USCIRE DALL’EURO PER USCIRE DALLA CRISI? – di Armando Savini

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di Armando Savini


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La relazione del presidente della Corte dei Conti ha confermato quello che da molto tempo si era paventato: che le politiche di austerità non avrebbero risolto i nostri problemi, bensì li avrebbero solo aggravati. “L’asimmetria temporale tra gli effetti restrittivi prodotti dalle ripetute manovre di riduzione del disavanzo e l’impatto positivo sulla crescita degli interventi di sostegno dell’economia e delle riforme, genera un equilibrio fragile, con il rischio di una rincorsa incompiuta degli obiettivi di finanza pubblica. In un periodo di tempo breve e con l’urgenza di corrispondere alle richieste dell’Europa, i margini limitati di riqualificazione della spesa pubblica hanno reso necessario, dunque, un ricorso ad aumenti del prelievo tributario, forzando una pressione fiscale già fuori linea nel confronto europeo e favorendo le condizioni per ulteriori effetti recessivi; la pur comprovata maggiore efficacia delle misure di contenimento della spesa pubblica non ha, inoltre, consentito, in presenza di un profilo di flessione del prodotto, la riduzione dell’incidenza delle spese totali sul PIL, che resta al di sopra dei livelli pre‐crisi”. Insomma le politiche di austerità hanno depresso l’economia, peggiorando il rapporto debito/Pil. Difatti, l’aumento del gettito fiscale e i tagli della spesa pubblica orientati all’avanzo primario hanno ridotto fortemente la domanda aggregata, quindi il PIL e di conseguenza il gettito indotto. Se quadrare il bilancio dello Stato è la premessa per una migliore crescita economica, le politiche di austerità poste in essere da molti Governi (tra cui il nostro) hanno avuto il merito, per lo più, di affossare l’economia e di rilanciare l’inflazione. Un esempio clamoroso è stato l’aumento dell’accisa sui carburanti, che ha causato una contrazione a catena della domanda con un aumento dei prezzi finali dei beni, tra cui quelli alimentari pari al 3,2%. Lo stesso Krugman, nel suo Manifesto per il [buon]senso economico[i], ha evidenziato come le cause della crisi siano da individuare, non nel debito pubblico, ma dall’eccessivo indebitamento del settore privato, tra cui le banche. Gli operatori privati hanno posto in essere politiche di ristrutturazione per far fronte ai debiti e così, purtroppo, hanno agito anche alcuni Stati, invece di controbilanciare la carenza di domanda effettiva. I Governi, cioè, avrebbero dovuto ammortizzare lo shock, muovendosi nel senso contrario, con una politica economica espansiva al fine di rilanciare i consumi e gli investimenti, stabilizzando così l’economia. Secondo l’insigne economista, “la saggezza politica convenzionale ha preso una strada sbagliata, concentrandosi sui deficit pubblici”[ii], adducendo come giustificazione che “i deficit pubblici alzeranno i tassi di interesse e quindi impediranno il recupero. Al contrario, essi sostengono, l’austerità aumenterà la fiducia e favorirà così la ripresa”. Ma chi mai potrebbe aver fiducia in un’economia con un tasso di (de)crescita pari a -2,4%? Gli stessi operatori che temono uno spread troppo alto (e per i quali si sono disposte politiche di austerità al fine di attrarne la fiducia) comprerebbero i nostri titoli di debito, sapendo che il gettito fiscale diminuisce, e così, la capacità di pagare dello Stato? Negli ultimi mesi lo spread non ha forse raggiunto quote (538 punti base) come nel 1996? Non c’è forse il pericolo che si inneschi un feedback esplosivo tale da far collassare il sistema e, quindi, da indurre alcuni Stati Membri ad uscire prima o poi dall’UE?

Le cose vanno in direzione diametralmente opposta, se esaminiamo la politica economica del Governo giapponese di Shinzo Abe, che ha intrapreso un forte rilancio dell’economia, nonostante un tasso di indebitamento già al 236% del PIL ed un disavanzo del 10%. Tale politica espansiva è stata resa possibile dal fatto che la Bank of Japan (la Banca Centrale del Giappone) svolge la funzione di prestatore di ultima istanza, acquista, cioè, titoli del debito emessi dal governo nipponico. Allo stesso modo opera la Fed, la Banca Centrale degli Stati Uniti. Sono Stati che hanno mantenuto la sovranità monetaria e che sono in grado di neutralizzare gli shock economici in maniera più immediata. Difatti, acquistando/vendendo titoli di stato (operazioni di mercato aperto) una banca centrale aumenta/diminuisce l’offerta di moneta, rilanciando/frenando un’economia. Durante una crisi, l’acquisto di titoli del debito da parte della banca centrale ha effetti decisivi: 1) riduce il costo dello stesso debito, in quanto l’aumento della domanda di titoli ne riduce il tasso di interesse; 2) rilancia le esportazioni e gli investimenti, sostenendo la domanda aggregata; 3) aumenta il gettito fiscale. Qualcuno, soprattutto tra i neoclassici, potrebbe obiettare che una politica monetaria accomodante può ingenerare inflazione. Ma il Giappone è la prova che una politica monetaria espansiva riesce a convivere con la deflazione. E poi, le continue iniezioni di liquidità da parte della Fed non hanno generato alcuna pressione inflazionistica finora. Contra facta non valet argumentum. Forse la relazione tra politiche espansive e inflazione non è poi sempre così tanto sostenibile.

Con l’Unione Monetaria Europea si è ceduto uno strumento troppo importante per il controllo dell’economia e, pian piano, si sta perdendo anche l’indipendenza della politica fiscale. Il giusto mix di politica monetaria e politica fiscale è la chiave per uscire dalle crisi. D’altronde il fallimento dello SME fu dovuto proprio all’impossibilità di gestire la politica monetaria in regime di cambi fissi innanzi agli shock idiosincratici (specifici di un paese o un gruppo di paesi) e asimmetrici (con direzione e/o misura diversi). La Germania, dopo la riunificazione dovette fronteggiare l’inflazione con politiche restrittive, che non le permisero di ottemperare ai suoi obblighi verso i propri partner europei, lasciando a questi l’onere di mantenere i tassi di cambio entro la banda di oscillazione definita dai trattati. Ciò indusse i Paesi europei ad innalzare i tassi di interesse – al fine di impedire il deprezzamento delle proprie valute rispetto al marco tedesco – innescando, così, la più grande recessione europea, fatta salva la Germania. L’impossibilità di sostenere indefinitamente i tassi di cambio (e, cioè, rinunciare a una politica monetaria a sostegno dell’economia) fece crollare lo SME sotto gli attacchi degli speculatori. Solo Francia e Germania riuscirono a mantenere i cambi fissi.

Con la moneta unica il problema degli shock idiosincratici e asimmetrici non è stato superato ma continua a presentarsi sempre più spesso. Paesi a diverse velocità hanno bisogno di differenti politiche monetarie. Ci si domanda allora (e in modo particolare se lo chiedono gli speculatori) se e quanto ancora siano disposti a perdere in termini economici e sociali i Paesi dell’Eurozona per sostenere un sistema di Banche Centrali che non riesce a far fronte ad una crisi strutturale, il cui spettro sembra non voler abbandonare l’Europa.


 

1 http://keynesblog.com/2012/06/28/lausterita-e-smentita-dai-fatti-il-manifesto-di-krugman-per-il-buon-senso-in-economia/

[ii] Ibidem.

 


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