Riflessioni sull’esperienza religiosa in Pierangelo Sequeri – di Cesaremaria Glori

Vo riflettendo in questi ultimi tempi sulla tesi apparentemente innovativa  del teologo Pierangelo Sequeri con la quale si implica una percezione a livello della coscienza della presenza viva del Cristo e, di conseguenza, che si abbia un’esperienza religiosa di natura ancora sconosciuta ma certamente assimilabile ad un quid quasi sensoriale della divinità in noi.

di Cesaremaria Glori

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zzzzsequeriCredo di poter affermare che  un assunto del genere mi pare azzardato per diversi motivi che vorrei ora analizzare.

Primo: di qual natura è questa percezione a livello più o meno inconscio? Sensitiva? Potrebbe anche essere, ma in tal caso non riguarderebbe più la Divinità, perché intervenendo la sensibilità deve presupporsi un incontro con qualcosa o qualcuno che colpisca i nostri sensi. Potrebbe però essere il Cristo nella sostanza del pane transustanziato. In tal caso la sensazione viene preceduta dall’introduzione nel nostro corpo di un elemento sicuramente fisico come è il pane o la particola consacrata. Tuttavia l’ingestione di questo pane non è sufficiente, di per sé, a far nascere in noi un’ esperienza religiosa quale è un incontro di tipo personale fra noi e la Divinità. Essa presuppone una conoscenza a livello dell’intelletto di ciò che quel pane significa. Soltanto da questa precedente conoscenza può venire quella sensazione, sempre ammesso che di sensazione si tratti e non di autoconvinzione di natura intellettiva e razionale, ove il sentimento agisce in subordine all’intelletto. Nella coscienza la percezione del dato non avviene mai per effetto sensoriale ma per un intervento dell’intelletto seppur stimolato da un fatto o evento in cui il sentimento abbia reagito con immediatezza.

Secondo: non è, a mio giudizio,  sufficiente addentrarsi in un simile mondo interiore, quale è la psiche umana, senza avere le necessarie conoscenze fisiche o fisiatriche di ciò che è la coscienza e come essa si formi e come reagisca agli impulsi sia interni che esteriori.  Manca poi un linguaggio appropriato che potrà essere costruito soltanto dopo avere intravisto il funzionamento di questo misconosciuto mondo interiore dell’ essere umano. Siamo soltanto agli inizi di questo percorso all’interno del nostro cervello e della nostra psiche, dei quali conosciamo, ai nostri giorni, forse meno dell’1%.

Terzo: per approfondire la conoscenza di questa tematica religiosa ci si poteva avvalere delle esperienze mistiche ma esse sono state trascurate dalla scienza in quanto non confacenti ad essa, essendo esse estranee per loro natura ad uno studio scientifico, salvo poi a dedicare studi su studi alla parapsicologia, il cui confine con le manifestazioni di natura mistica è estremamente labile. Lo studio delle une potrebbe, invero, aiutare quello delle altre.

Quarto: nei confronti delle esperienze mistiche si è sbarrata la strada ad ogni approfondimento  sulla base di un pregiudizio ideologico assurdo e contraddittorio, giacché se si verificano e sempre con crescente frequenza quanto e, forse, di più di quelle di natura parapsicologica, è segno che esse appartengono alla natura umana e meritano di essere studiate con lo stesso interesse e con la stessa curiosità scientifica delle altre. Qualcuno nella cerchia dei Sindonologi, ad esempio, aveva espresso il parere, che era anche una speranza, di porre le basi di una Scienza della Mistica che, lungi dall’apparire un controsenso o un ossimoro è, invece, una necessità inderogabile per studiare la natura umana e la sua psiche. Necessità, senza alcun dubbio, perché il fenomeno religioso non è una sovrastruttura come vuole una superficiale e ideologica presa di posizione che può essere compresa come slogan politico ma non come una manifestazione di pensiero scientifico. Tutto ciò che avviene a livello umano fa parte della realtà sensoriale e intellettiva e trascurare una pur minima parte di questa realtà è antiscientifico e penalizzante ai fini di una compiuta conoscenza dell’essere umano nel suo complesso, sia come individui che come umanità intera.

Ciò detto cercherò di comprendere meglio per me stesso e  attraverso il confronto di future  riflessioni bilaterali o plurilaterali con interlocutori diversi per esperienza e orientamento la reale portata dell’assunto di Sequeri e come esso posa porsi all’interno della teologia cattolica, ovvero, in senso più lato e omnicomprensivo della teologia senza aggettivi. E veniamo al dunque.

Per prima cosa la tesi di Sequeri non mi appare nuova. Se non vado errato, mutatis mutandis, è la stessa tesi di  George Tyrell il quale identificava la rivelazione  con l’esperienza  vitale (religious experience) che si compie a livello della coscienza , per cui è la lex orandi a dettare le norme della lex credendi e non viceversa. La rivelazione- esperienza non potrebbe venire dall’esterno di noi stessi e l’insegnamento, che presuppone un intervento dell’intelletto per essere recepito, potrebbe essere solo l’occasione e non la causa dell’esperienza. Come dire che la divinità è già dentro di noi e che basta porsi in ascolto per accorgersi di essa.

Quanto ha influito Freud e la sua scuola su una simile ipotesi? Qui non siamo più in presenza di una teologia bensì di una antropologia filosofica ove tutto resta incluso nella psiche umana e dove l’elemento religioso diventa  oggetto di approfondimento, cioè di un quid che è già insito nella natura umana e che non viene dall’esterno dell’Io .

Un altro aggancio di questa tesi di Sequeri lo troviamo in un Discorso di Romolo Murri[1]: “ Il Cristo vivente”: leggiamo che cosa diceva Murri.

Questa fede in Gesù converrà pure che essa abbia le sue radici in una realtà profonda, misteriosa, infinita. Gesù vivente e presente nelle anime è appunto questo contatto con la realtà spirituale ed eterna. Noi possediamo Cristo nell’anima. Gesù Cristo ci può essere rapito e strappato così come può esserci strappato questo essere spirituale, questa nostra coscienza medesima. Queste profonde ed evidenti realtà spirituali che costituiscono la fede viva ed operosa  nel Cristo possono essere da noi  invocate come punto di partenza per la ricerca del Dio nascosto. Coloro che non sentono questo Dio nascosto, che si fanno estranei alla ignorata anima loro, quelli sono i nemici del Cristianesimo e del Cristo; ma essi pagano a troppo caro prezzo la possibilità di ribellarsi e di sottrarsi al Cristo ed all’annunzio della sua risurrezione.

 Murri sosteneva che coloro che non sentono questo Dio nascosto si fanno estranei all’anima loro e che diventano nemici del Cristianesimo? Di quale Cristianesimo?  E quale era il prezzo da pagare per questa insensibilità?  Non lo disse chiaramente ma era intuibile. E quale poteva essere, allora, quel Cristianesimo se non quello che oltre che col sentimento rispondeva con la ragione, perché per seguire il Cristo della fede non basta l’approccio sentimentale ma occorre  la conferma dell’intelletto e della volontà, cioè l’apporto spontaneo e deciso della propria libertà? E quale era il Cristianesimo cui si andavano a contrapporre e quindi a dividersi coloro che continuavano a credere che la percezione del Divino non può esimersi dall’accettazione dell’intelletto? Forse era quel Cristianesimo che andava incontro al mondo nel tentativo di sposarne i lati buoni (che invero non mancavano nemmeno nel mondo pagano coevo di Gesù Cristo) e che ha finito per condividere i tanti e spericolati scivoloni verso le derive della modernità occidentale?  Degno di particolare attenzione nel brano di Murri è poi quell’aggettivo “ infinita” dato alla profonda realtà in cui sono le radici della fede in Gesù. Sembra accennare ad una immanenza di questa presenza, immanenza poi avvalorata dal successivo aggettivo “eterna” dato a quella stessa realtà. Realtà nella quale è compreso il Gesù vivente e presente, un Gesù che è parte di questa realtà e non essenza costitutiva di essa, una realtà immanente in cui anche il Cristo sembra venire a far parte. Una realtà che è eterna, infinita e di cui anche l’anima dell’uomo è parte. Potrei errare ma il pensiero di Murri ,seppur ermetico nel suo dispiegamento, appare molto simile alla percezione interna da parte della coscienza del Cristo vivente di Sequeri.

A questo punto ci si deve chiedere se Sequeri sia sulla stessa lunghezza d’onda di Romolo Murri e di Tyrell e di tanti altri, compreso il Rahner inserito nella G. S.(G.S. 22) laddove si afferma che “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo”, ma, soprattutto ci si deve chiedere se questa capacità di esperienza sia innata in noi o se essa  è stata resa possibile soltanto dopo l’Incarnazione del figlio di Dio. In quest’ultimo caso, cioè che essa si sia resa possibile soltanto dopo l’Incarnazione del Figlio di Dio, ci si dovrebbe chiedere se era ancor necessario il sacrificio della Croce dal momento che Dio si era già unito a noi con la Sua sola Incarnazione? Ma come distruggere l’uomo vecchio senza il sacrificio del Cristo? Solo la morte poteva distruggere l’uomo vecchio nella persona del Cristo, perché con la sola incarnazione del figlio di Dio poteva essere rimessa la colpa originale ma la natura dell’uomo continuava a sussistere e ad essere fomite di peccato se non veniva demolita con la morte dell’Uomo Dio. La morte dell’Uomo Dio è la vera redenzione dell’Uomo non la sola Incarnazione. L’una è strumentale all’altra e sono indivisibili. La sola incarnazione sarebbe equivalsa ad una sanatoria della colpa originale la cui eredità però restava insita nella natura umana, come lo è ancora di fatto. Il sacrificio rendeva estinta la colpa ma non la conseguenza nella natura umana che deve perire e rinascere grazie al sacrificio del Cristo con la resurrezione finale. Soltanto allora per ciascun uomo ci sarà la completa redenzione recuperando la originale natura che era del primo uomo. Un evento non può essere cancellato se non da un altro evento di segno contrario. L’incarnazione era il modo necessario per poter redimere l’Uomo ma essa aveva un valore strumentale rispetto al sacrificio che rappresentò lo scopo finale dell’incarnazione stessa. Incarnandosi Dio volle recuperare quel che l’Uomo aveva irrimediabilmente rovinato ma per potere realizzare questo recupero doveva far morire definitivamente l’uomo vecchio in Sé stesso Uomo Dio e resuscitarlo con una natura riportata allo stato originario.

Tornando al problema iniziale e cioè se sia possibile un approccio esperienziale tra l’Uomo e il Cristo della fede a livello della più intima coscienza, grazie ad una trascendentale facoltà della nostra anima di relazionarsi con la Divinità per sua disposizione originaria in quanto questa facoltà sarebbe insita nella nostra natura, debbo concludere che si tratta più di un desiderio, di una illusione, di una autorappresentazione di una realtà virtuale che non è assolutamente possibile di verifica. Assomiglia più ad una autoesaltazione di tipo gnostico o addirittura di tipo iniziatico ed esoterico che non ha nulla a che vedere con l’esperienza mistica nella quale il soggetto resta passivo e l’iniziativa , il soggetto agente, è soltanto la Divinità che attira a Sé l’anima della Sua creatura.

Forse dipenderà dalla mia natura terragna e, chissà finanche malvagia, ma io non riesco a sentire dentro di me questa presenza di Dio se non nei momenti di particolare raccoglimento, quando dopo aver meditato  a lungo sulla Passione di N. Signore, sui Cristiani che si fanno ammazzare come bestie da scannare pur di non rinnegare la loro fede; sugli esempi di una Madre Teresa di Calcutta che si fa serva degli infimi di questo mondo accarezzando le loro putride piaghe; sulle miserie che vediamo in giro per i guasti prodotti da questa società scristianizzata che ha perduto non soltanto la fede ma anche la propria dignità umana; quando vedo i giovani che non hanno più ideali e sono traviati dalla sensualità dilagante e vivono paghi del loro domani, senza la speranza in un qualcosa per cui valga veramente la pena di vivere. Ecco, allora mi sento di poter urlare che Dio s’è fatto sì carne come noi ma che non possiamo cullarci nella colpevole sicumera che a tutto ha già pensato Lui e che basta creder nella Sua misericordia per avere il perdono di ogni peccato. Se resto inerte e mi lascio trasportare dalla vita e non mi pongo alla sequela di Cristo imitandolo, sarà vana la Sua misericordia, perché la remissione dei miei debiti vale soltanto se anch’ io rimetto il debito altrui. E questo debito può essere la moglie cui promisi fedeltà perenne e non ho mantenuto la promessa; possono essere i figli ai quali ho mancato di dare un’ educazione di qualità almeno pari alla cura che ebbi per il loro benessere fisico; Figli per i quali sacrificare il proprio tempo libero e soffrire con essi per sorreggerli nella crescita morale che richiede la presenza costante, prudente e discreta del genitore, giacché amare significa educare ed educare equivale a con -patire  con il figlio nella prova  che la vita impone, magari andando controcorrente e sentirsi il rimprovero astioso del figlio stesso che rivendica la sua pericolosa perché immatura autonomia. Per vivere in modo veramente e sostanzialmente cristiano non si può non andare controcorrente al giorno d’oggi.

Se il nostro mondo occidentale s’è scristianizzato non è avvenuto per caso. Vuol dire che si è aperto il recinto e si è lasciato che il gregge andasse disperso e quel recinto non fu aperto per condurre le pecore a raccogliere i greggi erranti ma per inseguirli sui loro falsi itinerari nella convinzione che la compagnia equivalesse a recupero. Lontano dall’ovile ci si è persi tutti e sarebbe già tanto ritrovar la bussola per tornare alla base, laddove i Vangeli sono ancora aperti lasciando che il vento  sfogli pagina per pagina le parole immutabili ed eterne del Cristo Redentore dell’Uomo. Nei Vangeli non c’è traccia di quelle  dottrine che hanno impoverito il Cristianesimo ponendolo alla pari delle altre fedi religiose, trasformandolo in un equipollente strumento per la salvezza eterna. Il Cristianesimo non è un medicinale di marca con pari efficacia delle altre fedi generiche che dicono di condurre l’Uomo alla felicità eterna.  Se veramente tutte le fedi conducono al Dio unico allora è veramente una sciocchezza il proselitismo e sarebbe meglio che ognuno si goda la sua fede, sicuro com’è del premio eterno elargito per tutti col solo obbligo di essere un buon cittadino, di pagare le tasse e di rispettare l’ambiente e coloro che lo governano.

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[1] R. Murri, Il Cristo vivente,p.96 Neri-Pozza editore- Roma 1996

10 commenti su “Riflessioni sull’esperienza religiosa in Pierangelo Sequeri – di Cesaremaria Glori”

  1. Riguardo l’ultima parte dell’articolo, le parti si sono invertite: che fine farà il gregge guidato dal “pastore errante”? Paradossalmente la pecorella “smarrita” è l’unica rimasta ostinatamente nell’ovile…

  2. Certamente molti elementi gnostici, iniziatici, esoterici sono entrati nel cattolicesimo e molti sacerdoti, a tutti i livelli, ne sono permeati, senza dimenticare l’elemento massonico. Ho letto e di tanto in tanto rileggo di Emanuele Samek Lodovici, Metamorfosi della gnosi, Ares, Milano,1991.Inoltre nelle prime pagine, le note a piè di pagina hanno molti utili rimandi.
    Mi stupisco sempre anch’io come la mistica sia così poco conosciuta anche da molti consacrati maschi e femmine. Probabilmente perchè, la mistica rimette l’iniziativa a Dio, Uno e Trino, mentre tutto il resto offre tecniche fai da te. Grazie di cuore, questo campo va esplorato seriamente perchè tanti vi son rimasti intrappolati e sono sotto incantesimo.

  3. “Come dire che la divinità è già dentro di noi e che basta porsi in ascolto per accorgersi di essa”.
    Attenzione a queste tesi, poiché se non correttamente interpretate,
    A) portano inevitabilmente all’esclusione della Chiesa quale Corpo mistico di Gesù, e quindi alla sua inutilità nella mediazione tra uomo e Dio;
    B) i Sacramenti stessi (in particolare la SS.ma Eucarestia, e la Santa Confessione) diventano superflui, in quanto i. non serve che Cristo si manifesti nelle sacre Specie eucaristiche se è già presente in me, e ii. non vi alcuna necessità di riconciliarmi con Dio, se esso è dentro di me.
    Ovviamente, può darsi che abbia preso una colossale cantonata; ecco perchè sottopongo le mie considerazioni a tutti voi. Grazie.

    1. La “divinità” (termine già devastante) NON è “dentro di noi”.
      Questa è la famosa, ma direi famigerata, impostazione gnostica/neoplatonica: “Guardati dentro, vedrai i bagliori della Scintilla Divina che è la tua anima”. O, secondo il grido dei Testimoni di Geova: “Svegliatevi ! “.
      Impostazione emanazionistica, inconciliabile con la realtà della Creazione.

      NON siamo “frammenti del Divino”, più o meno incarcerati: siamo creature di Dio (Tripersonale)

      1. Perdonami Raffaele, è evidente che io mi sia espresso male. Non ho alcun dubbio che “la divinità dentro di noi” sia una nozione che appartiene al peggior repertorio gnostico, di cui non so che farmene. Però: una volta superato il disgusto verso queste carabattole diaboliche, mi preoccupo. Se è vero quello che ho tentato di descrivere (e cioè che queste tesi comportano quegli effetti nefasti verso il Corpo mistico di Gesù), come è possibile che siano propagandate da quel clero che dovrebbe invece combatterle senza tregua? Caro Raffaele, qui non è più il “fumo di Satana” che è entrato nella Chiesa; ormai sembra che il sacerdozio non abbia più nemmeno l’olfatto per distinguere tra il fumo predetto e l’incenso di Cristo, e quindi si confonde, spacciando il primo per il secondo. Ed il logico corollario è peggiore: non solo stanno intossicando il gregge, ma distruggendo la Chiesa, svilendo i Sacramenti, distruggono se stessi. La più orrenda apostasia autolesionista.

  4. “I primi protestanti rigettarono l’autorità infallibile della Chiesa nel proporre la Rivelazione, e vi sostituirono in ciascun fedele l’ispirazione privata […] I modernisti, col loro agnosticismo e immanentismo, sono indotti a negare il valore delle prove della Rivelazione e a confondere la fede con l’esperienza religiosa, che si trova in tutte le religioni. Il cattolicesimo per essi si riduce soltanto a una forma più elevata dell’evoluzione naturale del sentimento religioso” (Enciclopedia Cattolica, vol V, col. 1077-1078).

  5. “Alcune sette protestanti (ad es. quaccheri, pentecostali) ammettono una viva esperienza psicologica della Grazia; anche gli immanentisti parlano di una esperienza del divino. La dottrina cattolica rigetta generalmente tali opinioni, in quanto compromettono la trascendenza soprannaturale del dono divino; ma riconosce le ESPERIENZE STRAORDINARIE dei grandi convertiti e dei mistici, che sono elevati fino a un ineffabile contatto spirituale con Dio, che opera in loro” (Enciclopedia Cattolica, vol. VI, col. 1020).

  6. Riccardo Paniz

    Così come A. N. Whitehead disse che la storia della filosofia occidentale “non è che una serie di note a piè di pagina al testo di Platone” così con non poche ragioni possiamo dire che la teologia del secolo scorso, massime quella postconciliare, è un’ininterrotta glossa alla filosofia ed antropologia religiose di K. Rahner. Anche quella di mons. Sequeri stanti gli interrogativi che suscita al dott. Glori?Ché non la si chiami teologia quella del gesuita tedesco, essendo piuttosto una riflessione che non parte dai dogmi ma dall’uomo, che non procede alla formulazione di ipotesi interpretative dei dogmi sub magisteri ducta, ma privilegia la compagnia di Descartes, di Kant, di Hegel, di Heidegger, dell’esistenzialismo e della fenomenologia, per insegnare “nove nova”.
    Da quanto ci riferisce il dott. Glori (questo è quanto personalmente ricavo leggendo la sua riflessione) il pensiero di mons. Sequeri è incistato dalla cristologia trascendentale di Rahner, per la quale…(continua)

    1. Riccardo Paniz

      (continuo)…“Cristo da mistero di fede diventa una entità metafisica, un trascendentale, un contenuto apriorico della coscienza trascendentale atematica, un’esigenza strutturale e fisiologica, non liberamente scelta, di ultima pienezza umana,…” (p. Cavalcoli, K. Rahner, Il Concilio tradito, Fede & Cultura, pag. 185). Una volta inciso questo mefitico bubbone cristologico, ecco apparire il “bon-bon” buonista dei “cristiani anonimi”, distribuito con misericordia somma ad ogni angolo di Ecumenopoli, ravvolto secondo i dettami del packaging postmoderno che ci angustia coi poliaccoppiati, nella stagnola rilucente dell’ontologismo e nella variopinta plastichetta del panteismo. Del resto che pretendere da una teologia che è divenuta ideologia, marketing, propaganda,…

  7. Si potrebbe insistere sulla differenza ontologica tra Monoteismo Assoluto e Monoteismo Trinitario, che forse aiuterebbe a chiarire l’unicità salvifica della Dottrina Cattolica e del Vetus Ordo. In breve: il Tao orientale, o infinito assoluto, il Non Manifestato di Guenoniana memoria, comprende il Non Essere. È lo stato precreativo, indifferente, puntuale, potenziale, indeterminato. Pregare quel dio significa includere nell’evocazione la Nientificazione (leggi Disgregazione). Il Nirvana dei buddisti è il rientro dell’anima umana a quella dimensione che la creatura non può sostenere: è annichilazione. La preghiera islamica è diretta a quella stessa profondità assoluta e senza amore, che può dare indifferentemente vita o morte. Il taoismo, origine di queste ontologie, prevede la terminazione, eschaton spirituale. La salvezza nella Comunione dei Santi con Cristo è l’unica possibilità di continuazione della creatura amata dal Creatore, il Dio Trinitario, che s’è “esteso” fino a noi. Extra Ecclesia…

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