Antifascismo & banalità dell’intolleranza

Virginia Woolf scriveva: “Talvolta penso che il Paradiso sia leggere continuamente senza fine”. Non posso che concordare.  Fin da bambino ho amato leggere libri. I libri sono sempre stati un’isola di tranquillità da cui osservare il mondo, e lasciarsi rapire. I libri sono compagni di viaggio e allo stesso tempo ancore di salvezza.

Le librerie sono da sempre per me un luogo magico da esplorare fino all’ultimo scaffale. In un mondo sempre più digitale, anche le fiere librarie sono una realtà estremamente importante, dove gironzolare in cerca di sorprese che possano stupire. Eppure, proprio una fiera libraria recentemente ha acceso polemiche, ma soprattutto ha dato uno spaccato di quella che è una pericolosa forma di intolleranza presente nella nostra società.  

“Più libri più liberi” è la fiera di Roma dedicata esclusivamente all’editoria indipendente: giornate dove scoprire le novità e i cataloghi di decine di editori, incontrare autori, assistere a reading e dibattiti. L’edizione dello scorso anno, tuttavia, aveva già conosciuto una veemente levata di scudi contro alcune case editrici etichettate come “di destra”. Sappiamo bene quanto il concetto di “cultura di destra” sia dibattuto nella stessa area di riferimento, da intellettuali come Pietrangelo Buttafuoco, Franco Cardini, Marcello Veneziani e altri, e quindi non entriamo nel merito.

Qui la questione è perché certe case editrici non possano trovare spazio in questo tipo di rassegna. La valutazione dovrebbe essere fatta sulla base di criteri editoriali, sul valore delle opere pubblicate. L’anno scorso venne tentato un boicottaggio nei confronti di questi editori, con “militanti antifascisti” che si posero fuori dai loro stand intonando l’evergreen della sinistra “Bella Ciao”. Finì così.

Quest’anno, gli organizzatori si sono inventati una clausola liberticida: inizialmente, il comitato organizzatore aveva richiesto agli editori la sottoscrizione di una dichiarazione di coerenza con i valori costituzionali e antifascisti. Questo aveva scatenato un’accesa polemica e seguito di ciò, a inizio luglio 2026, l’Associazione Italiana Editori (AIE) ha fatto marcia indietro, rinunciando alla richiesta del patentino.

Personalmente, quando ho letto di questa vicenda, il pensiero è andato a Fahreneit 451, il capolavoro di letteratura di anticipazione scritto da Ray Bradbury, un libro che non può non essere letto. In un futuro distopico, un potere totalitario vede nei libri una minaccia per l’ordine costituito, per la minaccia che essi rappresentano per il solo fatto che fanno pensare. Un libro quanto mai attuale.

A dispetto del titolo della manifestazione “Più libri più liberi”, gli organizzatori questa libertà non la concedono atutti, e la censurano. Questa censura è attuata sulla base di una discriminante: l’antifascismo. L’antifascismo come dovere assoluto, come lo era durante la pandemia il lockdown o la mascherina.

È in corso, non si può non notarlo, un revival politico dell’antifascismo. Era nato ovviamente durante il ventennio fascista, anche se raccoglieva pochissimi aderenti, un fatto spiegabile con la repressione poliziesca del regime; poi si diffuse durante la guerra civile. Tuttavia, negli Anni ’50 e ’60, gli anni della ricostruzione e della crescita economica, l’antifascismo si era eclissato. Non era nell’agenda politica nemmeno del PCI.

Poi, giunse la rivoluzione del ’68, e l’antifascismo venne recuperato, in particolare dalla sinistra estrema che vedeva nell’esito della guerra civile e nella nascita della Repubblica una sorta di “vittoria mutilata”. Ciò che i partigiani avevano iniziato, andava portato a termine, ovvero la rivoluzione comunista. Come sappiamo, il ‘68 venne abilmente trasformato in una rivoluzione dei costumi, negli Stati Uniti, in Inghilterra e in tutto l’Occidente. Il sogno di una nuova insurrezione partigiana produsse però le Brigate Rosse e gli anni di piombo, quelli appunto dell’antifascismo militante che significava uccisioni e ferimenti a sprangate.

Oggi, sembra crescere un nuovo movimento che vuole riesumare l’antifascismo. Il fenomeno è descritto con lucida precisione dallo studioso Roberto Lobosco nel volume Religione antifascista, edito da Idrovolante Edizioni (non a caso una delle case editrici incorse nella censura della rassegna libraria).

Anzitutto, a chi pretende che la Repubblica italiana sia fondata sull’antifascismo, Lobosco replica, articoli costituzionali alla mano, che la Carta fondante di questo Stato non menziona l’antifascismo. Essa è invece rigidamente antimonarchica. È la monarchia, per la Costituzione, il male assoluto. Essa non potrà mai essere restaurata. E allora che senso ha utilizzare l’antifascismo come categoria discriminante, in base alla quale è lecito fare tutto.

Nella mia città, a fine aprile, si è svolta come ogni anno una commemorazione civile e silenziosa di 16 giovani ufficiali della RSI fucilati il 28 aprile, a guerra ormai finita. Gli antifa’ hanno organizzato una contromanifestazione non autorizzata dalla questura. Tale presidio antifascista ha bloccato il traffico per oltre un’ora in una delle vie principali della città; sono state scandite in coro frasi ignobili contro un ragazzo, Sergio Ramelli, ammazzato a sprangate negli anni ’70 da picchiatori comunisti; si sono alzati cori che chiedevano l’omicidio degli avversari politici; sono stati fatti tentativi di sfondare il cordone degli agenti nel tentativo di arrivare al contatto violento contro i partecipanti di una celebrazione regolarmente autorizzata.

A distanza di quasi tre mesi, la questura ha emesso delle sanzioni amministrative per la violazione delle norme riguardanti le manifestazioni non autorizzate. Non è entrata nel merito dell’apologia di reato, per cui agli antifa’ è andata ancora bene. Eppure, hanno scatenato un enorme chiasso mediatico in merito a queste multe, con interrogazioni parlamentari e articoli sul giornale amico “Repubblica”.

Questo significa che gli antifa’ si pongono al di sopra della legge, la violano e pretendono una immunità assoluta, perché l’antifascismo, idolo oscuro, viene prima di ogni regola, di ogni forma di educazione civica, di ogni rispetto umano.

L’antifascismo moderno, scrive nel suo saggio Lobosco, rappresenta una nuova religione civile che per fini del tutto strumentali tiene in vita un’ideologia e un periodo storico esauriti e archiviati. La pretesa per cui ognuno debba definirsi antifascista non ha niente a che fare con l’avversione al regime che governò l’Italia per un ventennio, ma rappresenta una trappola ideologica attraverso cui ingabbiare l’avversario e allo stesso tempo creare un enorme business.

Lo scenario politico attuale ricco di sfide epocali è invece paradossalmente inquinato da un dibattito su un tema artefatto. Oggi il fascismo è morto, ma l’antifascismo si è trasformato in strumento per delegittimare tutti i soggetti politici e intellettuali che non si riconoscono nel progressismo. Così facendo, l’antifascismo stesso finisce per utilizzare metodi illiberali e repressivi che imputa al fascismo.Il rischio è che ciò possa ricreare un clima di scontro violento e di limitare gli spazi di confronto favorendo l’affermazione di un conformismo di massa.

L’antifascismo, più che una tendenza politica, rappresenta una nuova religione civile, o per meglio dire un idolo, un feticcio, un mito fondante, che per fini del tutto strumentali tiene in vita un periodo storico esaurito e archiviato. Come ogni idolatria, anche l’antifascismo si fonda su leggi indiscutibili. In primo luogo, l’ossessione relativa al pericolo del ritorno di un fascismo che non sarebbe mai veramente morto e anzi pronto a risorgere, incarnato di volta in volta da diverse personalità politiche e intellettuali ritenute un ostacolo. 

Il secondo dogma su cui si fonda l’antifascismo riguarda la distinzione manichea del mondo tra fascisti e antifascisti, con la relativa disumanizzazione dei primi, considerati un costante pericolo su cui dover vigilare. Compresi scrittori e case editrici.  

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