù e di bellezza: “La morte ti fa bella”, di Robert Zemeckis con Meryl Streep e Goldie Hawn. Rivali in successo, due belle donne ormai prossime al mezzo secolo ricorrono ai filtri di una ciarlatana per rimanere eternamente giovani. Saranno trasformate in morte viventi, invulnerabili ma deformabili come i personaggi di un cartone animato.

[5] Cfr. Lettera agli anziani, 1.10.1999, nn. 10 e 14.

[6]Per quanto mi riguarda, quando svolgo qualche lavoro domestico che ritengo particolarmente noioso, io amo ripetere all’infinito una giaculatoria che in poche parole mi sembra  riassumere interi trattati di cristologia e di escatologia: “Gesù Cristo, Figlio di Dio e Salvatore, abbi pietà di me peccatrice!”

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8 commenti su “Una riflessione sulla “terza e quarta età” – di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore” suggerisce lo starets al pellegrino russo affinché lo ripeta senza interruzione. Soprattutto questo, nella nostra infinita miseria dobbiamo invocare per sperare nella Sua misericordia. Ed è vero, cara Signora Carla, che più passano gli anni e più ci si domanda come avverrà quel momento che nessuno conosce. Siamo talmente piccoli di fronte alla morte che tutta la vita appare un nulla se non l’abbiamo vissuta col cuore rivolto al Cielo. Personalmente immagino la morte come un avvenimento che il Signore ha preparato adattandolo ad ognuno di noi, per cui non dobbiamo preoccuparci, un po’ come quando eravamo all’università ed ogni esame, nonostante dai racconti degli altri appariva invalicabile, alla fine si conformava a noi ed era diverso da tutto ciò che ci avevano detto. “Signore, manda la tua cara Mamma a prendermi quando sarà il momento”, prego spesso e questo mi dà consolazione e mi rasserena. E che sia fatta la Sua santa volontà.

  2. Dissento da lei là dove dice, a proposito della domanda: “Come vorresti morire?”, che “altri, più borghesemente, (sperano di morire) circondati dai loro cari.” Non ci vedo niente di “borghese” in quella speranza. Questo è il modo di morire che ogni cristiano, di ogni categoria sociale, ha sempre desiderato per sé: accompagnato, è naturale, da olio santo, confessione e preghiere dei familiari.
    Forse quel “più borghesemente” voleva significare che sì, chi rispondeva così al Corriere voleva attorno i propri cari, ma senza il resto, di cui non gl’importa più.

  3. Splendido articolo: io vorrei morire “Chiedendo perdono a Dio dei miei peccati e affidandomi alla Sua misericordia“ ma in quegli istanti mi piacerebbe essere circondato dai miei cari.
    Sono completamente fuori strada coloro che dicono che non è degno di stima chi pensando alla morte, verso la fine della vita si attaccasse a Dio contraddicendo le idee laiche sempre professate per timore di andare all’inferno: cosa vorrebbero, che si muoia nell’impenitanza finale? E l’invito a convertirsi varrebbe solo fino ad una certa età? E quale? Quei ragionamenti fanno acqua da tutte le parti!
    Carissima signora Carla, quando i suoi amici ridiranno cose simili, faccia loro questa domanda: “Se guidando vi accorgete di andare verso un muro quando siete già piuttosto vicini ad esso, per essere degni di stima continuate a correre in quella direzione?”.

  4. Marina Alberghini

    Il Manzoni, nei Promessi Sposi, ha descritto in modo superbo, nella notte insonne passata dall’Innominato, la crisi esistenziale dell’uomo che a un tratto si accorge che la vita è quasi passata e guarda in se stesso e ha paura.Una crisi che è universale. Ma io penso: se per tutta la vita si è avuto un atteggiamento laico che valore ha di fronte a Dio convertirsi alla fine per paura? Secondo me bisogna avere il coraggio di essere conseguenti a se stessi, come fece il don Giovanni di Mozart.Magari ,se si è fatto del male, fare del bene per riparare ma solo se il sentimento è sincero. Se invece, anche non credendo in nessuna religione, si è stati buoni, si è fatto del bene, si è creduto comunque nell’Altissimo, mi sembra giusto che anche di fronte al gran passo si rimanga se stessi, come gli stoici greci.I miliardi di persone pre Cristianesimo mica saranno andati tutti all’Inferno! Quanto al “morire nel sonno” è semplicemente la paura non di morire ma di soffrire.

    1. Carla D'Agostino Ungaretti

      Gentile Signora Marina, io apprezzo moltissimo gli stoici greci, come li stimava il grande Indro Montanelli che fino alla fine rimase tetragono sulle sue idee laiche, anzi diceva che, quando fosse comparso davanti a Dio, sarebbe stato lui, Indro, a chiederGli conto del perché a lui non aveva dato la fede. Certo, la fede è un dono di Dio, ma Dio ci chiede, giustamente, anche un piccolo sforzo personale per credere. Perciò, senza voler giudicare, perché solo Dio giudica, io penso che gli atteggiamenti spirituali irriducibili di chi vuole rimanere per forza fedele alle sue idee denotano soltanto il peccato di superbia di chi non ammette che “forse” per tutta la vita si è sbagliato. E’ solo uno spiraglio di dubbio quello che io cerco e che penso forse basterà a salvarci. Gli altri, come don Giovanni, sono personaggi eroici sì e coerenti, ma nel male e solo in una prospettiva terrena.. Ma, ripeto, solo Dio giudica. Io ho solo detto la mia.Grazie per avermi letto.

  5. GRAZIE come sempre carissima Carla!
    Mi ha fatto anche sorridere!
    Io non ho mai avuto paura di morire, neanche da giovane, e specialmente ora che
    quasi tutti i miei cari mi stanno aspettando lassù, spero di incontrarli al più presto
    possibile.
    Ho un po’ paura di soffrire, ma sappiamo che la croce non sarà mai più pesante di
    quella che possiamo portare, e so che sarò confortata da tanti di Loro, Maria, il mio
    Angiolino Custode, Padre Pio, i miei cari…
    E spero di morire in piena coscienza con la mia mano nella mano del Sacerdote…

    1. Carla D'Agostino Ungaretti

      Anche io, carissima Paola! L’altra mia costante preghiera è quella della liturgia di Ognissanti: “A subitanea morte, libera me, Domine!”

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