Eugenio Zolli – di Claudio Forti

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Eugenio Zolli

di Claudio Forti

Eugenio Zolli«Ma voi, chi dite che io sia?», chiede Gesù ai suoi discepoli. E Pietro rispose: «Tu sei il Cristo di Dio». Queste parole – che i cattolici hanno ascoltato nel Vangelo della domenica di inizio estate 2010 – mi hanno fatto pensare all’impatto che esse hanno avuto sulle generazioni che si sono succedute dopo quella prima volta.
In quella prima volta l’uditorio era formato solo da persone di religione e stirpe ebraica. Essi avevano alle loro spalle un patrimonio di leggi e saggezza ereditato dai patriarchi e dai profeti che, ispirati da Dio, avevano preannunciato l’avvento di un Messia. Erano stati alla scuola di quel misterioso Maestro, avevano visto le sue opere e segni, e si erano resi conto che “nessuno aveva parlato come Lui”. Eppure solo Pietro diede quella risposta, che “non veniva dalla carne e dal sangue”, come osservò Gesù, ma dallo Spirito.
Queste osservazioni mi riportano alla straordinaria avventura umana di Israel Zoller (che, tradotto alla lettera, significa doganiere di Israele).  La sua vita straordinaria è racchiusa nella sua autobiografia che uscì negli Stati Uniti nel 1954 con il titolo Before the down, e per la San Paolo nel 2004 con il titolo Prima dell’alba.
Ma chi era Israel Zoller? Era il più giovane di numerosi fratelli di una famiglia ebraica. Nacque a Brodj (oggi Polonia) il 17 settembre 1881. Dopo un breve soggiorno di studi a Leopoli si trasferì a Firenze, dove il suo cognome divenne Zolli, e si iscrisse all’Istituto di Studi Superiori (Università pubblica) e al Collegio Rabbinico Italiano seguendo un’antica tradizione familiare. Nel 1911 fu nominato Vice-Rabbino a Trieste, successivamente Rabbino Capo. Nel 1939 fu nominato Rabbino Capo e Direttore del Collegio Rabbinico a Roma, dove morì il 2 marzo 1956.
Perché vale la pena conoscere quest’uomo e i suoi scritti?
Perché, a liberazione avvenuta, nel febbraio del 1945, chiese il battesimo, scegliendo di prendere il nome di Eugenio, il nome di colui che era papa in quel tempo tragico, Eugenio Pacelli (Pio XII). La sua conversione al cattolicesimo destò certamente grande scalpore: se pensiamo alle accuse e polemiche – anche da parte ebraica -, per i presunti “silenzi” di quel papa sui crimini del nazismo.
Ma una lettura attenta e senza pregiudizi della sua autobiografia ha il potere di conquistare e far vibrare le corde più profonde del cuore, portandoti all’evidenza della Verità. E tutti gli uomini – non solo gli Ebrei e i Cristiani, dopo le tragedie umane causate dai totalitarismi e dalle ideologie atee del secolo scorso, e la confusione e il relativismo dei nostri tempi – hanno bisogno di Verità.
Eugenio Zolli ci guida nel suo affascinante cammino di ricerca della verità senza rinnegare il grande patrimonio religioso dell’ebraismo, ma leggendolo alla luce del Crocifisso e Risorto.
Lui non ha avuto il Nobel, come lo scrittore José Saramago, ma la sua testimonianza, la sua intelligenza e il suo amore per la Verità meritano di essere conosciuti. Si, perché, come diceva Giovanni Paolo II: «La libertà senza verità porta lentamente una società verso un nuovo totalitarismo». È impossibile cercare delle citazioni, sono talmente tante! Ne prendo una a caso da pagina 139: «Il pensiero corre facilmente verso l’epistola ai Romani e le indimenticabili parole: “Verità dico in Cristo, non mento, testimone con me la coscienza mia nello Spirito Santo che una tristezza grande e un continuo dolore ho in cuor mio. Sì, farei voti d’essere anatema io stesso da Cristo per i fratelli miei; i consanguinei miei secondo la carne, perché sono Israeliti”.
Ecco come Erik Peterson (1890-1960, professore di storia ecclesiastica nella facoltà protestante dell’Università di Bonn, convertito al cristianesimo nel 1930), commenta l’ultimo periodo qui riferito: “La commovente esaltazione è al suo acme, il dolore intenso cerca la suprema espressione. Paolo vorrebbe su di sé l’anatema per amor dei fratelli, dei parenti israeliti. Non si stanca di chiamarli con nomi sempre nuovi. Si sente quanto l’apostolo è legato al suo popolo in tutta la sua esistenza morale, fisica e religiosa. Per san Paolo il rapporto tra la sinagoga e l’Ecclesia è un problema di esistenza”».

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