Il ruolo della donna nel Creato  –  di Carla D’Agostino Ungaretti

Se prestiamo fede a ciò che vediamo, sentiamo e leggiamo ogni giorno, dobbiamo concludere che i rapporti tra i due sessi stanno diventando sempre più difficili, tanto da presentare spesso l’uomo e la donna come “l’un contro l’altro armati” e soprattutto (cosa molto peggiore) quando sono marito e moglie.Gli esempi, abbastanza tristi e frequenti, vanno da quelli più tragici delle violenze e delle uccisioni, alle separazioni coniugali condotte sul filo dell’odio e della rivendicazione, offrendo così facilmente il fianco a tante nefaste correnti del pensiero moderno, orientate esclusivamente sulla soddisfazione del “desiderio” umano, che vorrebbero addirittura cancellare qualunque legge di natura.

 di Carla D’Agostino Ungaretti

 .

zscrfmglrfflLa più deleteria, a mio giudizio, è quella che pretenderebbe di negare l’esistenza dei due sessi, maschile femminile, per trasformarli in quell’ unico “gender” nel quale ogni essere umano dovrebbe  identificarsi ogni tanto nella sua vita a seconda di come gli detta l’estro o la convenienza. E’ triste tuttavia constatare che, anche in ambito cattolico, ci sia chi ritiene sbagliato avversare questa assurda teoria perché “ritiene determinante il modello interpretativo dell’identità umana e delle relazioni (anche istituzionalizzate) che viene adottato”. Secondo questa opinione, ricorrere al “gender” non vuol dire ritenere insignificante la differenza biologica, ma essere consapevoli che ogni differenza fisiologica e genetica sia di uomini che di donne non può mai essere pensata prescindendo dalla lettura culturale, perché “l’identità si colloca al crocevia tra natura e cultura senza riduzioni indebite al solo dato della differenza biologica”[1].

Perché dovrebbero essere indebite le “riduzioni” a quel dato? Non è a quel “dato” che facciamo riferimento ogni volta che un bambino viene al mondo? Questa sfacciata teoria non fa che negare l’evidenza e, respingendo in secondo piano le differenze anatomiche e fisiologiche esistenti tra l’uomo e la donna, strizza l’occhio al relativismo imperante che, tra le tante sue farneticanti teorie, non aspetta altro che arrivare alla possibilità di cancellare farmacologicamente il normale ciclo femminile per rendere le donne uguali agli uomini e a far procreare questi ultimi, in nome di un’assurda e malintesa parità di diritti

Quell’aberrante corrente antropologica che sta dilagando nel mondo è una filiazione diretta del femminismo duro e puro che dilagò nel XX secolo, ma sembra certo che – per contrastarlo efficacemente, come riconoscono anche le intellettuali cattoliche più intelligenti e più libere dai pregiudizi – sia necessaria una nuova lettura della modernità, che ripensi il ruolo vero della donna e si domandi se non sia realizzabile per essa un’emancipazione che non mortifichi il suo compito più alto che, ci piaccia o no, è e resta quello di madre.

Questi problemi mi coinvolgono molto ed essendo io una cattolica “bambina e parruccona”, mi sono anche domandata se corrispondesse davvero alla volontà di Dio la sottomissione e lo stato di inferiorità cui hanno soggiaciuto le donne nei confronti degli uomini per millenni. Questo interrogativo mi ha indotto a riaprire la Bibbia (lettura sempre affascinante) e i commenti in senso favorevole alla donna che ho trovato nel libro della Genesi relativamente alla creazione dell’Uomo, mi hanno riservato alcune grosse sorprese.

        Anzitutto ho scoperto che gli studi più avanzati hanno operato una sorta di capovolgimento di prospettiva. Si è passati, cioè, dalla visione troppo “androcentrica”, vigente da secoli, a una più moderna visione “antropocentrica” della Sacra Scrittura, unitamente a una lettura di essa meno maschilista e maggiormente aperta alle istanze e alla sensibilità femminili[2].

         Questa nuova impostazione del problema ha avuto il merito, in Italia, di riavvicinare nel dialogo sia le studiose cattoliche che quelle laiche[3] a dimostrazione del fatto che, quando le rivendicazioni femministe non sono finalizzate alla conquista del potere e all’emulazione dell’uomo in quanto tale, ma all’onesta e genuina ricerca e valorizzazione del “genio” femminile, allora anche i laici riconoscono che “la Chiesa Cattolica … è l’ultimo bastione nell’umanità di un’autentica valorizzazione della differenza dei sessi”[4].

      Anche la Chiesa oggi riconosce che per millenni la donna ha occupato, nel suo seno, una posizione subordinata a quella dell’uomo e bisogna anche convenire che in passato la visione androcentrica si è potuta diffondere con tanta facilità grazie a una certa debolezza della concezione classica dell’identità sessuale dell’uomo. Nelle sue linee essenziali questa visione della donna – così come è stata elaborata dai Padri greci e portata alla piena maturazione da Agostino di Ippona e da Tommaso D’Aquino i quali, dopotutto, erano pur sempre uomini del loro tempo – sostiene che l’essere umano fu creato da Dio a sua immagine solo in quanto anima e non in quanto corpo. Di conseguenza, la perfetta uguaglianza tra l’uomo e la donna si realizzerebbe, agli occhi di Dio, solo a livello delle anime mentre, nell’ordine mondano e corporeo, la donna sarebbe inferiore all’uomo in quanto, secondo la tradizione, fucreata dopo di lui.

        Invece, la visione antropocentrica (riferita, cioè, all’intero genere umano o globalmente all’umanità, senza distinzione dei sessi) trova fondamento proprio nel primo capitolo della Genesi, laddove Dio dice: ”Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza…”. Secondo la stupefacente e affascinante interpretazione “antropocentrica”, la corretta traduzione dall’originale ebraico dovrebbe indicare l’umanità in genere, comprensiva di uomini e donne dotati di pari dignità e valore, in quanto fatti ad immagine e somiglianza di Dio. L’originalità del pensiero in questione risiede nel fatto che se il genere umano è in qualche modo simile a Dio, anche Dio è in qualche modo simile al genere umano e ha consentito, perciò, all’uomo e alla donna di dialogare con Lui, così come essi possono fare tra di loro.

          Quindi, è l’umanità tutta intera – composta, cioè, da uomini e donne – ad essere copia o rappresentanza di Dio sulla terra: infatti, se “maschio e femmina li creò” (Gen 1, 27) Dio intese creare una bisessualità, psicofisica e spirituale, autonoma e non intercambiabile, senza possibilità di prevaricazione dell’uno sull’altra. Non essendovi, quindi, differenze ontologiche tra i due, essi – nel loro dialogo con il Dio personale – riconoscono che  la loro sessualità è parte integrante del loro essere “persone”.

          L’ispirazione dell’Autore biblico è impressionante, se pensiamo che egli scriveva alcuni secoli prima della nascita della filosofia greca. Infatti nel mondo ellenico la posizione più d’avanguardia, su questo argomento, era quella di Platone di cui, in tal modo, viene confutato il mito, riportato nel Simposio, dell’uomo e della donna complementari come “due mezze mele”, votate a una complementarietà piena di equivoci. Se ciò fosse vero, sarebbe metafisicamente inconcepibile, dal punto di vista cristiano, il valore della verginità mentre, per la donna, verrebbe assolutizzata la maternità. Invece Dio ha affidato a ciascuna totalità personale creata (imago Dei) il grandioso compito della moltiplicazione della specie umana, dando inizio alla storia del mondo (“siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra…”) (Gen 1, 29). Da questa premessa discende il disposto della Genesi: “perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola” (Gen 2, 24), esaltato da S. Paolo come “mistero grande” (Ef 5, 32) all’origine del Sacramento del Matrimonio.

         Quindi l’Antico Testamento non sancisce alcuna inferiorità della donna rispetto all’uomo; bensì adombra il contrario, perché persino la nota metafora biblica della “terra dove scorre il latte e il miele” richiama i valori tipici di una primordiale cultura femminile, dato che il latte proviene dalle madri e il miele è prodotto dalle femmine delle api. Scoprire il vero ruolo delle donne nella Bibbia significa allora non parlare più di patriarchi di Israele ma di genitori, come indica l’originale ebraico abot, evidenziando il ruolo esercitato dalle matriarche  Sara, Rebecca, Rachele nel piano di Dio e comprendere che “il ministero più alto nella Bibbia ebraica non era il sacerdozio, ma la profezia e, dopo Mosè, essa passa a una donna, Debora, e non a Samuele, né a Elia”[5].   

           E’ interessante notare, a questo punto, come nella tradizione elhoista l’uso del nome di Dio al plurale (Elhoim invece di Elhoah) nonché del verbo alla prima persona plurale (“facciamo l’uomo…”) abbia dato luogo, nel  tempo, a diverse interpretazioni. Per esempio – escludendo qualsiasi possibilità di un residuo di politeismo o di plurale maiestatis (sconosciuto alla tradizione ebraica) – come possiamo leggere nel commento alla versione ufficiale CEI della Sacra Bibbia, “Dio si consiglia con se stesso o con la corte celeste per creare un essere che gli somigli per le sue doti spirituali e lo rappresenti come dominatore delle creature inferiori”; secondo, invece, la corrente di interpretazione “antropocentrica”, vi si dovrebbe leggere una prefigurazione della S.S.Trinità, con notevoli conseguenze riguardo alla concezione della famiglia. Molti studiosi rifiutano questa interpretazione ritenendola una forzatura estranea all’Antico Testamento, nondimeno io ritengo che essa abbia un notevole fascino e contribuisca indubbiamente a esaltare il mistero della famiglia cristiana, il cui eterno esempio si ravvisa nella Sacra Famiglia di Nazareth[6].

            Ma c’è anche un’altra conseguenza: l’assolutizzazione separata e antitetica delle funzioni viene considerata un effetto del peccato originale (Gn 3) che divide ciò che il Creatore “in principio” ha unito e affidato a entrambi. Se il progetto di Dio era questo, è evidente che il peccato originale ha arrecato, fin dall’alba dei tempi, uno sconvolgimento di cui tutt’ora avvertiamo le conseguenze nei campi più disparati, tra i quali anche la millenaria subordinazione della donna all’uomo.

          L’azione gratuita di Dio, che dà significato alla Creazione, è stata oscurata e distorta dall’esperienza del peccato. Come spiegò Benedetto XVI il 6 febbraio 2013, in una delle sue ultime catechesi del mercoledì, la disobbedienza primordiale a Dio – finalizzata a voler gestire in proprio l’esistere e l’agire nel mondo – ha provocato la rottura della relazione di comunione con il Creatore e, conseguentemente, della relazione di comunione tra l’uomo e la donna e tra l’uomo e le altre creature, perpetuando palesemente, anche nel terreno che ci interessa, la formazione di quelle “strutture di peccato” di cui parla ripetutamente S. Giovanni Paolo II nell’Enciclica “Sollicitudo rei socialis”.

           Quindi, fra gli innumerevoli disastri provocati dalla ribellione dell’umanità a Dio c’è l’assolutizzazione separata e antitetica delle funzioni maschili e femminili, durata per millenni, che ancora si verifica in molti aspetti della vita umana in tutto il mondo e che, per secoli, ha impedito alla donna di dare un più concreto contributo allo sviluppo della società di cui faceva parte. Un’altra conseguenza è l’attrazione disordinata tra i sessi che, a  sua volta, ha provocato il “dominio” dell’uomo sulla donna (Gen 3, 16b) e la degenerazione della conflittualità tra Eros e Thanatos. Si può continuare rammentando che la donna “con dolore partorisce i figli”, come dice la Genesi, o “nel peccato”, come piange il Miserere (Sal 51); ovvero ricordando la frequente solitudine della donna nell’educarli e crescerli, o anche la condanna dell’uomo al diuturno e faticoso lavoro dei campi tra “spine e cardi”con sudore della fronte e abbrutimento dello spirito e del corpo per procurarsi il cibo consistente nella sola “erba campestre”.                                                                                                                                                                                                           

         Per arrivare al nostro tempo, l’esempio più macroscopico è (come dicevo all’inizio) il tentativo di molte correnti di pensiero di cancellare le differenze di sesso, maschile e femminile, nell’assurdo processo di assimilazione delle donne agli uomini. Ciò ha avuto la conseguenza abnorme di rivendicare uno spazio esclusivo (ed escludente) solo “delle” donne, cioè nella radicalizzazione unilaterale dei valori e dei diritti femminili. Tutto ciò non faceva parte del disegno iniziale di Dio. Invece, “in principio” e proprio perché creata “a immagine e somiglianza” di Lui, l’umanità tutta intera – maschile e femminile – avrebbe dovuto collaborare con Lui nel costruire la storia umana nel giardino dell’Eden.

         A me, “cattolica bambina“, piace pensare che anche questo aveva in mente S. Paolo quando, esaltando la redenzione dell’umanità operata da Cristo, scriveva ai Galati: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 29). I due millenni trascorsi non sono riusciti a realizzare questa unità; forse potrebbe realizzarla il terzo millennio se, con l’aiuto di Dio, l’umanità riuscirà a non farsi incantare dalle mode del perverso momento storico che stiamo vivendo, ma a dar vita a un femminismo saggio, incanalato sui binari da Lui tracciati. Confesso che, personalmente, io ci credo poco, ma so bene che il cristiano non deve mai essere pessimista,  perché ha ricevuto una Promessa da parte di Qualcuno la cui parola è indefettibile.

         “Per questo ti preghiamo: ascoltaci, Signore!”

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[1] Cfr. Serena Noceti, “Ecco perché è sbagliato demonizzare il gender”, JESUS, maggio 2014, pag. 5.

[2] Cfr. Piersandro Vanzan, Prefazione a  G. P. Di Nicola, Uguaglianza e differenza: la reciprocità uomo – donna, Città Nuova, Roma 1990.

[3] Un ottimo studio su questo argomento è quello di M. Pelaja e L. Scaraffia: Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia. Editori Laterza 2008.

 [4] Cfr. Hans Urs von Balthasar, Nuovi punti fermi, Milano 1980, pag. 180.

[5] Cfr. Adriana Valerio, Le ribelli di Dio. Donne e Bibbia tra mito e storia. Feltrinelli.

[6] Alcuni artisti, nel periodo barocco spagnolo, hanno visto la Sacra Famiglia come “Trinità terrestre“. Per esempio, così la concepì B. E. Murillo nella “Sacra Famiglia della casa Pedroso“, ovvero “Le due Trinità“, conservata nella National Gallery di Londra. L’interesse di questo dipinto, il cui soggetto iconografico è molto raro, è di grande significato teologico e risiede nel fatto che l’autore ha rappresentato la Sacra Famiglia di Nazareth con Gesù – non più neonato, ma adolescente – al centro della scena, sormontato dallo Spirito Santo in forma di colomba, a sua volta sormontato da Dio Padre. Le “Due Trinità“, quella orizzontale e quella verticale, formano profeticamente una Croce.

2 commenti su “Il ruolo della donna nel Creato  –  di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. L’esaltazione della donna nel progetto divino è chiaro nella creazione di Maria Santissima, la Donna sublime, Colei a cui sola, nella storia dell’umanità, è stato concesso di non conoscere la corruzione della carne, ma, viva, la gloria eterna nei Cieli. È Lei, Mater Divinae Gratiae, Causa nostrae laetitiae, Lei, Auxilium Christianorum, la Domus Aurea e Foederis Arca, la Casa d’oro e l’Arca dell’Alleanza fra il Cielo e la terra. Che di più grande, di più maestoso, di più perfetto potrebbe riferirsi a una donna? Ecco la grandezza della considerazione femminile nella mente di Dio, ecco la dignità grandiosa della donna: Maria, modello di tutte le donne, Madre del genere umano, Sposa dolcissima e castissima, Regina degli Angeli e dei Santi, compendio di ogni virtù.
    Come sguardo alla femminilità, non mi pare poco.

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