Vita di Santa Barbara  –  di Lino Di Stefano

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di Lino Di Stefano

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zzsntbrbSenza sedicente esagerazione, asseriamo che il recente saggio della scrittrice reatina Rita Giovannelli – ‘Vita di Santa Barbara’ (Rai Eri, Roma, 2014) – risulta felicemente concepito, redatto con particolare scorrevolezza e condotto a termine, infine, con sicura padronanza della materia affrontata. Una ricostruzione romanzata della vita e dell’opera della Santa nel pieno rispetto della verità storica sebbene molte notizie sul personaggio oscillino fra la realtà e la leggenda.

Il libro consta di 32 capitoli, di una Prefazione, di una Introduzione, di un Prologo e, in Appendice di un’ampia e ragionata Bibliografia utilissima per il lettore che voglia approfondire la tematica in questione fermo, beninteso, che il saggio si presenta di per sé già esauriente un po’ in tutte le sue componenti solo se si pensi che la disamina della scrittrice di Rieti parte da molto lontano – affondando, essa, le radici nella storia dell’Impero romano del IV-V secolo – per, poi, diluirsi, nel tempo, col sacrifico della Santa.

Considerato, altresì, che Dioscoro, padre di Barbara, per alleviare le sofferenze della figlia si sostituì al carnefice, impugnò la spada e tagliò la testa che, parole dell’Autrice, “cadde pesante sul pavimento tra lo sgomento di tutti: amiche, ancelle, schiavi e servi che avevano assistito alla scena”. Anche se, come abbiamo accennato, la vita della Santa ondeggia fra realtà e leggenda, sappiamo con sicurezza che essa – figlia di un funzionario pagano, Dioscoro – chiamato in seguito a Roma dall’Imperatore Massimiano – e da madre, ‘in pectore’, cristiana, nacque a Nicomedia nel 273 e morì nella medesima città nel 306 circa.

Destinato a Numanzia, l’odierna Scandriglia,  nel Reatino – dove, a detta dell’Autrice, già dal II secolo a. C. “gli aristocratici romani avevano scelto la Sabina per i loro soggiorni in ‘villae rusticae’” – il padre di Barbara si muoveva fra la sede assegnatagli e Roma con incarichi di alto prestigio e nel totale ossequio all’autorità dell’Imperatore ritenuto, allora, una figura sacra e, ‘qua talis’, un Dio; quantunque già dal III secolo  la società romana fosse immersa in una profonda crisi – istituzionale e morale – solo in parte attutita con l’introduzione della tetrarchia.

 Espediente, escogitato da Diocleziano, con la divisione dell’Impero affidato a due Augusti e a due Cesari e con quattro capitali, due ad Oriente e due ad Occidente: Milano, Treviri, Sirmio e Nicomedia;  l’Imperatore Massimiano, uomo dotato di notevole energia e di non minori virtù militari, decise di chiamare Dioscoro, la moglie e la figlia tredicenne Barbara, in Italia; i quali dopo un lungo e laborioso viaggio, percorrendo buona parte dell’Oriente,  giunsero, attraverso l’Appia – detta giustamente La ‘regina viarum’ – a Roma.

Il mito dell’Urbe resisteva anche se la crisi era visibile dato, inoltre, che alle difficoltà istituzionali si stava aggiungendo quella più insidiosa, beninteso per i Romani, dell’avanzata inarrestabile della religione Cristiana la quale, come osserva, opportunamente, Rita Giovannelli, “aperta a tutti senza distinzione di sesso e di etnia (…) enfatizzava la maggiore importanza della vita dopo la morte rispetto a quella terrena con tutte le conseguenze che ciò comportava sul piano culturale”,  escatologico e soteriologico.

I Romani avevano capito l’insidia che stava minando alle basi le strutture dell’Impero –  il Cristianesimo diventerà, difatti, il naturale erede della romanità – e, non a caso, Plinio il giovane, incaricato da Traiano di comunicargli alcune informazioni sulla nuova religione, rispose, testualmente: “Neque civitates tantum, sed vicos etiam atque agros superstitionis istius contagio pervagata est” (Non solo per le città, ma pure per i villaggi e  per le campagne si è propagato il contagio di tale idolatria).

Nel frattempo, Dioscuro si era distinto come un fido e preparato funzionario ed aveva continuato a servire l’Imperatore senza trascurare la propria famiglia seguendo, in particolare, gli studi della figlia – affidata al maestro Plicarpo – e ottemperando agli incarichi e alle missioni ordinati dai suoi superiori, segnatamente l’Imperatore. La moglie, cristiana, ‘in pectore’, come abbiamo già rilevato, era scomparsa, lasciando nello sconforto la figlia Barbara la quale anche per effetto dell’influenza delle sue amiche,  soprattutto Giuliana, iniziò ad abbracciare la fede cristiana facendosi battezzare

Tornato da Roma, Dioscoro trovò la figlia cambiata intuendo nella stessa una ‘metànoia’, un cambiamento, cioè, in direzione del novello verbo incentrato sulla redenzione, mentre il Prefetto Marciano, parole dell’Autrice, rammentò a Dioscoro che “nulla è più importante della grandezza di Roma e delle sue leggi”. Barbara, però, non celò la sua nuova identità confessionale, assumendosene tutte le conseguenze anche al cospetto dei richiami e dei rimproveri del padre fino al punto che la situazione precipitò in maniera tragica.

Testarda e inconcussa nei suoi princìpi, la giovane sfidò sia il padre, sia il Prefetto Marciano e a nulla valsero le minacce di torture e la morte violenta dell’amica Giuliana la quale di fronte all’intimazione di quest’ultimo di riconoscere la natura divina del capo dello Stato rispose sprezzantemente: “l’imperatore è un uomo”. Barbara, ormai, considerava Cristo il proprio sposo cogliendo l’occasione per una drammatica fuga nelle catacombe;  riacciuffata, però,  per colpa di un delatore, accettò il supremo sacrificio

Sacrificio che si consumò con  la decollazione eseguita dal padre Dioscoro anch’egli, ormai, in preda alla disperazione ed alla follia; e, infatti, mentre fuggiva forsennato, in balia al dolore, all’avvilimento, alla pazzia, alle urla e senza via di scampo, “un fulmine – scrive l’Autrice – lo colpì in pieno petto riducendolo in cenere”. Il corpo di Barbara, preso sulle spalle da Valenziano, fu da questi portato in una località tra Scandriglia e Montorio Romano e, subito dopo, tumulato in una chiesa dedicata alla futura santa non escluse le peripezie –  minuziosamente descritte da Rita Giovannelli – a cui andarono incontro le reliquie.

Tutto ciò ed altro, è illustrato dall’Autrice con chiara conoscenza degli eventi, con indubbia padronanza delle vicende storiche e con dovizia di particolari che il lettore attento avrà modo gustare e di apprezzare. La scrittrice, inoltre, non dimentica di menzionare le diverse città e i tanti paesi che si pregiano di avere Santa Barbara come patrona nonché i diversi corpi militari che considerano il personaggio, venuto dall’Oriente, come loro protettrice visto, in conclusione, che anche tutto ciò che ha a che fare col fuoco simboleggia,  sì amore e purificazione, ma anche dissoluzione, castigo e penitenza.

I Vigili del fuoco e gli Artificieri, infatti, nutrono una peculiare devozione per Santa Barbara perché il fuoco, conclude l’Autrice, nell’accezione ideale, “simboleggia la fiamma della fede, quella che sorresse Barbara quando affrontò ire e torture pur di non allontanarsi da Dio”. Rita Giovannelli, detto senza false adulazioni, possiede il dono della chiarezza e questa sua fatica lo dimostra ‘ad abundantiam’, come in altre circostanze, considerato, per di più, che il saggio si distingue sia per la padronanza della scienza di Clìo, sia per la conoscenza delle nozioni agiografiche , sia, in definitiva, per la forma letteraria sempre sostenuta e misurata.

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