Una “Suor Angelica” deturpata – di Fabio Trevisan

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Il celebre atto unico di Puccini è stato volutamente travisato in modo macroscopico dal direttore e regista Enrico Conforti.

di Fabio Trevisan

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Da appassionato musicofilo, anche se non musicologo, confesso di trovarmi sempre più a disagio con le interpretazioni e, soprattutto, le forzature ideologiche che traspaiono spesso negli allestimenti teatrali contemporanei del melodramma. Mi è capitato recentemente di assistere ad un travisamento macroscopico dell’opera “Suor Angelica” di Giacomo Puccini che ha dell’inaudito, fin dal proposito esplicito del direttore e regista Enrico Conforti, che ne ha curato la messa in scena: “A confronto dell’assunto “illusorio buonista” messo in atto nel finale dal librettista Forzano, riflettente la filosofia dominante del pensiero cattolico-borghese primi novecento, in questa edizione 2017 si ricercheranno tracciato scenico-musicale e conclusione che maggiormente possano evidenziare la realtà violenta, ingiusta, spietata, crudele che in quest’opera è ragione di contenuto”.

Sono andato a rileggermi con molta attenzione il libretto dell’opera “Suor Angelica” di Giovacchino Forzano ed ho potuto constatare gli scempi perpetrati dalla rilettura moderna di Enrico Conforti fin dalla prima scena, dove fa comparire un’autoflagellazione al posto di una raccolta preghiera in un monastero. La stessa scena era così descritta in modo irriverente dallo stesso Conforti: “Tombale carcere monastico. Buia scatola contenitiva di solida grata costruita. Strumento di tortura per corpo e anima, frantumato da esplosiva tenacia umana di donna piena del sentimento d’amore per l’essere da lei concepito”. Mi sono chiesto come possa permettersi un simile oltraggio ed ho avuto risposta nel leggere le note del direttore e regista contemporaneo: “Il nostro triste racconto prende forma nel cupo periodo che va dal 1626 al 1630, impregnato di superstizioni ed ignoranza, violenza e soprusi…”.

Scorto l’inganno, ho voluto documentarmi e, oltre al libretto, alle varie rappresentazioni dell’opera succedutesi nel tempo, sono andato a leggermi accuratamente le critiche, la letteratura e le note biografiche essenziali che hanno rilasciato testimoni oculari che hanno accompagnato Puccini nell’elaborazione di quest’opera. In conclusione posso assicurare che si è trattata di una rappresentazione falsata e deturpata di Suor Angelica. Credo siano necessarie poche parole sull’opera, rappresentata per la prima volta nel 1918: essa fa parte del famoso “Trittico pucciniano” (con Gianni Schicchi e Il tabarro); si tratta di un atto unico ambientato in un monastero del 1600, nel quale la protagonista, Suor Angelica, di famiglia aristocratica, è costretta a riparare in un convento per un peccato d’amore. Al contrario delle distorsioni ideologiche palesate dal regista, il libretto e soprattutto la musica e gli appunti biografici di Puccini mai lasciano trasparire un’atmosfera cupa, di tortura né tantomeno viene accennato a luoghi religiosi pregni di superstizione ed ignoranza. Il clima all’interno del monastero è tratteggiato, sin dall’inizio dell’opera, da un dolce suono di campane accompagnato dal sublime canto dell’Ave Maria delle suore; vi è spazio per le punizioni di due converse in ritardo, in cui si legge testualmente : “Farete venti volte la preghiera mentale per gli afflitti, gli schiavi e per quelli che stanno in peccato mortale”. Niente flagellazioni, torture né altre menzogne evocate dal regista. Anzi, a dispiacere del moderno direttore, le suore rispondono a quella penitenza: “Con gioia e con fervore! Cristo Signore, Sposo d’Amore, io voglio sol piacerti, ora e nell’ora della mia morte. Amen”.

L’umiltà del genio di Giacomo Puccini non poteva esimersi nel chiedere aiuto, come fece con Tosca, all’amico Don Pietro Panichelli, colui che, secondo le stesse parole di Puccini: “Stava più in alto (rispetto a lui) verso il cielo”. Per Suor Angelica e, soprattutto per il miracolo finale della Vergine, indicava che: “L’apparizione della Madonna è preceduta da canti d’angeli da lontano, e voglio le litanie e alcune frasi delle medesime. Ci vuole un “Nostra Regina”, oppure “Santa delle Sante”, ma una cosa da ripetersi uguale in latino. Pensa che sono gli angeli che magnificano Maria. Poi, al momento del miracolo, vorrei la “Marcia Reale della Madonna”. Ti prego di aiutarmi”. Sentite ora la testimonianza di Don Panichelli: “Presi il treno e andai subito a Torre del Lago, portando con me il Breviario. Gli dissi:”Giacomo, sono certo di aver trovato ciò che fa per te…O gloriosa Virginum, Sublimis inter sidera…”. E Puccini: “Bravo Prete! L’hai proprio indovinata, è quello che cercavo e che fa per me”. La prova generale di Suor Angelica la volle fare nel convento agostiniano di sua sorella, la Madre Superiora Suor Maria Enrichetta, al secolo Iginia Puccini. Il musicista toscano desiderava, prima di tutto, il giudizio delle anime di queste religiose su quella vicenda di colpa, di perdono e di grazia da lui riportata in musica. Racconta Suor Paolina, testimone oculare di quell’anteprima di Suor Angelica: “Puccini si metteva al piano, e voleva che noi suore giovani ci mettessimo attorno a lui e lo accompagnassimo col canto… “Sorelle, che pace avete qui! – diceva – Com’è lontano di qui il mondo! Come mi piacerebbe restare!”. Suor Paolina ha lasciato un’ulteriore testimonianza del rapporto umano che legava Giacomo Puccini alla sorella suora: “La notte che la sorella di Puccini morì io ero con lei e l’assistetti fino alla fine e volle scrivere una lettera al fratello: “Mio amato fratello, non ti rivedrò più su questa terra ma ti lascio questo ammonimento. Voglio che tu cambi la tua vita frivola e corrotta, che tu lasci il peccato! …Se tu verrai sulla via del bene io ti aspetterò e ti vedrò per sempre in Paradiso”. La notte morì e il giorno dopo Suor Paolina fu testimone dell’arrivo di Giacomo Puccini: “Vide sul comodino la lettera della sorella, l’aperse e si volse verso la finestra per leggerla. Allora, avesse visto quest’omo! Cominciò a piangere e singhiozzare, ma così accorato, così disperato, che io non ho mai più visto piangere nessuno così…”.

Questo era il clima umano e religioso, anche se Puccini non era certo uno stinco di santo, che accompagnò l’elaborazione e la stesura di Suor Angelica, l’opera preferita dallo stesso Maestro del celebre Trittico. Umiltà e rispetto erano i sentimenti che albergavano nell’animo del musicista nei confronti della vita religiosa, uniti ad un senso del peccato che, come documentato da Suor Paolina, lo fece scoppiare in lacrime.

Umiltà e rispetto avrebbero dovuto essere gli aspetti preponderanti nell’allestimento attuale di Suor Angelica. Nella conclusione dell’opera, Suor Angelica, dopo aver appreso della morte del figlio, in un momento di tragico sconforto si suicida con delle erbe velenose ma si ravvede e, nella disperazione, chiede la grazia alla Madonna: “Ah! Son dannata! Mi son data la morte! Io muoio in peccato mortale! O Madonna, per amor di mio figlio smarrita ho la ragione, non mi far morire in dannazione! Dammi un segno di grazia! O Madonna, salvami!”. Qui avviene il miracolo riportato nel libretto e descritto con queste parole: “Suor Angelica vede il miracolo compiersi: la chiesetta sfolgora di mistica luce, la porta si apre: apparisce la Regina del conforto, solenne, dolcissima e, avanti a Lei, un bimbo biondo, tutto bianco…La Vergine sospinge, con dolce gesto, il bimbo verso la moribonda…”.

Nella Suor Angelica storpiata e deturpata da Enrico Conforti si nega il testo e l’intenzione stessa di Puccini e del librettista Forzano, tagliando clamorosamente l’intera scena del miracolo e commentandolo con queste parole: “Il nostro racconto si conclude invece con lettura della cruda realtà descrivente la triste illusione assolutoria percepita nel momento della morte da Suor Angelica…”.

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8 commenti su “Una “Suor Angelica” deturpata – di Fabio Trevisan”

  1. Maria Teresa

    Io vorrei sapere che diritto hanno questi signori di modificare a loro piacimento opere, romanzi e quant’altro (persino le fiabe! Sic!). Se non è gradito il concetto sottinteso, rappresentino qualcos’altro, più consono al loro “pensiero” o si scrivano le loro opere da soli.
    Questa disonestà intellettuale non è casuale. Mi dispiace dirlo, ma queste forzature messe in atto per esprimere le proprie idee (leggi ideologie) sono esse stesse una forma di ignoranza e prepotenza. Quest’uomo crede di vivere nel secolo beato ed illuminato e si arroga il diritto di far dire a Puccini ciò che egli pensa.
    Il bello è che esiste una pletora di vacui e vanesi che si vanta di andare a vedere certi scempi…..Si dovrebbe tornare ai bei tempi in cui a teatro si fischiava….

    1. “…Si dovrebbe tornare ai bei tempi in cui a teatro si fischiava….”

      Ottima idea e bisognerebbe portare anche della frutta marcia. Basta con questa passività ebete. In tutti gli ambienti ormai ci sono braccia sottratte alla vanga. E anche la vanga non la si usa più come si dovrebbe.

      1. Caro Trevisan, sono convinto che da anni i teatri chiamino appositamente questi personaggi (Conforti mi è ignoto, ma conosco benissimo i vari Bieito, Michieletto, Nekrosius etc.) per suscitare scandalo e coprire le nefandezze musicali che da decenni oramai vanno perpetrandosi nei teatri di tutto il mondo, anche i più rinomati, approfittando del fatto che oramai coloro che vanno a teatro non capiscono più NULLA di musica e di opera e non riuscirebbero a riconoscere la differenza fra la Callas e Rhianna. Siffatte porcherie cantate magari da Bergonzi o dalla Gencer urterebbero un poco di meno. Ma Bergonzi e la Gencer (e Karajan e Gui e Abbado) MAI si sarebbero prestati a simili sconcezze…quanto rimpianto per i VERI uomini di teatro: Visconti, Zeffirelli, Enriquez…o anche Strehler e Ronconi che, pur con tutta la loro forte carica ideologica, MAI sarebbero andati contro il senso e le ragioni della musica, facendo dire ai compositori il contrario di quello che volevano dire…vado subito ad ascoltarmi la Suor Angelica della Scotto diretta da Maazel, va…

    2. «Disonestà intellettuale», cara Signora Maria Teresa? E’ disonestà punto e basta, senza aggettivi. Peggiore di quella di uno che ruba, o evade le tasse (e per questi ultimi, per l’uso perverso che fanno dei nostri soldi gli strozzini che ci governano, almeno in alcuni casi qualche riduzione di responsabilità morale la concederei). Disonestà innanzi tutto nei confronti del grande musicista e del librettista, e poi di coloro che pagano per assistere a quello scempio, tanto più che oggi, data l’incultura verso questo genere di arte (in compenso si sa tutto sulla “musica” metallara ed il rock satanico), la maggior parte degli spettatori non si rende neanche conto della frode. Ancora poco più di mezzo secolo fa questi imbroglioni, altroché fischiati, probabilmente sarebbero stati cacciati a calci nel sedere.

  2. Da tempo ormai ho smesso di frequentare il teatro d’opera e perfino le sue documentazioni youtube, afflitto da questi allestimenti che operano veri e propri tradimenti dell’opera. Sembra una gara fra registi alla trovata più scandalosa. Solo a mo’ d’esempio: è stato versato pure in DVD un’edizione di Otello allestita al festival di Salisburgo nel 2008 (direttore Muti) in cui nel primo atto Otello si porta dietro uno schiavetto turco che abbandona alla ciurmaglia femminile la quale durante tutto il coro della vittoria e il successivo coro del falò, simula scurrilmente su di lui una violenza esplicitamente sessuale. Inutile dire che nel libretto nulla, ma proprio nulla autorizzi un simile stravolgimento. Anzi! E’ evidente che il regista ha voluto insozzare l’epica vittoria del condottiero veneziano sui mussulmani presentando questi ultimi come vittime degli abusi “occidentali”. Traditi Shakespeare, Verdi, Boito e tutti noi. E si potrebbe continuare…

  3. IL CAMERATA LIRICO

    Mi è capitato di vedere un Otello in cui Desdemona non aveva neppure il letto su cui morire, una Tosca con Scarpia gerarca fascista in camicia nera e Cavaradossi partigiano,un Rigoletto ambientato fra i gangster di Chicago anni trenta, una Carmen ambientata nella Cuba di Castro e via dicendo. I registi e scenografi sembra che facciano a gara nello stravolgere i libretti così come gli autori li avevano immaginati. Verdi da vivo non avrebbe mai permesso tali scempi delle sue opere e, col carattere severo che aveva, avrebbe cacciato a pedate chiunque avesse rovinato una sua opera. Per fortuna non si possono modificare di una virgola la musica e il canto che rifulgono sempre al di sopra delle sconcezze scenografiche e registiche.

  4. Forse Conforti avrà voluto “decostruire” il libretto del “fascista” Giovacchino Forzano, che, fra l’altro, diresse il film “Camicia nera”…
    Puccini si rivolterà nella tomba anche per come certi registi allestiscono il festival di Torre del Lago. Inoltre, questa località, purtroppo, è diventata “rinomata” per il suo Gay Pride.

  5. Luciano Pranzetti

    Prescindo dalla musica – orchestrazione e canto – e dalla becera direzione di cui Trevisan dà le coordinate del degrado culturale e della menzogna. Prescindo perché vorrei rilevare come, in questo atto unico (1918) dalla trama esile e per niente originale, Puccini, fratello di loggia, si impegni a dar melodìa a un cattolicesimo fosco, sanguinario, con una suora che si suicida, diversamente dalla Turandot “orientale” – Grande Oriente! – che si riscatta cedendo all’amore. Due prospettive di una tragedia che imbocca due esiti diversi: la morte dell’occidentale (suora forzata di un 600 trucido) e la risalita alla luce dell’orientale (principessa al tempo della fiaba). Catabasi nel primo, seppur condita di lagrime, singhiozzi e Ave Maria, anastasi ed esoterismo nel secondo a evidenziare la diversità di “fede”. Per questo io prescindo dalla musica e dalla regìa.

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