Editoriale – di Padre Giovanni Cavalcoli

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Aristotele e Cartesio, due grandi a confronto

Di Padre Giovanni Cavalcoli

bardUn confronto tra questi due grandi pensatori del passato è sempre utile ed illuminante per comprendere due fondamentali orientamenti del pensiero – quello realista e quello idealista -, con i quali tutti noi, anche se non siamo filosofi, non possiamo – anche se inconsciamente – non confrontarci o fare i conti, anche per il legame che essi hanno con la condotta morale: come è stato dimostrato dalla storia, il realismo dispone all’obbedienza a Dio e alla sua legge, mentre l’idealismo sviluppa nell’uomo un eccessivo senso di indipendenza, che alla fine lo porta alla ribellione a Dio e all’ateismo.
Vediamo brevemente qual è l’impostazione filosofica fondamentale di entrambi. Aristotele constata con certezza l’esistenza degli enti sensibili di questo mondo, si forma il concetto di ente sensibile in quanto ente e da questo ricava la nozione di ente in quanto ente (on e on) e si chiede: esiste un ente sovrasensibile, immutabile? E risponde: sì, è il motore immobile, kinùn akìneton, pensiero del pensiero, nòesis noèseos, causa prima, prote aitìa. E’ Colui, per dirla con Dante, che “muove il sole e le altre stelle”.
Aristotele dice: io sono, tu sei, tu mondo esisti, tu Dio esisti. Siete, siamo tutti enti; di tutti – in modo analogico – si può predicare l’entità, l’esistenza, l’essere. Di tutte queste cose sono certo. Parto da queste e, applicando il principio di causalità, giungo a Dio, come loro causa prima, fine ultimo e primo motore.
Cartesio invece dubita, non ha certezza dell’esistenza degli enti sensibili. Non accetta l’evidenza del senso. Cercando pertanto il fondamento primo ed inconcusso della certezza, che sia anche inizio del sapere, lo trova (crede di trovarlo) in un atto dello spirito, nella consapevolezza da parte dell’io, del mio io, di esistere: il famoso “penso, dunque sono”, io sono, io so di esistere. Questa è la prima cosa che so e della quale sono assolutamente certo. Io sono una res cogitans, sono un ente pensante, sono, come si dirà, un soggetto. Da qui deduco tutto il sapere, su ciò fondo ogni certezza, anche quella sensibile, anche la certezza dell’esistenza di Dio.
Cartesio dice: io sono inizialmente e fondamentalmente solo certo di me stesso, del mio essere, della mia esistenza. Sono l’oggetto primo e iniziale del mio sapere. Oggetto “apriori”, come si dirà, il che vuol dire non “primo” in senso temporale, ma primo per importanza, puro oggetto del pensiero. Ho coscienza del mio pensare e del mio essere un soggetto pensante. E le altre cose? E le altre persone? E Dio? Certo tutto questo esiste, distinto da me, davanti a me, ma ne sono certo perché ho certezza del mio io, del mio pensare, del mio essere. Lo deduco da questa certezza assoluta fondamentale.
Per Aristotele oggetto della metafisica è l’ente. Anche per Cartesio oggetto della metafisica è l’ente, ma in tal caso l’ente è innanzitutto il mio ente, l’ente che sono io, nel quale si raccoglie tutto il resto e dal quale tutto il resto può essere ricavato o dedotto o partendo dal quale tutto il resto può essere scoperto e dimostrato: gli altri, le cose, il mio stesso corpo, Dio. Invece l’ente, per Aristotele, èl’ente molteplice ed analogico, ricavato dagli enti: me stesso, gli altri, le cose, Dio.
Dopo Cartesio l’ente diventa il “soggetto”, l’ente autocosciente, l’essere si identifica col pensante in atto, col pensare e con l’essere pensato. Nasce un nuovo concetto di persona: non più la persona come sostanza composta di anima e corpo, capace di intendere volere come si ricava da Aristotele, ma come autocoscienza e libertà in atto [1]. Sicchè, se non c’è questo, non c’è la persona. Kant, Fichte, Schelling, Hegel, Rahner svilupperanno queste considerazioni di Cartesio. L’essere è l’io, è l’autocoscienza, atto di pensiero, identità di essere e pensiero, l’essere sono io, ma l’essere è anche Dio. Quindi alla fine Dio coincide con l’Io. Mentre Fichte sviluppa l’essere come Io, Hegel sviluppa l’Io come Essere. Heidegger pone tra essere ed uomo una reciprocità essenziale, sicchè l’uno dipende dall’altro e l’uno entra nel concetto dell’altro. Metafisica ed antropologia coincidono.
Che dice la Bibbia?
Facciamo adesso un confronto con la Bibbia. In essa la nozione dell’ente è analogica e molteplice. L’ente creato partecipa dell’ente divino. Il mondo è una famiglia di enti sotto il governo del sommo ente che è Dio, tutti derivanti da lui e quindi tutti imparentati con lui. Ente sommo – Colui Che E’ – è Dio, ma gli enti sono sue creature, fatte a sua immagine e somiglianza, soprattutto la creatura umana ed angelica. Non l’uomo ma Dio è il creatore degli enti, sicchè l’uomo li trova già esistenti indipendentemente dal suo pensiero e quindi la verità, che trova il suo sommo paradigma nella fede – come appare da S.Paolo -, è atto diobbedienza – quella che Tommaso chiamerà adaequatio – alla realtà oggettiva, che mi sta di fronte e della quale faccio parte io stesso. Tutto ciò è in piena consonanza con la metafisica, la gnoseologia e l’antropologia di Aristotele.
Viceversa in Cartesio non è il sum che si riconduce all’ente, ma viceversa è l’ente che è immanente al sum ed è fondato sul sum. Per questo, se Cartesio riconosce ancora l’oggettività delle cose, delle altre persone o di Dio, getta tuttavia quel seme di immanentismo che sarà poi sviluppato dall’idealismo tedesco, dove l’io si sostituisce a Dio e prende il posto di Dio.
Oggetto immediato del pensiero, per Cartesio, non è l’ente, non sono le cose, ma è lo stesso pensiero, il “cogito” (l’“idea”, da cui (idealismo”). Nasce il problema di come raggiungere l’ente, che non sia il mio stesso essere (“sum”). A meno che non ridurre tutto al mio essere. E’ quello che farà l’idealismo successivo. Questo problema per Aristotele non esiste, perchè per lui l’intelletto coglie l’ente naturalmente ed immediatamente (il “reale” da cui “realismo”) e solo in seconda battuta coglie le proprie idee, perché sa di pensare.
Il contrasto di fondo tra Cartesio ed Aristotele sta nel concetto dell’ente, della conoscenza e della persona. Aristotele apre l’io all’ente, riconoscendolo nei suoi limiti, ma anche ponendo le condizioni per un rapporto dell’uomo con Dio, che sarà sviluppato dal cristianesimo. Invece Cartesio tende a ridurre l’ente all’io inteso come spirito, sicchè l’io tende ad essere enormemente gonfiato, come avverrà con l’idealismo tedesco, ma nel contempo – come ha fatto notare il Fabro – mentre il concetto cartesiano di corpo umano come res extensa favorirà il successivo materialismo, e lo scetticismo nei confronti della conoscenza sensibile porterà al moderno fenomenismo. Inoltre, sempre secondo l’analisi del Fabro, il cogito cartesiano è ad un tempo un volo, perché – come chiarirà Fichte – il sum non è scoperto dall’io, ma “posto” dall’io. Io non preesisto alla mia coscienza di essere io, ma è posto dalla mia stessa coscienza.
Inoltre qui si dà un’identificazione dell’intelletto con la volontà. La verità non come adaequatio ma come positio,non come scoperta dall’intelletto e norma dell’intelletto, ma come posta, decisa dal volere. Da qui il concetto idealistico di libertà come autoporsi, quella che sarà l’autoctisi di Gentile. Il soggetto non è creato da Dio, ma pone se stesso liberamente e volontariamente nell’essere. Oppure il soggetto è Dio stesso: panteismo.Pone il proprio essere. Il mio essere deriva dal mio pensiero che nel contempo è il mio assoluto volere. Ecco allora la volontà di potenza di Nietzsche e la porta aperta ad ogni violenza esercitata dal potente sul debole e dallo sfruttatore sull’oppresso.
Questo confronto fra Aristotele e Cartesio suscita in noi una grande meraviglia considerando il fatto che mentre Aristotele era un pagano che non conosceva la rivelazione cristiana, Cartesio era un cattolico che viene dopo sedici secoli di filosofia cristiana; eppure la filosofia di Aristotele, nei suddetti tre fondamentali settori del pensiero, si è rivelata più in armonia col cristianesimo che non la filosofia di Cartesio, nonostante il successo che essa ha ottenuto sia in ambienti cattolici che in ambienti protestanti, fino ai nostri giorni, tanto che oggi vi sono addirittura teologi i quali credono che il rinnovamento teologico promosso dal Concilio Vaticano II suggerisca di sostituire alla teologia scolastica derivata da Aristotele per la mediazione di S.Tommaso d’Aquino, la teologia che utilizza la filosofia idealistica tedesca derivata da Cartesio. E ciò nonostante il fatto che il Magistero della Chiesa, come è ben noto, abbia sempre raccomandato l’opera di recupero del pensiero aristotelico realizzata da S.Tommaso, mentre già nel ‘600 essa mise all’Indice le opere di Cartesio.
Cartesio si è fatto la fama di essere il fondatore della “filosofia moderna”, capovolgimento totale di quella precedente, “aristotelico-scolastica”; ma questa è una forzatura propagandistica operata dai suoi seguaci, la quale purtroppo è riuscita ad imporsi negli storici della filosofia. In realtà il cartesianismo, come affermato lo stesso Heidegger, qui al di sopra di ogni sospetto, è un ritorno al soggettivismo di Protagora. Altro che “filosofia moderna”! Essa ha riesumato vecchissimi errori già confutati da Aristotele. La “modernità” cartesiana non ha portato ad una sana modernità, ma al modernismo.
La vera, sana filosofia moderna è la odierna filosofia cattolica, la quale sviluppa ed esplicita le antiche immortali ed inconfutabili intuizioni aristoteliche, purificate, arricchite e sublimate dall’Aquinate e dalla sua scuola, ispirata a quello Spirito di Verità che rinnova tutte le cose, e tuttora raccomandata dalla Chiesa e dallo stesso Concilio Vaticano II.
Inutile dire che questo è un concetto di persona che va bene per Dio, non per l’uomo, il quale resta persona anche se non esercita attualmente le funzioni proprie della persona.

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