“VERITA’ PER LA VITA”, DI PIERO NICOLA. LA RICONQUISTA DEL NOVECENTO ITALIANO – recensione di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

 

 

pnAlla fine degli anni Cinquanta le fedeltà alla tradizione fu abbattuta dall’ululìo di teologi morsicati e intossicati dalla chimera neomodernista.

Destato dalla gridata teologia dai novatori, il dubbio si insinuò nei corridoi del Concilio ecumenico Vaticano II. Gli abituali nemici delle difese immunitarie giubilarono. La passione per gli abbassamenti mentali e per le sconsacranti genuflessioni mise in cattedra i chierici, che avevano teorizzato la coincidenza del cielo cristiano con la terra promessa dai rivoluzionari.

In mezzo alla festa fu alzata la bandiera del dialogo passivo. Dopo aver illuminato la scena del dopoguerra, il pensiero cattolico si ritirò nel margine bolognese, per estenuarsi nei giri viziosi della lavatrice mentale, progettata da Antonio Gramsci e messa in moto dal moderno principe.

Nella rotante macchina l’angoscia avvelenò la mente dei filosofi, la pornografia alterò la letteratura, il delirio invase la scena teatrale e il set cinematografico.

San Tommaso fu sorpassato dal lepido Corrado Augias. Dante fu eclissato da Pier Paolo Pasolini. Petrarca liquidato dai cantanti sanremesi. Il teatrino pedagogico di Bertoldt Brecht e l’avanspettacolo di Dario Fo sostituirono il teatro propriamente detto. La cinematografia italiana fu inscatolata nei telefoni bianchi.

Accusati d’intimismo borghese e di buoni sentimenti, la nobile letteratura, il teatro pensante e l’onesta cinematografia furono liquidati dall’apparato, mentre i vescovi erano rapiti dalla contemplazione dei luminosi successi, che la rivoluzione dei poveri riscuoteva nella penisola di Kolyma e a Budapest.

Durante l’estasi procurata dalla primavera conciliare, l’entusiasmo clericale e il conformismo democristiano soppressero le numerose testate (ad esempio Il Quotidiano, Il Nuovo Cittadino, Il Dramma, La Fiera letteraria, Letture, Rivista cattolica del cinematografo) che rappresentavano l’avanguardia nel secondo Novecento.

Il gramscismo indirizzava la cultura al naufragio nel cabaret televisivo, luogo riservato alle torride esternazioni delle replicanti Marozie e alle fegatose requisitorie dei cabarettisti.

La verità e la bellezza sono i grandi nemici della mutante ideologia marxista-leninista-stalinista. Chi ignora la dichiarata avversione di Gramsci alla vera filosofia e alla luminosa bellezza, chi non rammenta il suo rovente disprezzo verso Dante e Manzoni, non può comprendere le ragioni che hanno fatto navigare il pensiero italiano verso la cadaverica cinematografia di Nanni Moretti, la raggelante chiacchiera di Maria De Filippi, il darwinismo de noantri gargarizzato da Piero Angela, i lugubri filosofemi di Massimo Cacciari, il vaniloquio teologica di Vito Mancuso.

Egemonia gramasciana significa diffamazione ed esilio della bellezza classica, dittatura della lavatrice mentale, ovvero scientifico abbattimento della filosofia, contaminazione della morale, epurazione dei refrattari,  messa all’indice dei capolavori borghesi, ultimamente proibizione di leggere la Divina Commedia e I promessi sposi.

La spaventosa trivialità delle televisioni italiote è l’esito finale del  nuovo europeo, circolante da Cartesio a Spinoza, da Kant a Hegel, da Marx a Freud, da Nietzsche a Kojève e ai francofortesi, prima di deragliare nella furia sessantottina.

Il ritorno alla ragione, al senso comune disprezzato da Gramsci, deve pertanto incominciare dalla rilettura del Novecento, ossia dalla liberazione della memoria italiana dai lavativi ingranaggi della censura progressista.

L’oscuramento della memoria ha generato le mostruose desolazioni del sessantottismo, cultura in perpetua oscillazione tra le degradanti pratiche di Sodoma e e il misticismo chimico du Katmandu.

Infaticabile e scrupoloso lettore di testi proibiti dalla suburra e felice prosatore, il genovese Piero Nicola invita a compiere un viaggio nella storia della letteratura italiana del Novecento.

Una tonificante immersione nella pagine dimenticate di scrittori che conoscevano i segreti del bello stile e del limpido pensiero.

Nel saggio “Verità per la vita“, edito da Mario Paglia in Firenze, la fatica sagace di Piero Nicola è intesa a strappare alla disonesta macchina dell’oblio le ingenti opere degli autori italiani sgraditi e ingiuriati dall’apparato settario.

Nicola propone la conoscenza degli autori italiani censurati ed epurati quantunque abbiano narrato, con eleganza e fervida fantasia, le conquiste della virtù e  le degradanti avventure del vizio.

Le finalità perseguite da Nicola sono “sgombrare il campo dai tesori equivoci, da gioielli racchiudenti il marcio, imposti da recensioni, commenti, valutazioni e dal pubblico appetito” e guidare il lettore ad accedere, “con onesto diletto … alle piacevolezze del racconto, della poesia, attraverso la bellezza della composizione”.

Di qui la costruzione di una galleria ideale, che raccoglie i protagonisti del Novecento legittimamente italiano, autori nelle pagine dei quali si trovano efficaci antidoti al totalitarismo della dissoluzione, oggi trionfante nei media e nei luoghi deputati all’alto malaffare.

Di Bruno Cicognani, ad esempio, Nicola apprezza l’attitudine a non sopravvalutare il potere della modernità, senza “nascondere il suo distacco dalle mode e dalle ideologie“. Un esempio di intransigenza illuminata e mai incalzata dalla disperazione, che sollecita l’inversione ideologica dei cavalcatori di tigri volubili.

Nicola ripropone gli scritti di Dino Segre, in arte Pitigrilli, un pornografo di successo, convertito alla fede cattolica e impegnato a infondere il sale dell’umorismo nelle obiezioni al malcostume moderno. Di lui è citata un’impietosa definizioni dello chic, vorticante nei salotti frequentati dai lettori eterodiretti: “Come la moda è stata creata per le donne senza gusto che non sanno vestirsi, cosi’ il galateo [progressista] è stato compilato per le persone che mancano di linea, di riflessione e di criterio”.

I saggi letterari di Francesco Grisi sono proposti per l’implicabile rigore con cui conduce l’analisi degli autori che hanno dominato la desolata scena del secondo Novecento. Di qui una malinconica conclusione: “Manca la luce della speranza in questo mondo intellettuale: una luce che raramente ci è stato concesso di scorgere”.

Nei diari di Suor Blandina Segale la vicenda di un’intensa vita missionaria, capace di un tagliente, profetico giudizio sull’espansione dei colonizzatori bianchi nel Far West: “L’opera dei missionari sarà cancellata dalla smania di far soldi; truffe e disonestà priveranno d’ogni cosa i poveri nativi. … Arriverà il progresso, non lo metto in dubbio, ma con esso anche la morte spirituale”.

Nelle pagine scritte da Vincenzo Cardarelli, Nicola trova un amaro ma perfetto compendio della storia risorgimentale: “Quelli che fecero l’Italia, ma specialmente i Piemontesi, se la figurarono piena di sterpi e procedevano a ridurla e ad emendarla a colpi di roncola e d’accetta. Taglia qui, tagli là, non rimase un piccolo arbusto che non fosse intaccato dal ferro e dalla furia di questi riformatori”.

Ai frequentatori della selva informatica, Nicola suggerisce la scoperta della cinematografia degli anni Trenta, che i lavatori gramsciani hanno obliterato intitolandola ai telefoni bianchi”. Una sottile falsificazione, attuata per nascondere l’impegno della cultura italiana nella difesa della dignità della gente modesta. Impegno ben visibile nel gradevole film di Mario Camerini, “Il signor Max”, girato per istituire un confronto tra gente comune e frivola aristocrazia e per dimostrare la superiorità morale delle c. d. classi subalterne.

Magistrale è infine la pagina dedicata da Nicola al grande ed epurato regista Augusto Genina.

In conclusione corre l’obbligo di suggerire il magnifico libro di Nicola agli italiani che hanno conservato, come sosteneva Cardarelli, “il senso della Tradizione che non è, infine se non il senso della responsabilità storica e capacità ed eroica voglia di sostenerne il peso”.

 

 

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