Uno sgradevole intercalare – di Lino Di Stefano

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L’italiano diventa ogni giorno più irriconoscibile visto che non solo la favella parlata, ma anche i rimanenti mezzi di comunicazione di massa persistono, con un certo compiacimento, a privilegiare gli accenti di tanti paesi d’oltralpe.

di Lino Di Stefano

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Da più di qualche anno – nel corso di incontri tra amici e persone – negli uffici, nei negozi e nelle rimanenti occasioni delle interrelazioni umane è invalso, all’inizio e alla fine del discorso, usare l’espressione anglosassone ‘okay’ e non le corrispettive locuzioni italiane ‘bene’, ‘va bene’, ‘sta bene’ e simili.

Frasi non prolisse visto che spesso e volentieri – ma a torto – l’opinione pubblica considera le parole britanniche da preferirsi  per la loro presunta brevità laddove nel caso dell’idioma nazionale ci troviamo al cospetto di una lingua letteraria e, come tale, carica di grande dignità culturale.

Ora, senza impedire a nessuno di estrinsecare il proprio pensiero come più gli aggrada, è innegabile che l’abuso del modo di dire ‘okay’ è un’offesa non solo al linguaggio nostrano, ma un affronto al buon gusto e alla buone maniere per la semplice ragione che coloro i quali interloquiscono – e risultano la maggioranza – in tali forme esotiche, diciamo così, dimostrano quanto segue.

Da una parte, scarso amore e poca considerazione per la parlata di nascita e, dall’altra, un’ignoranza e un provincialismo meritevoli di condanna, di biasimo e di riprovazione. Naturalmente, il vocabolo ‘okay’ non è l’unica voce di cui giovani e non giovani fanno sfoggio nelle interazioni quotidiane, poiché numerosi sono i suoni del linguaggio anglosassone che  si sono imposti e continuano ad affermarsi  nella lingua di Dante.

Idioma, quest’ultimo, aggiungiamo, che da più di sette secoli sta nobilitando le patrie lettere e le dottrine  d’oltralpe che ad esso si richiamano; non soltanto, beninteso, nei paesi di cultura romanza, ma pure nelle nazioni più civili del mondo perché dotate di un patrimonio intellettuale di prim’ordine.

Il quale idioma diventa ogni giorno più irriconoscibile visto che non solo la favella parlata, ma anche i rimanenti mezzi di comunicazione di massa persistono, con un certo compiacimento, a privilegiare gli accenti di tanti paesi d’oltralpe. E al riguardo, una notevole responsabilità grava sulla televisione la quale, attraverso i suoi operatori, persevera, ogni giorno, nell’imporre ibridi eloqui, facile preda di coloro che si comportano in maniera acritica.

A questo punto, è lecito chiedersi: merita la creatura dell’Alighieri un simile destino dato che essa viene contaminata dall’afflusso incontrollato di tanti termini stranieri? Incontrollato perché le istituzioni preposte non hanno fatto e non stanno facendo assolutamente nulla, salvo l’intervento inascoltato dell’Accademia della Crusca, che non ha finora prodotto alcun risultato nonostante il suo prestigio e la sua autorevolezza.

Adesso, l’obiezione più frequente messa in atto da chi non ritiene pericolosa l’eccessiva presenza di parole forestiere nella nostra lingua, sostiene che anche tanti vocaboli e tante locuzioni italiani figurano in altre parlate, segnatamente europee. Ciò è sicuramente vero, sebbene le espressioni nostrane facciano  bella figura considerata la valenza dei loro concetti.

Per fare solo un esempio, basta menzionare la voce italo-veneta ‘ciao’ il cui impiego si è talmente imposto sulla terra che ormai ci si saluta in tale maniera in tutto il pianeta. Ma ‘ciao’ è soltanto uno dei tanti termini che si sono affermati nel cosmo visto che numerosi altri modi di dire si gloriano delle loro radici latine.

E, allora, amiamo e rispettiamo la lingua e la letteratura italiane perché non hanno nulla da invidiare alle produzioni poetiche e prosastiche di altri popoli, essendo le prime di per sé già maestre di vita.

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6 commenti su “Uno sgradevole intercalare – di Lino Di Stefano”

  1. Luciano Pranzetti

    La vera responsabile di questa deriva barbara suicida è la parruccona CRUSCA che non interviene. Ad una mia segnalazione, inviata tempo fa, mi è stato risposto che l’Ente si attiverà in proposito. “Attiverà” = tempo futuro, per dire che in passato non ha mosso un dito. Ma fosse soltanto OK! Ne fa le spese anche l’italico idioma ché taluni vocaboli vengono frodati nel loro autentico significato. Si noti il verbo EVACUARE: tipico della categorìa clinica = svuotare (col clistere), è disinvoltamente usato al posto di TRASFERIRE, SFOLLARE, DELOCARE, sicché, allorquando il giornalista tv annuncia che SONO STATE EVACUATE 7 MILIONI DI PERSONE (uragano caraibico del settembre 2017), vuol dire che, alla tragicità dell’evento meteo si aggiunge anche un mare di m…. Ahi serva Italia!!!!!!!!

  2. Piero Vassallo

    la lingua italiana discende dal latino ed è, pertanto, la più nobile, la più austera e la più armoniosa
    l’intrusione (inutile e grottesca) di parole straniere è (forse) associato all’avversione alla sapienza tradizionale
    usano parole straniere gli italiani (gaglioffi) che ostentano una cultura pseudo ecumenica (ovvero antinazionale)
    non dimentichiamo tuttavia la colpa della pedagogia democratica, che ha tradotto l’antifascismo nel disprezzo della bella lingua
    in locali frequentati da stranieri mi è capitato di vedere commensali stranieri che si avvicinavano al tavolo degli italiani per concedersi il piacere di ascoltare discorsi nella bella lingua
    il rovesciamento della cultura italiana in un ecumenismo d’accatto è una non piccola sciagura causata dal delirio laico, democratico e antifascista

    1. Beh, Professore, anche il vocabolario inglese riporta, per oltre il 50%, parole derivanti dal Latino.
      Non per niente il Mondo, un tempo, si chiamava Roma.
      Per quanto riguarda l’uso di parole straniere, anche gli Inglesi usano una gran quantità di parole italiane, (pur se pronunciate all’inglese) come agenda, area, bravo, canzone, dilemma, fragile, gusto, lacuna, e molte altre.
      È la Grammatica Italiana la vittima della favella parlata, tanto che, di recente, un’insegnante è stata cacciata dalla Scuola perché la Grammatica, appunto, le era ignota.

  3. l’uso di O.K. è quanto meno mi preoccupa.
    Io comincerei dall’uso storpio delle parole della nostra lingua.
    Comincio con un esempio. Non so chi abbia cominciato ad abusare del verbo estrapolare ma vorrei ricordare che non ha nulla a che vedere col verbo “estrarre” o “selezionare” dati da un contesto più generale.
    In matematica, il termine estrapolazione indica il processo che permette di calcolare il valore di informazioni esterne ad un insieme discreto di dati noti. In sostanza, dato un piano cartesiano sul quale siano stati tracciati i punti {punto (x_{i},y_{i})} (x_i,y_i) corrispondenti all’insieme di valori noti, si vuole trovare il valore {punto y_{w}} {punto y_{w}} corrispondente ad un valore {punto x_{w}} {punto x_{w}} maggiore (o minore) di ciascun {\punto x_{i}} x_{i}. L’estrapolazione è simile al processo di interpolazione, che costruisce nuovi punti all’interno di un insieme di punti noti, ma i suoi risultati hanno spesso minor significato e sono soggetti ad un abbondante grado di incertezza.
    E questo è solo un esempio.
    Sarebbe bella cosa usare…

  4. Occorre, urgentemente, un vocabolario dei termini stranieri con la traduzione nella nostra bellissima Lingua. Mi riferisco, in particolare, agli inglesismi dei nostri politici.

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