URLA DA STADIO, CONFORMISMO “POLITICAMENTE CORRETTO” E RAZZISMO IMMAGINARIO. IL MASSACRO DEL SENSO DEL RIDICOLO – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

 

 

tmI sostenitori delle squadre di calcio da sempre sono detti “tifosi”, termine che allude a una leggera, festiva alterazione mentale.

Nel passato illustri psicologi hanno tentato di spiegare il misterioso fenomeno detto “tifo calcistico” (fenomeno per certi aspetti analogo ai fischi con i quali i c. d. loggionisti di Parma sottolineano le stecche dei tenori).

Intrepidi sociologi e moralisti integerrimi hanno esplorato e stigmatizzato le talora curiose, talora irrazionali, talora violente manifestazioni del tifo calcistico.

I responsabili delle forze dell’ordine hanno messo in atto misure finalizzate a prevenire o reprimere gli eccessi violenti del tifo.

Nessuno, prima dell’insorgenza del politicamente corretto aveva pensato seriamente di proibire e reprimere con severità le volgari e sgradevoli ma non violente manifestazioni del tifo: l’applauso ironico al calciatore avversario che sbaglia una giocata, le pittoresche insinuazioni intorno al comportamento spregiudicato della moglie dell’arbitro, l’ululato che accompagna il rinvio del portiere della squadra ospite, il malaugurio lanciato in coro contro la squadra antagonista.

Le espressioni di un “tifo” talora non salottiero spesso triviale, erano tollerate dai tutori dell’ordine pubblico e dai mass media perché si sapeva che lo stadio non è il salotto e il tifoso non è un dandy addomesticato dal politicamente corretto.

La tolleranza del male minore, in ultima analisi, riconosceva il “diritto” allo sfogo domenicale, inteso come urlo maleducato, a persone in uscita da una settimana di fatiche e di frustrazioni.

I giocatori, peraltro, erano adeguatamente istruiti dai dirigenti della società che li aveva tesserati e infine resi capaci di mostrare indifferenza nei confronti del pubblico escandescente.

L’intolleranza nei confronti dell’urlo da stadio nasce ultimamente dal trionfo della mentalità generata dall’infelice unione del politicamente corretto con la dietrologia.

La copula fulminante delle due virtù del pensiero avanguardista genera, infatti, la visione degli spettri di De Gobineau e di Rosenberg, agenti immaginari dietro l’urlo maleducato dei tifosi.

La fantasia strabica dei perbenisti immagina che gli urlatori contro il giocatore africano della squadra avversaria siano estremisti formati all’odio razziale dalla lettura di De Gobineau e di Rosenberg (in tedesco, data la mancanza di traduzioni in lingua italiana), e non tifosi che, senza problemi, applaudono il giocatore nero della loro squadra.

L’allucinazione calcistica e l’erudito cult dell’immigrato purtroppo generano provvedimenti cervellotici, scatenano nei giocatori isterismi da prime donne e nel pubblico intrepide sfide impavide all’umorismo.

Va in scena (nelle pagine dei giornali e in televisione) lo spettacolo di giocatori che si scagliano contro la gradinata da cui scende l’urlo tifoso o inveiscono minacciosamente contro l’arbitro che non penalizza gli urlatori.

Irreale nell’urlo, il razzismo si rovescia in carne e ossa nel furore di giocatori incapaci di sopportare il clima rovente e becero degli stadi e nei giornalisti che promuovono a eroi dello sport e addirittura a nobili simboli della civiltà italiana giocatori nevrotici, maleducati e scandalosamente pagati.

Si affaccia la tentazione di concludere che De Gobineau, fantasma nelle gradinate urlanti, sia l’autore preferito dai moralisti e dai giornalisti accecati dal politicamente corretto.

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