Comunità e senso di appartenenza – di Federico Gatti

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lorenzetti gli effetti del buon governo

di Federico Gatti

lorenzetti gli effetti del buon governoRipartire dalla comunità. Da quel senso di appartenenza che è il vero nemico dell’omologazione mondialista e della sua visione economico centrica. La volontà di atomizzazione della società, atta a creare un mercato unico composto da individualità slegate da identità e tradizioni, ha come complice inconsapevole (?) la cultura libertaria.
I suoi assunti dogmatici di uguaglianza, in quanto negazione delle gerarchie naturali, appaiono essere un concetto borghese, nella sua accezione più egoista; concetto che ha in sé una natura prometeica, una ribellione contro l’amor fati, il senso del limite, del confine. Una propensione al livellamento dei ruoli con un conseguente annullamento degli stessi, una sovversione dello Stato organico verso l’etica meccanicista materialista dal retrogusto marxista capitalista.
Comunità è destino comune, un allontanamento dall’ego tramite l’azione salvifica della “Weltanschaung Junghiana” : l’essere consapevoli che l’esistenza non si esaurisce qui ed ora e che travalica il singolo, incrociandosi con le altre soggettività. È la Nazione che incarna questo concetto e rende tangibile, con una continuità ideale e culturale, il senso di appartenere ad un unico corpo che travalica spazio e tempo, collocandosi nel cuore di ogni suo membro.
Uno dei motivi per cui viviamo in una società depressiva è proprio quello del senso utilitarista limitato agli spazi e ai tempi dettati dall’interesse personale legato alla ricerca della felicità, nella declinazione illuminista liberale, come fine ultimo. Una felicità, inutile dirlo, proiettata esclusivamente sul piano materiale, annullando ogni tensione verticale che possa trascendere le vicende mondane.
Complice della disgregazione sociale è anche una certa architettura che, da Le Corbusier in poi, ha sacrificato il gusto, e il senso del bello, sull’altare del funzionalismo. Urge la necessità di creare quindi spazi abitativi e aggregativi dove il senso estetico torni ad avere un forte peso specifico. L’architettura quindi come specchio dell’anima di un popolo, un popolo che sia fiero e consapevole di sé stesso.
Comunità è anche lavoro, ma nella sua essenza più nobile, quella del dono della propria capacità e, ovviamente, della gratificazione; per rifarsi alla nomenclatura antico romana, artifex in contrapposizione al labor. Ma comunità è anche cura del proprio territorio, salvaguardia dell’ambiente. Amare la propria comunità significa infatti preservarne l’habitat e rispettarlo.
Rispettare i tempi della natura che sono slegati dai tempi scanditi dalle lancette che hanno ingabbiato tutti noi in schemi produttivi volti ad alimentare il mercato. Comunità dunque, come diga, come argine all’esondazione consumista.

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