Una santa Messa nel Sud dell’Italia rurale – una lettera di Cesaremaria Glori

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Caro direttore,

due domeniche or sono mi trovavo in un piccolo paese della Puglia non lontano da Bari e, fedele  al  precetto di santificare le feste, mi sono sentito in dovere di andare alla Santa Messa. In quella località non c’era alcuna possibilità di partecipare ad una Messa in rito antiquo, per cui anche quella in rito romano moderno poteva e doveva supplire.

Appena messo piede nell’ampia e bella chiesa sento la voce di una giovane donna che cantava con lo stesso stile con cui si canta una delle moderne canzonette tanto care ai giovani. Naturalmente era accompagnata dagli accordi di due chitarre e da una pianola elettrica. L’organo, bello ed imponente, era collocato sulla cella organaria posta al di sopra del portale d’ingresso ma, forse, doveva essere muto da molto tempo e chissà se funzionante ancora. Ebbene la voce di quella donna, amplificata oltre misura dagli altoparlanti, impediva qualsiasi raccoglimento e la gente che, numerosa ( ciò va detto a riconoscimento del giovane parroco) partecipava alla celebrazione sembrava, per la maggior parte,  per nulla incline ad accompagnare il canto. Infatti il canto riguardava più che gli adulti presenti quei pochi giovani e giovanissimi che occupavano i primi banchi e parte del presbiterio. Questa vicinanza dei giovani e giovanissimi non doveva essere sporadica, bensì sembrava essere la norma, giacché il celebrante si rivolgeva a loro in continuazione, quasi dialogando, sia durante l’omelia che nel corso della celebrazione eucaristica, interrompendo anche la sequela rigorosa del canone. Non entro nel contenuto dell’ omelia infarcito di raccomandazioni su come relazionarsi col prossimo senza dare alcuna spiegazione delle prime due letture ( quella tratta dal Levitico e l’altra dalla  prima lettera ai Corinzi) forse troppo impegnative per quei ragazzi ma non per gli adulti, ma prendendo lo spunto dal brano evangelico, il parroco si dilungava sull’accettazione non soltanto del  lebbroso ma di ogni diverso che si affaccia alla nostra presenza chiedendo l’aiuto umano da fratello a fratello.  E qui il dialogo tra celebrante e assemblea si faceva più fitto, sempre pungolato dal giovane sacerdote col porre domande o con l’invito a farle.

Su questo punto non è il caso di insistere, perché è ormai d’abitudine assistere a queste manifestazioni  di omiletica. Possono anche esse divenire efficaci e opportune, ma dipende dal contenuto non dalla modalità con cui sono attuate.  In questo caso  l’interesse dei giovani e, forse, di qualche adulto, era evidente e ciò bastava a non rendere priva di interesse e di conformità allo scopo l’omelia. Ciò che  invece fu  inaccettabile e che appariva come indebita intrusione nella sacra liturgia fu l’interruzione del canone per l’ interpolazione con aggiunte personali del celebrante. Un’ interruzione che violava la sacralità del rito, del suo mistero rievocante il sacrificio, in modo incruento, del Cristo.  Quella voce del celebrante, peraltro gradevole e calda, diveniva fastidiosa e urtante. In quel rito non c’era la ripetizione di un racconto ma la rievocazione quasi scenica di un fatto concreto, del sacrificio del Figlio di Dio sulla croce, la sua elevazione al Padre come vittima sacrificale, memoriale che esigeva raccoglimento nel silenzio più assoluto, perché si rievocava un dramma col quale il Figlio di Dio pagava il debito d’amore per l’intero genere umano. La sacralità del mistero svaniva sostituita dalla piatta rievocazione di un episodio, un episodio come un altro. E che fosse così lo dimostrava il seguito del rito che, senza almeno una pur breve pausa, proseguiva con elevato tono di voce sino al Padre Nostro. Giunti a questo punto altra interruzione del rito con l’invito da parte del celebrante ad unirsi affratellati tutti insieme, tenendosi tutti per mano con le braccia alzate a recitare la preghiera insegnata da Gesù. Seguiva poi lo scambio della pace e a questo punto il sacerdote diventa il vero protagonista delle cerimonia col dare la mano ai giovani e giovanissimi di ambo i sessi che erano nel presbiterio per poi scendere nella navata e fare lo stesso gesto con gli occupanti dei primi banchi, a destra i giovani del coro con il loro strumenti, a sinistra gli adulti. Il raccoglimento delle consacrazione, ammesso che ci fosse stato, svaniva del tutto e del ricordo del sacrificio del Cristo non restava nell’aria nemmeno una traccia. Questa Messa appariva come una rappresentazione scenica ove il protagonista era soltanto il celebrante. Lui solo agiva, muovendosi sulla scena. Lui solo si rivolgeva agli “spettatori”, spesso rivolgendosi a loro direttamente come se facessero parte della sceneggiatura. La musica rumorosa e il canto a voce squillante riempivano lo spazio e tutto sembrava assumere gli aspetti di una festa paesana, ove il momento solenne del sacrificio veniva appannato irrimediabilmente dal tono elevato del celebrante, la cui dizione somigliava sempre più a quella del recitativo di un’opera.  La sacralità dell’antica liturgia era svanita del tutto e a me, un sopravvissuto dell’antico rito, non restava che interiorizzare quanto veniva pronunciato sull’altare come se fosse, per incanto, riaccostato a quello di oltre cinquanta anni or sono.

Ma lo strazio al vedere come veniva maltrattato il rito della Santa Messa non era finito. C’ara ancora la comunione e qui arriva il culmine della sceneggiata. Salgono all’altare uomini e donne ( quattro in tutto), prendono ciascuno una pisside con le particole e, accompagnati da un chierichetto con in mano la patena  distribuiscono l’Ostia consacrata. Osservo dal fondo della fila che tutti porgono la mano per ricevere la particola e tutti l’assumono in bocca. Arrivato al mio turno non porgo la mano ma mi avvicino e socchiudo le labbra porgendo la lingua quel che basta per depositarvi l’Ostia. L’uomo, una simpatica figura di anziano in carne, resta un attimo sconcertato e mi guarda negli occhi. Anch’io lo guardo e faccio un piccolo cenno col capo che è di riverenza verso l’Ostia e di intesa che lui procedesse ad offrirmi quel dono. Poveretto, doveva essere tanto emozionato che gli sfuggì la particola che cadde a terra con nostro reciproco sgomento, più quello del chierichetto che mi guardò come se avesse visto un marziano. Il povero ministrante fu però svelto, si chinò, raccolse l’Ostia e se la mise in bocca. Il corpo di Cristo era salvo, era caduto in terra ma Gesù alle cadute ci era abituato, non così il ministrante che era arrossito palesemente.

Al termine della distribuzione dell’Eucaristia vidi quel ministrante dirigersi verso il fondo della chiesa ove anch’io mi trovavo. Si accorse di me e mi lanciò uno sguardo storcendo le labbra e il capo in senso di dissenso lasciandomi intendere che voleva parlarmi. Terminata la Santa Messa, non prima di un seguito dell’omelia fatto di avvisi e raccomandazioni varie da parte del giovane parroco, l’uomo mi si avvicinò chiedendomi, peraltro in modo molto garbato, perché non avessi porto il palmo della mano, affermando che non si aspettava da me quell’evidente rifiuto  a comunicarmi con le mie mani.

Caro Signore – gli dissi – è vero che mi sono rifiutato e mi rifiuterò sempre di farlo. Soltanto i sacerdoti, nella normalità dei casi, hanno il potere di toccare con le loro mani il Corpo di Cristo, perché con quelle stesse mani hanno consentito alla particola di divenire il corpo del Signore Nostro. Soltanto loro hanno quest’ onore ( e quale responsabilità!), tanto è vero che una volta, non tanto tempo fa, a quelle mani ci si inchinava e, se il prete non  ritirava la mano, la si sfiorava con le labbra in segno di rispetto per quell’arto che aveva un sì grande compito. Quella mano che aveva ed ha tuttora il potere di trasmetterci le benedizioni del cielo. Non dimentichiamolo questo potere. Il sacerdote resta tale in ogni caso anche se erra. Non sta a noi giudicarlo ma, se necessario, soltanto ad ammonirlo se siamo certi del suo fallo.

Quel pover’uomo rimase a bocca aperta, mi scrutò profondamente negli occhi e disse: Lei è un tradizionalista, vero? La comprendo e la rispetto anche se non sono d’accordo. Arrivederci.

Qui  finisce la mia esperienza di assistere ad una Santa Messa nel sud dell’Italia rurale, ancora sana e non del tutto corrotta dalla modernità.  Sino a quando resisterà quella parte di tradizione che spinge la gente a non disertare, come altrove, la Chiesa cattolica e i suoi riti?  Alla domenica le Chiese del Sud dell’Italia sono ancora piene di gente,  sintomo che nelle famiglie c’è ancora una tradizione che richiama ad antiche abitudini e ad ancestrali devozioni, malgrado la povertà della liturgia attuale e la bruttezza di tutto ciò che l’accompagna, dai paramenti sacri, alla musica, alle forme di devozione popolare ed ecclesiale che contribuiscono non poco, al mantenimento di una religiosità che non è soltanto formale, giacché i segni sono espressione di radicate convinzioni.  Ma sino a quando durerà? Forse sino a quando gli anziani e i vecchi riusciranno ancora a trattenere le giovani leve, ma quando queste prevarranno nel numero e nell’ascendente verrà a mancare l’ultimo Katekon verso la laicizzazione, anzi verso la scristianizzazione completa delle masse. A meno che, ma questo non dipende da noi, intervenga un fattore soprannaturale a modificare radicalmente la situazione. Per questo motivo occorre continuare a pregare Dio e la Santissima Vergine Maria che non ci abbandonino all’azione pervertitrice del padrone di questo mondo. I fatti hanno dimostrato e dimostrano che questo padrone è invincibile senza l’aiuto divino, quell’aiuto divino che non è mancato per redimerci e che si farà sentire a tempo opportuno con inimmaginabile celerità ed efficacia per rinnovare la redenzione.

Cesaremaria Glori

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8 commenti su “Una santa Messa nel Sud dell’Italia rurale – una lettera di Cesaremaria Glori”

  1. In tutta onestà: se fossi un paesano del luogo, quantomeno andrei da un’altra parte. Alla lunga assistere a celebrazioni del genere ti fa perdere la fede.

  2. Ringrazio il Padre Eterno che mi ha dato la amara gioia di sentire una cosi accorata descrizione di un avvenimento così drammatico che purtroppo é comune, molto comune, e sono ben pochi i cristiani-cattolici capaci di percepire questa amarissima situazione in cui vive la Liturgia oggi! Sembrano tutti felici e non si accorgono del vuoto che soggiace alle loro “feste canore” senza per nulla percepire la … lontananza da Mistero di Dio.

  3. Carla D'Agostino Ungaretti

    Gentile Prof. Glori, il suo articolo mi ha fatto rivivere quello che io vivo ogni domenica nella mia parrocchia. Purtroppo devo accontentarmi perché le chiese romane in cui si celebra la Messa in latino sono molto lontane da casa mia e solo raramente ho potuto frequentarle. I sacerdoti non rispettano MAI la liturgia riprodotta nel foglietto “La Domenica” e inframezzano la celebrazione con osservazioni che vorrebbero essere esplicative ma in realtà disturbano il raccoglimento. In più il parroco, dopo la distribuzione della Comunione (che riceviamo in bocca solo in poche persone) chiama tutti i bambini davanti all’altare per benedirli. I cari diavoletti vivono questo atto come un gioco e corrono festanti, spinti dai genitori. Il gesto è molto carino, ma non si potrebbe aspettare la conclusione della celebrazione? No, ha risposto il parroco, perché essendo quasi l’ora di pranzo, tutti si affretterebbero a uscire.di chiesa. A questo siamo arrivati nella Diocesi del Papa. Ha ragione Giorgio: il Mistero di Dio è lontano.

  4. Parlando di Amoris Laetitia, Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha detto che l’esortazione è scaturita da un nuovo paradigma che papa Francesco sta portando avanti con sapienza, con prudenza e anche con pazienza : non ha provato alcuna vergogna a dire una cosa gravemente eretica, sapendo bene che la Tradizione della Chiesa, con la lettera maiuscola, non è soggetta ad alcun cambiamento, così come non sono modificabili le Scritture.
    La cosa mi riporta alla mente le parole di Bergoglio che, appena salito al soglio petrino, affermò di avere l’intenzione, anzi l’ambizione, di cambiare la Chiesa in modo che non si possa più tornare indietro, lasciando sgomenti e sbigottiti coloro che pensano che un papa debba limitarsi a conservare il “depositum fidei”, trasmettendolo intatto alle generazioni successive, senza modificarne uno iota. Evidentemente non tiene in nessun conto l’anatema di San Paolo: “se anche io, o un angelo, venissimo ad annunciarvi un Vangelo diverso, sia anatema !”
    Cari amici, rendiamoci conto che questa gente (Bergoglio, Parolin, Galantino, Kasper, Paglia,…

  5. …. ecc.) non è più discepola del Cristo, ma ne è diventata nemica, ha tradito il suo mandato, e lo sta facendo in modo subdolo e ingannatore, trascinando nell’errore milioni di fedeli, ignoranti (che ignorano la retta dottrina, a causa di decenni di menzogne e falso catechismo) e creduloni (che si lasciano convincere facilmente, causa l’obbedienza a falsi pastori). Per chi stanno lavorando codesti traditori di Cristo ? non è difficile rispondere ad una simile domanda, per chi ricordi le parole di Nostro Signore : “chi non è con Me, è contro di Me”.

  6. La messa anche quella post-conciliare NON deve essere infarcita di commenti, momenti e gesti “inventati” da celebranti e/o collaboratori. I canti devono rispettare il contesto e la liturgia, quelli “moderni” e le relative chitarre SOLO in occasione di messe “particolari” per ragazzi/adolescenti non in quelle per gli abituali fedeli domenicali. Non si devono spostare orari e luoghi delle celebrazioni di precetto.
    Queste disposizioni mi risultano ancora valide ad oggi.
    Un Organista

  7. sono meridionale e ringrazio dei complimenti, ma anche da noi quello a cui ha assitito è molto diffuso. La religiosità diventa solo conformismo, superstizione, apparenza, consuetudine. Basti guardare le feste patronali: numerose, seguite ma poi i comportamenti quotidiani sono l’opposto di quei valori. Tutte le idee moderniste sono completamente accettate e praticate, creando una sorta di doppiezza continua. A parole pro chiesa, famiglia, tradizione,ecc… poi nella realtà si convive, si approva l’omosessualismo, l’invasione immigrazionista, ecc.
    L’immenso patrimonio cattolico, greco e romano di civltà è come un retaggio folklorico e culturale buono solo per le feste o le carriere nei beni culturali.
    Sono però convinto che in questi tempi bui tocchi a noi, consapevoli di quello che c’è da fare, di portare avanti la fiaccola.

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