I veicoli simbolo degli anni di piombo arrugginiscono in una rimessa  –  di Luciano Garibaldi

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La ruggine corrode non solo la verità ma anche le auto della storia

di Luciano Garibaldi

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zzmrmrtIn un’autorimessa della Questura di Roma, tra via Magnasco e via Alvari, giace ormai da decenni, e sempre più arrugginita, l’ Alfetta su cui viaggiava la scorta di Aldo Moro (i tre poliziotti Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) massacrata a raffiche di mitra dalle Brigate Rosse di Mario Moretti quel 16 marzo 1978 in cui fu rapito il leader della Democrazia Cristiana. Nello stesso garage vi sono anche, avvolte nella polvere, la Fiat 130 sulla quale viaggiava Moro e sulla quale furono fatti secchi, dagli assassini brigatisti, i due carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci, e la Fiat 128 che quella mattina di 36 anni fa era guidata da Mario Moretti, capo della colonna romana delle Brigate Rosse, e servì a bloccare la vettura di Moro e quella della scorta. In modo tale da consentire ai tiratori scelti della CIA, piazzati sul marciapiede di via Fani (perché ormai non vi sono più dubbi che si trattasse di superspecialisti del  tiro a segno), di portare a termine il clamoroso sequestro con l’annientamento dei componenti la scorta.

Ma non è tutto. A poche centinaia di metri da quella rimessa, nell’autocentro della Polizia Stradale, si trova abbandonata la Renault 4 sulla quale, il 9 maggio del ’78, fu abbandonato il corpo senza vita di Moro in via Caetani, a Roma. La R4 era stata rubata a un imprenditore, Filippo Bartoli, che per tutta la vita (è morto nel dicembre scorso), la conservò con religioso rispetto, donandola poi al Ministero dell’Interno con la richiesta (mai esaudita) che venisse esposta al pubblico.

Quanto sopra è stato scoperto, e rivelato sulle pagine del “Secolo XIX”, il quotidiano di Genova, dal giornalista Marco Fagandini, autore del servizio intitolato «La ruggine che corrode le auto della storia: la R4 di Moro nel garage dell’oblio». Quelle vetture testimoni della storia dovrebbero seguire l’esempio della A.112 sulla quale furono uccisi dalla mafia il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la sua giovane moglie e che da anni è esposta al Museo Storico di Voghera. Come scrive Fagandini, questo è anche l’auspicio del vicepresidente dei deputati Pd, e componente della nuova commissione d’inchiesta sul caso Moro, Gero Grassi, che da anni dedica i suoi sforzi perché si faccia luce sull’omicidio di Aldo Moro e perché testimonianze come la R4 non vengano abbandonate.

Quanto all’Alfetta sulla quale sacrificarono la loro vita i poliziotti della scorta di Moro – come denuncia Marco Fagandini – «il sedile del passeggero è sfondato, la struttura sta cedendo e le macchie di ruggine attorno ai fori prodotti dai colpi sparati dal commando si stanno allargando. Basterebbe toglierle da quel “cimitero” dove la polizia fa il possibile, informalmente, per evitare che vadano perdute, ed esporle. Così da far toccare con mano a intere nuove generazioni che la storia dell’Italia è passata anche da lì». Parole da condividere in ogni senso, nell’attesa che si faccia finalmente chiarezza su quella che fu la tragedia di Aldo Moro ma al tempo stesso il vergognoso cedimento del nostro prestigio agli interessi delle due superpotenze che controllavano (e controllano) il mondo: Stati Uniti e Russia.

E’ infatti ormai di tutta evidenza che, con l’assassinio di Aldo Moro (che non intendeva rinunciare al suo progetto di realizzare il «compromesso storico» con il PCI), fu raggiunto un duplice risultato: 1°) eliminare il rischio di agenti sovietici in posti chiave del governo italiano; 2°) dare inizio all’autodistruzione delle BR, sempre più osteggiate dal PCI e dalla Sinistra legalitaria. Il che significa una cosa soltanto: che CIA e KGB “gestirono”, ciascuno mirando ai propri interessi, il vertice decisionale delle Brigate Rosse. Non resta che augurarsi che la nuova commissione parlamentare d’inchiesta sul “caso Moro” e la riapertura del fascicolo ad opera della Procura di Roma riescano finalmente a stabilire, una volta per tutte, la verità.

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zzL'Alfetta della scorta

 

L’Alfetta della scorta: i fori dei proiettili sono sempre più contornati dalla ruggine. In quest’auto furono uccisi tre poliziotti

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zzLa R4 di via Caetani

La Renault R4 nella quale fu rinvenuto il corpo senza vita di Aldo Moro, assassinato dalle Brigate Rosse

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5 commenti su “I veicoli simbolo degli anni di piombo arrugginiscono in una rimessa  –  di Luciano Garibaldi”

  1. PAOLO GRAFFIGNA

    MI SEMBRA MOLTO STRANA QUESTA PRESENZA DELLA CIA NEL SEQUESTRO DI MORO…COME AVREBBERO POTUTO GLI USA (DA SEMPRE ANTICOMUNISTI) ALLEARSI CON LE BRIGATE ROSSE? SARA’ CHE C’E’ ANCORA L’ABITUDINE DI VEDERE LA CIA INFILATA DOVUNQUE! RICORDO CHE IL “CANDIDO” SOSTENEVA CHE L’AZIONE DI VIA FANI ERA STATA PREPARATA IN CECOSLOVACCHIA.

  2. Io so di andare controccorrente, ma vorrei che questi poveri morti fossere finalmente lasciati in pace. Gli assassini e i loro mandanti non sfuggono alla giustizia di Dio anche se sfuggono a quella terrena. E poi se proprio la vogliamo dire tutta, ci sarebbero anche centinaia di poliziotti, carabinieri e persone normali che dovrebbero avere ancora giustizia per le loro morti, ma dal momento che sono degli ” emeriti sconosciuti ” tutto cade nel silenzio. Comunque come ho già detto prima, Dio farà giustizia di tutto.

  3. Anni fa lessi – purtroppo non ricordo dove – un rapporto balistico di quella sparatoria . Da esso emergeva che quasi tutti gli attentatori erano mediocri sparatori , che misero a segno non piu’ del 30 per cento dei colpi sparati a testa . Tutti tranne uno , sicuramente un superprofessionista , militare o agente segreto . Questi sparo’ in rapidissima successione una gragnola di colpi , dei quali piu’ del 90 per cento – qualcosa come 26 su 28 se non ricordo male, comunque la maggioranza assoluta di quelli centrati – andarono a segno , senza ferire Moro . Essendo sostanzialmente solo un rapporto , l’articolo non indicava chi o di quale provenienza questo superkiller potesse essere , né – questo pero’ mi apparve strano – quale tipo di pistola fosse stata usata .Dell’ articolo di Garibaldi ,non ho ben capito che interesse potessero avere CIA e KGB ad operare assieme ed a coinvolgere e convincere cittadini italiani appartenenti ad una sola ed estrema parte politica.

  4. giorgio rapanelli

    E’ mia opinione che fossero dei professionisti di tiro. Furono veramente bravi: eliminare la scorta e lasciare intatto l’on. Moro. Potevano essere dei mercenari assoldati. Ricordo che nel 5 Commando che combatteva i Simba in Congo c’era il tenente Boet Schoeman che accendeva con un colpo del suo fucile FN un fiammifero e dieci passi, sempre. Con la pistola fermava un Simba in corsa colpendolo alla testa anche a cinquanta metri. Ecco, ad eliminare la scorta poteva essere stata assoldata gente simile. Ma non Schoeman, che all’epoca era in Sud Africa.. Quell’attentato rimarrà avvolto nel mistero come quello di Kennedy.

  5. Rispondo con ritardo – di cui mi scuso – a Maria C. Che gli Stati Uniti volessero porre un paletto alla carriera politica di Moro è perfettamente comprensibile: in piena guerra fredda, insisteva per portare i comunisti al governo rendendoli in tal modo partecipi dei più delicati segreti di Stato, in primis la struttura militare americana sul nostro territorio. Ma anche il KGB aveva ottimi motivi per frustrare i progetti di «compromesso storico» perseguìti da Moro: un PCI cooptato nell’area del potere non sarebbe stato più un affidabile satellite per Mosca. Ed Enrico Berlinguer, all’epoca segretario del partito, non era certo un «fan» acritico del Cremlino, come dimostra l’incidente stradale organizzato per farlo fuori durante un suo viaggio in Bulgaria, ma, fortunatamente, fallito. Dunque, era opportuno anche per i sovietici che i comunisti restassero all’opposizione. Grazie a tutti per l’attenzione. L.G.

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