UNA PICCOLA RIFLESSIONE SULLA FEDE NEL NOSTRO TEMPO (prima parte) – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti


crux

Quando il Figlio dell’Uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra? (Lc 18, 8).

 

Viviamo in un’epoca piena di contraddizioni che spesso lascia i cattolici interdetti. Da un lato, siamo quotidianamente bersagliati  dalla martellante pressione relativista che nega l’esistenza della Verità, ovvero che afferma l’esistenza di molte “verità” ciascuna delle quali avrebbe diritto a un pari riconoscimento filosofico, morale e giuridico. Da un altro lato, assistiamo – anche qui quasi quotidianamente – allo sconvolgente martirio (e quindi a una vera testimonianza) di tanti cristiani trucidati, in odium fidei, in paesi a maggioranza islamica e soprattutto di missionari che pur di fronte al pericolo mortale, invece di tornare nei loro paesi abbandonando il campo,  preferiscono condividere il destino del loro gregge. Poi si legge anche che in Germania, culla della Riforma, alcune correnti di pensiero studiano un possibile riavvicinamento al Cattolicesimo e che si assiste anche a un rinnovato interesse femminile per le vocazioni claustrali coerenti con il messaggio cristiano[1]. Da vera cattolica “bambina”, io non posso che esclamare: “Speriamo che questa notizia sia vera! E che si realizzi presto l’”ut unum sint” ripetutamente invocato da Gesù nell’ora del sacrificio con la sua grande preghiera sacerdotale  di oblazione e intercessione”! (Gv 17).

Tuttavia  la confusione esistenziale che stiamo vivendo provoca anche  la  riviviscenza di quel bisogno di sacralità che accompagna la vita umana dalla notte dei tempi, spesso orientata verso mète malsane, come lo spiritismo, o l’occultismo, o addirittura verso i culti satanici o le religioni orientali, queste ultime  abbracciate in polemica con la Chiesa, senza capirci nulla e senza una precisa preparazione di base che ne metta in chiaro le differenze con il messaggio cristiano, affascinati piuttosto dall’assenza in esse di un Dio personale col quale fare i conti dopo la morte e dall’illusoria speranza della reincarnazione. Nel pantheon creato dalla cultura occidentale c’è posto per tutti.

Dal relativismo filosofico affermatosi nella seconda metà del ‘900 sono scaturite tante tragedie del nostro tempo, non più vissute come tali ma accettate con rassegnazione e come inevitabili da larghissimi strati della società (compresi moltissimi che si professano cattolici) quando non, addirittura, considerate espressione di diritti inalienabili degli uomini e delle donne:  il divorzio, l’aborto, l’eutanasia, la manipolazione genetica e da ultimo, a quanto pare, anche il tentativo di presentare come legittimo l’incesto. Infatti, l’inquietante domanda che Gesù rivolge agli astanti nel Vangelo secondo Luca (18, 8), dopo aver narrato loro la parabola del giudice disonesto, è di un’attualità sconvolgente . E’ innegabile, infatti, che molte persone, anche credenti, non sanno più che cosa sia esattamente il peccato perché, se si rifiuta – più o meno consapevolmente – l’idea che sia stato un Dio a donare all’uomo i Dieci Comandamenti, viene meno anche l’idea del peccato, sostituito piuttosto dal  “senso di colpa” che è tutt’altra cosa. Lo si vede, nelle nostre parrocchie, dai confessionali perennemente vuoti mentre sono sempre numerosi i fedeli che si accostano all’Eucaristia durante la S. Messa. Ma si rendono conto costoro di Chi vanno a ricevere? Sono sicuri di riceverLo nelle giuste condizioni spirituali?

Gesù sembra dubitare che quando Egli ritornerà, la fede in Lui sarà ancora presente nel cuore e nella mente degli uomini. Un grande pensatore ebreo come Martin Buber pensava che Dio può anche ritirarsi o eclissarsi dal nostro mondo, come sarebbe avvenuto per il popolo ebraico durante la shoà[2]; infatti può accadere che gli uomini non lo “sentano” più o che la cultura dominante renda inutile o superflua la stessa idea di Dio. Ma ritiro o eclissi non significano morte o accertamento di inesistenza, perché il Dio rivelato da Gesù Cristo non ha certo bisogno di essere “riconosciuto” dagli uomini: Egli è l’Essere Onnipotente che “dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono” (Rm 4, 17). Egli è “Colui che è”, a prescindere dal fatto che gli uomini credano o no in Lui e “le Sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da Lui compiute, come  la Sua eterna potenza e divinità” (Rm 1, 20). Da queste affermazioni paoline si afferra la differenza tra la concezione di Dio che aveva la religiosità greco – romana e la rivelazione cristiana: la prima, consuetudinaria e superstiziosa,  si fondava sul mito, la seconda invece afferma che Dio è Logos[3].

Comunque, sta di fatto che i cattolici “bambini” stanno assistendo sgomenti a un radicale capovolgimento del  sistema di pensiero che ha alimentato l’umanità occidentale per duemila anni da quando, cioè, si è affermata quella straordinario evento spirituale rappresentato dal Cristianesimo, che i cosiddetti laici ritengono una rivoluzione antropologica che ha fatto il suo tempo ed ora sarebbe in via di esaurimento mentre,  per coloro che sono stati raggiunti dalla Grazia, esso è stato ed è tuttora l’incontro (che veramente cambia la vita) dell’uomo con un Dio che non si è disinteressato di lui ma, per riscattarlo dalla sua condizione di peccato, si è fatto “carne” accettando di morire di una morte ignominiosa, riservata agli “ultimi” della società, per poi risorgere dopo tre giorni a una vita gloriosa. Questo è il nucleo centrale della nostra fede che oggi il “mondo” trova tanto difficile da accettare; il fatto, poi, che Cristo sia morto e risorto veramente, e non solo simbolicamente, è per molti un boccone amaro che proprio non riescono a inghiottire.

Infatti il clima postmoderno nel quale siamo immersi fa sì che larghi strati della società non si sentano più attratti dalla fede e dal Cristianesimo in particolare, che è indubbiamente una fede impegnativa e non certo facile perché richiede la metànoia, ossia il cambiamento di prospettiva del cuore di ben 180 gradi; del resto, non è stato Gesù in persona a esortarci a “passare per la porta stretta”? (Mt 7, 13). Già il Concilio Vaticano II, parlando delle cause dell’ateismo, faceva riferimento  alla civiltà moderna che ”non per se stessa, ma in quanto troppo irretita nelle realtà terrene, può rendere spesso più difficile l’accesso a Dio”[4], e gli stessi Vangeli insegnano che  nessuno può accettare il messaggio cristiano se non fa esperienza della profonda attrazione della Grazia e non è desideroso di corrispondere alle richieste morali del Vangelo (Non chi dice “Signore, Signore!” potrà entrare nel Regno dei Cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio, Mt 7, 21). Ma a coloro che sono chiamati e che desiderano sacrificare tutto il resto per seguire Cristo, il Vangelo dà una gioia e una pace che non sono di questo mondo.

Un esempio paradigmatico di questo rifiuto spirituale lo si trova oggi nella Gran Bretagna, paese che pure ha dato alla Chiesa di Cristo tre grandi esempi di fedeltà ad essa: i  Santi martiri Thomas Beckett e Thomas More, difensori dei diritti della fede di fronte allo strapotere mondano, e il Beato John Henry Newman; quest’ultimo – nato anglicano e appartenente per nascita a un ceto privilegiato – approdò al cattolicesimo in un’epoca in cui i cattolici avevano da poco ottenuto il riconoscimento dei diritti civili e politici dopo che, per almeno tre secoli, erano stati considerati cittadini di serie B. Oggi in Inghilterra, a dichiararsi cristiani e a professare apertamente la propria fede sul posto di lavoro, si fa una pessima figura e si rischia addirittura di essere degradati o licenziati. Del “dilemma” (!?) se una piccola croce portata al collo possa o meno ostacolare il lavoro si è dovuta occupare perfino la Corte di Strasburgo, che evidentemente non ha problemi più seri di cui occuparsi[5]. Ci sarebbe da ridere, se il problema della libertà religiosa in Inghilterra, tutta sbilanciata verso la protezione dell’islamismo, delle religioni asiatiche, degli stessi atei e addirittura degli omosessuali ai danni del cristianesimo, non fosse un problema molto serio. Sembra incredibile che questo fenomeno si verifichi in un paese che ha addirittura elevato la Comunione Anglicana a religione di Stato e il cui capo è il Re d’Inghilterra. Il relativismo imperante, che si professa tollerante, ha introdotto una nuova forma di intolleranza , obbligando di fatto tutti a vivere secondo la nuova religione secolare[6].

E che dire della Spagna, paese un tempo cattolicissimo che ora ammette i matrimoni gay? Della Francia, definita un tempo dai Papi “la figlia primogenita della Chiesa”, che ora sembra aver dimenticato gli innumerevoli Santi a cui ha dato i natali?[7] I monarchi di questi due paesi si fregiavano un tempo dei titoli di Sua Maestà Cattolica e di Sua Maestà Cristianissima, segni incontestabili delle radici cristiane che hanno fatto nascere e crescere l’Europa e che ora vengono stupidamente respinte.  E che dire del Belgio – il cui re Baldovino mise a repentaglio la sua stessa corona per non firmare la legge che ammetteva l’aborto – e dell’Olanda, paesi entrambi che ora sono l’avanguardia europea  del riconoscimento legale dell’eutanasia? Dell’Irlanda, sconvolta e disorientata dal triste fenomeno dei preti pedofili da giungere quasi al punto di perdere la fede?

(continua)




[1] Cfr. AVVENIRE, 12.8.2012

[2] Cfr. Martin Buber, L’eclissi di Dio: considerazioni sul rapporto tra religioni e filosofia, Milano, Edizioni di Comunità, 1961

[3] Cfr. J. Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo. Queriniana 2005, pag. 131.

[4] Cfr.GAUDIUM ET SPES, n. 19.

[5] Cfr. AVVENIRE, 5.9.2012, pag. 13.

[6] Questo stranissimo fenomeno è stato ampiamente illustrato da Gianfranco Amato in I Nuovi Unni. Il ruolo della Gran Bretagna nell’imbarbarimento della civiltà occidentale, Fede & Cultura 2012

[7] Alcuni anni fa, durante un viaggio in Bretagna e in Normandia, io rimasi allibita nel constatare che nelle splendide cattedrali gotiche, di cui quelle regioni sono ricche, testimonianze inoppugnabili delle radici cristiane dell’Europa, le SS. Messe domenicali venivano celebrate una sola volta alle 7 del mattino in un orario, cioè, in cui molti lavoratori si concedono (giustamente) un sonno più lungo. Allora, da vera cattolica  “bambina”, ringraziai il Signore perché nella Basilica di S. Giovanni in Laterano – cattedrale di Roma, la mia città – le SS. Messe domenicali si susseguono regolarmente ogni ora.

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