USCITA DALLA CRISI – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

 

 

mc3Che la decadenza più preoccupante sia filosofico-religiosa non v’è dubbio. Che il cedimento economico, indotto dagli artifici finanziari, provenga dal cedimento morale è altrettanto indubbio. Ma, soffermandoci sul problema economico e sulle sue conseguenze sociali, si è avanzata da alcune parti politiche una soluzione che merita qualche considerazione. Mi riferisco a una sorta di applicazione della giustizia distributiva, per la quale la prosperità, ovvero il benessere generalmente inteso, dovrebbe essere subordinato a un rimedio della povertà immeritata e, segnatamente, il rimedio apportato alla disoccupazione dovrebbe prevalere rispetto al generale vantaggio economico.

Beninteso, tale istanza era già contenuta nell’ampia dottrina sociale della Chiesa, precisata nei secoli scorsi da Leone XIII, Pio XI e Pio XII.

Premesso che i provvedimenti governativi oggi messi in atto e preventivati, sottomessi alle perverse ragioni del bilancio statale imposte dalla UE, conducono alla miseria d’ogni genere, la disoccupazione costituisce un grave fattore di ulteriore disgregamento familiare e sociale.

Per altro, il benessere consumistico si è dimostrato altro elemento di perversione dei costumi. A prescindere da diverse considerazioni, i costumi si giovano della frugalità e della vita dura. E se non è attuabile un’autonomia economica che sacrifichi la competitività in campo internazionale, ovvero le esportazioni, è bensì vero che, senza ricorrere a un’impossibile autarchia, si può trovare un’equilibrata indipendenza, secondo le risorse nazionali, per la quale il tenore di vita italiano, pur dovendo restare inferiore a quello dei paesi più ricchi, sia maggiormente equilibrato e sano.

Lo Stato avrebbe il potere di regolare le attività industriali e commerciali in modo da ottenere, nondimeno con l’incremento delle opere pubbliche, l’occupazione necessaria, penalizzando il comportamento di coloro che rifiutano di adattarsi a lavori da essi ritenuti non confacenti alle proprie aspirazioni. S’intende che, allora, lo Stato dovrebbe essere libero di provvedere in merito, avendo la completa disponibilità dello strumento finanziario. Condizione preliminare questa, adesso negata dal vincolo europeo e da un debito pubblico alla mercé della speculazione. Inutile battere su questo tasto, stante la classe dirigente che ci è toccata. Tuttavia qualsiasi partito politico inteso a promuovere l’indipendenza occorrente alla ripresa, pesterebbe l’acqua nel mortaio non avendo un definito programma di risanamento da prospettare, da contrapporre ai vaghi e soliti slogan demagogici, che non convincono più nessuno.

Quei partiti di varia entità, a partire dalla Lega, che raccoglie i voti regionalistici, sino al Movimento 5 Stelle, che parcheggia il dissenso dei disillusi e dei protestatari, quei partiti in qualche modo propensi all’abbandono dell’euro, del giogo europeo, dell’usura bancaria, inclini al riacquisto delle prerogative nazionali, non hanno saputo formare un progetto economico-sociale chiaro ed efficace. Potenzialmente, almeno un loro ramo sarebbe portato a giungere all’esito benaugurato.

Siamo d’accordo che non si costruisce il bene su presupposti errati, come l’accoglimento di principi aberranti, o evitando di combatterli risolutamente. Con tutto ciò, cominciando col porre regole e disegni in sé onesti, proficui e controcorrente, non è escluso che si colga il filo d’oro della risalita, di quella risalita atta a gettare la luce del discredito su tutta l’infame catena degli atti e dei comportamenti, che da oltre mezzo secolo a questa parte ci hanno a mano a mano affondato in questa barbarie pagana, invereconda.

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