Perché non possiamo dirci non omofobi – di Patrizia Fermani

l’invenzione dell’omofobia è stata la carta decisiva giocata dall’omosessualismo internazionale sul mercato delle idee, e diventata il perno di una poderosa operazione strategica di cui possiamo riassumere in breve le tappe.

di Patrizia Fermani

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zzimbrglÈ invalso l’uso per cui anche chi affronta in modo fortemente critico la questione delle unioni omossessuali, del disegno di legge Scalfarotto, o più in genere scende in campo contro la campagna omosessualista che ci investe tanto da vicino, si sente in dovere di premettere al proprio discorso, di non essere omofobo. Questo vale sia nel caso che si parli in pubblico, magari in un convegno in difesa della famiglia, sia che ci si esprima in privato in una conversazione fra amici.

Ciò sta a dimostrare che tutta una poderosa opera di manipolazione delle idee attraverso il linguaggio, ha raggiunto i propri obiettivi. Infatti nelle intenzioni di chi fa quella premessa, c’è il più delle volte la ingenua preoccupazione di non apparire intollerante, di mostrarsi rispettoso della sfera privata altrui e comprensivo per le altrui debolezze, e anche  di sottrarsi così preventivamente ad una accusa che risulterebbe imbarazzante se non infamante. Ma quella formula precauzionale, diventata quasi obbligatoria, è tutt’altro che innocua, perché porta già da sé molta acqua al mulino dell’avversario.

E questo perchè proprio l’invenzione dell’omofobia è stata la carta decisiva giocata dall’omosessualismo internazionale sul mercato delle idee, e diventata il perno di una poderosa operazione strategica di cui possiamo riassumere in breve le tappe.

Nel secondo dopoguerra i movimenti omosessualisti si trovano nella condizione ideale per poter sfruttare l’onda emozionale seguita allo sterminio che ha accomunato la sorte degli omosessuali e di altre minoranze a quella degli ebrei. Essi intravedono la possibilità di passare dalla tolleranza ormai generalizzata verso il fenomeno omosessuale ad una posizione di privilegio.  Di acquisire prima una rilevanza sociale positiva, e un’autorità culturale capace di intaccare il sentire comune, e la comune lettura delle leggi della natura, per poi arrivare ad una serie di veri e propri riconoscimenti giuridici nella forma di quelli che saranno chiamati “diritti civili”. Non a caso oggi si parla comunemente di “diritti degli omosessuali” con una forzatura ante litteram, come se fosse ormai pacifico che una determinata inclinazione sessuale possa ragionevolmente fondare la pretesa di una tutela giuridica particolare.

Ora non ci si deve accontentare più delle norme che regolando la civile convivenza e proteggono chiunque, indipendentemente anche dalle inclinazioni sessuali, sia nella sfera privata che in quella pubblica. Non basta che siano punite le aggressioni fisiche, le offese all’onore, nei confronti di chiunque siano commesse, non è sufficiente che il legislatore ordinario debba essere guidato da norme come quella dell’art.3 della Costituzione ecc. 1° e 2° comma. Si deve puntare alla creazione di una specie particolarmente protetta come avviene per categorie particolarmente deboli (minori, disabili) o per soggetti portatori di valori di particolare rilievo morale e sociale o istituzionale ( ministri del culto, presidente della Repubblica, assemblee legislative).

Si trattava dunque di un disegno ambizioso che il nichilismo diffuso, l’allentamento del senso religioso per cui si sostituiscono ai comandamenti i diritti, la pretesa illuministica di fare dei desideri le nuove leggi della natura, la potenza mediatica messa in campo dai potenti sponsor interessati ai piani di contenimento demografico, renderanno in pochi anni culturalmente plausibile e praticamente realizzabile.

Anzitutto occorre assicurare al fenomeno omosessuale un rilievo sociale e culturale tale per cui il rispetto richiesto diventa anche obbligo morale. Si può utilizzare per questo la lotta al razzismo antisemita succeduta all’esperienza nazista. Si deve presupporre da un lato uno stato di minorata difesa dovuta ad un diffuso atteggiamento persecutorio, e dall’altro si deve valorizzare il fenomeno strappandolo dall’alveo della anormalità in cui è comunemente relegato dal sentire comune. Si deve procedere anzitutto alla sua normalizzazione.

Il primo passo sarà quello della normalizzazione psichiatrica dell’omosessualità che viene tentata in America, imponendo manu militari all’Apa ( associazione degli psichiatri americani) la cancellazione della omosessualità dall’elenco dei disturbi della personalità scientificamente studiati.

 Tuttavia per vincere ogni resistenza sulla via di questa conquista, occorre cambiare il modo di pensare della gente che, indipendentemente dalle catalogazioni cliniche, è portata naturalmente a considerare in ogni caso l’omosessualità come un disordine, secondo la definizione data oculatamente al fenomeno da un famoso documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, che l’attuale magistero ignora ormai platealmente. Bisogna forzare i meccanismi naturali per cui le idee nascono in primo luogo dalla realtà delle cose e fare in modo che le cose non siano viste come sono ma come si può dare ad intendere che siano. ci si deve impossessare della coscienza per impossessarsi dell’uomo… Questa è la forma più radicale di violenza contro l’uomo ed è infatti quella messa in atto dai regimi totalitari per vincere ogni resistenza laddove non possa arrivare il puro timore fisico, perché la coazione morale risulta sempre efficace.

Del resto gli stessi psicologi che si trovavano ad affrontare il tema rilevavano che il terrore di essere considerato omosessuale domina la mente dei maschi “normali eterosessuali” e in un libro del 1971 ( la società e l’omosessuale sano), Weinberg dà a questo sentimento il nome di “omofobia”. Termine che nasce neutro perché descrive semplicemente un sentimento naturale, e istintivo.. Ma che farà fortuna quando sarà caricato di un significato fortemente moralistico e verrà ad incapsulare una sorta di anatema senza scampo.

Dunque si deve modificare un sentire comune che attinge al profondo (e che è comunque contenuto nella cultura occidentale da un atteggiamento di comune tolleranza) per mezzo della persuasione occulta, da un lato, e con la pressione psicologica dall’altro. Entrambe le vie vengono percorse. Dapprima si deve inoculare la idea che l’omosessualità sia una realtà positiva. Poi si agirà attraverso la criminalizzazione di atteggiamenti capaci di ostacolare sul piano sociale la conquista dei “diritti”, cioè di una tutela giuridica privilegiata.

Per persuadere che l’omosessualità non è un disvalore ci si serve anzitutto della retorica della diversità come valore. Il diverso è un valore e quindi non giustifica un trattamento deteriore (onnipresente elogio della diversità a braccetto con la retorica dell’antirazzismo). Mentre per fondare la pretesa di equiparazione giuridica a certi fini si ricorre al presupposto dell’omosessualità come variante della sessualità e alla pretesa che venga applicato il principio della parità di trattamento che pure la contraddice. Ma della contraddizione non ci si cura e possono essere giocate sia la carta della diversità sia quella della naturalità a seconda delle circostanze. Ne risulta un duplice vantaggio ai fini di una “corretta” formazione degli atteggiamenti mentali: sul piano educativo può essere spesa la prima, e ci impegna ad educare alla diversità, e più recentemente alla affettività come ciò che santifica e quindi assolve qualunque pulsione. Sul piano giuridico invece, verrà farà valere l’ uguaglianza per ottenere la famosa estensione dei diritti. Così si utilizzano indifferentemente criteri opposti ma funzionali per un unico fine.

Intanto al martellamento mediatico quotidiano, col quale l’omosessualità diventa realtà familiare socialmente normalizzata, continua ad accompagnarsi paradossalmente il mito che rappresenta gli omosessuali come una minoranza oppressa, spendibile facilmente nella diffusa cultura nel piagnisteo, quella per cui la vittima virtuale viene a beneficiare di una compassione di popolo altrettanto virtuale e solo la vittima creata mediaticamente merita la compassione mediaticamente sollecitata.

Ma, come si diceva sopra, propaganda e vittimismo non bastano ancora a vincere le resistenze più forti, quelle che impediscono ancora ogni assurda parificazione e sbarrano la strada al diritto di famiglia e alla estensione del concetto di stesso di famiglia. Oltre ad indurre atteggiamenti benevoli verso l’omosessualità, occorre reprimere quelli ostili. Laddove non è riuscita la persuasione bisogna ricorrere alla repressione, attraverso la sanzione morale verso ciò che suona come politicamente scorretto, ma anche con la sanzione penale.

Ecco dunque che la ”omofobia” entra trionfalmente nelle risoluzioni dell’Unione Europea a partire dal 2006 e diventa il leitmotiv per la ossessiva condanna di un atteggiamento interiore di ostilità verso il fenomeno omosessuale, che non ci deve essere, in quanto per definizione eticamente riprovevole e politicamente scorretto. Un atteggiamento che deve essere represso con la minaccia della sanzione.

La persecuzione della “’omofobia” in quanto atteggiamento interiore che deve essere combattuto e punito, in società in cui il fenomeno omosessuale non è oggetto né di repressione né causa di discriminazione come si vorrebbe dare ad intendere, rappresenta il punto di non ritorno di una involuzione giuridica e politica che soltanto i regimi totalitari del novecento hanno conosciuto. Infatti ricalca quella persecuzione delle idee, presupposte o solo sospettate, che ha rappresentato la faccia più oscura, barbarica e bestiale delle dittature totalitarie e il rinnegamento di una intera civiltà giuridica. Di questa barbarie culturale e giuridica, sotto il cielo luminoso della c.d. democrazia, da noi si è fatto portatore soddisfatto lo Scalfarotto che vi ha imbastito su il proprio ideale di legge penale. Secondo gli auspici di codesto aspirante legislatore, che sulla traccia inquietante quanto vacua, rozza e arbitraria dei surreali e insidiosi documenti europei (che meriterebbero per questo una analisi ad hoc) debbono essere puniti pensieri e sentimenti in quanto abbiano un certo contenuto. Come individuarli ? Nelle parole e negli scritti in cui si manifestano. Ma anche nelle scelte personali : quella di un insegnante per i propri figli, di una baby sitter, di un barbiere o di uno slogan pubblicitario. Omofobia è tutto ciò che fa affiorare direttamente o indirettamente un certo sentimento, una certa idea della natura, della famiglia e della società, non omofilicamente ispirato, che facciano emergere il c.d. odio omofobico..

Un reato di tal fatta (che nel disegno di legge può essere realizzato secondo tre modalità diverse), travolge una intera cultura giuridica fondata sul principio per cui possono essere puniti solo i fatti e non i pensieri. Segnerebbe la fine di ogni garanzia di libertà e di difesa dall’arbitrio del potere. E imporrebbe per legge la omosessualità come valore, capace di schiacciare valori veri e libertà garantite dall’ordinamento.

Dirsi non omofobi significa dunque accettare il presupposto di valore che sorregge la legge in particolare e tutto un movimento liberticida alimentato dai potentati internazionali. Significa accettare che venga punito il proprio modo di pensare, che venga conculcata la propria libertà e quindi accettare di essere privato dalla possibilità di opporre qualunque difesa contro la imposizione mediatica, culturale, educativa e legislativa di un modello che confligge con la ragione e con la natura.  Oggi le guerre più subdole, perché non percepite come tali, vengono scatenate attraverso l’uso delle parole, micidiali armi improprie con le quali gli avversari vengono neutralizzati facilmente perché disarmati anche delle proprie idee.   

Se ci dichiariamo non omofobi non facciamo affatto quella affermazione da gente ragionevole, aperta e responsabile che pensiamo di fare, perché accarezziamo con un po’ di sufficienza anche l’idea di togliere agli avversari reali e potenziali la possibilità di accusarci di intolleranza. Con quella premessa facciamo nostro il presupposto per cui il fenomeno omosessuale rappresenta un valore che possa venire imposto socialmente, un modello educativo modellato sugli schemi dell’omoerotismo, e tollerata ogni forma di propaganda diretta ad imporlo senza scampo.  Perché quella parola fatidica è un manifesto e un programma, e farla propria significa semplicemente riconoscere come plausibile quel manifesto e quel programma.

Un po’ troppo per chiunque si affanni a presentarsi paladino di principi, etici, culturali e giuridici che dalla applicazione di quel criterio sono destinati ad andare platealmente distrutti.

Ma alla fine tutto l’ovvio di cui siamo costretti ad occuparci, tutti i falsi miti, i falsi problemi che pure ci interpellano, rendono ancora più tragici gli eventi fatali che la dissoluzione di una società, della sua politica e della sua Chiesa, sembrano avere favorito e spesso preparato inesorabilmente. Di fronte ad un nemico esterno che ora  ci minaccia da vicino, orribile e spietato, possiamo solo esibire il vuoto delle idee, la fuga dalla realtà e la perdita di Dio.

7 commenti su “Perché non possiamo dirci non omofobi – di Patrizia Fermani”

  1. Pienamente d’accordo con questa lucida analisi.
    Spero saremo sempre di più a gridare dai tetti che “l’erba è sempre verde”, per amore della Verità, dei nostri figli e nipoti.
    Una sentinella in piedi.

  2. “Se ci dichiariamo non omofobi…. … e quel programma.”
    “Ma alla fine…. ….e la perdita di Dio.”

    Esatta, profonda e quindi veramente paurosa analisi!
    Che il Signore venga presto in nostro aiuto!!!!

  3. sempre puntuale Patrizia. le sue considerazioni sono imprescindibili. non ci si può illudere di contrastare le strategie maligne se non si ha chiaro la tattica di imposizione graduale degli anti-principi. sarebbe anche utile un parere sulle consorterie che si stanno alacremente dedicando all’opera di disgregazione e sul perché perseguano tali nefasti obiettivi.

  4. Certamente, tutto vero! Però ancora 50 anni di questa decadenza (a dir poco) e poi, come dice Piero Vassallo nel suo ottimo intervento, il problema non esisterà più, risolto alla radice dall’Islam trionfante!

  5. Ormai, cara Patrizia, al grido di: “Si nun so’ froci n’ ci i volemo” non c’è un programma televisivo, un film, un dibattito culturale, un seminario ecc. in cui non sia presente almeno un gaio a dir la sua.
    Quando ero ragazzino girava una battuta: “Non preoccupati Giangi, quando saremo il 51%, saranno loro i diversi”.
    Ci siamo, quasi

  6. Carissima Patrizia, così non va!!!
    E sei in cattivissima compagnia: San Paolo, Santa Caterina da Siena, Sant’Agostino, San Tommaso, San Bonaventura….e queste sono solo le pedine, bisognerebbe avere il coraggio di “salire più in alto”!!! (Magari leggendo la Bibbia, li il linguaggio è più chiaro)
    Scalfarotto incriminerà Dio Onnipotente?
    Grazie carissima, continua a combattere! Non sei da sola!
    Bruno

  7. giorgio rapanelli

    Comprendo che questa guerra non potranno vincerla i cattolici (diversi politici cattolici hanno firmato la proposta di legge Scalfarotto), divisi al loro interno, se non si alleeranno con i cristiani ortodossi e i musulmani. Ma occorrerà pagare lo scotto. E’ la Tenebra della materia che sta avanzando sui terreni della Luce dello Spirito. Le tenebre alla fine non vinceranno, ma a quale costo? Con Pio XII i cattolici genuflessi all’omofobia e al Gender sarebbero stati scomunicati, come erano stati scomunicati i comunisti e chi votava per i comunisti. Che farà papa Francesco? Continuerà a non giudicare? A tergiversare? A fare il gesuita diplomatico? A mettersi dalla parte della condanna dell’omofobia? Avremo uno schieramento di vescovi fedeli a Cristo e al suo Vangelo? Riusciremo a organizzare uno schieramento della Via della Mano Destra con i fedeli a Cristo, da opporre al quello della Mano Sinistra, ormai condannato alla perdizione eterna?

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