Freedom Club. La vera vita oltre le rovine

Mentre la situazione in Ucraina è talmente grave che l’Italia non ha ancora capito quale alleato le convenga tradire, è bene che tutti i membri del Freedom Club abbiano bene in mente una cosa: l’obiettivo del Freedom Club è il totale collasso del sistema tecnologico globalizzato (vedi Postulato 1: «avere un obiettivo chiaro e concreto». Da cui la Regola I: «Per cambiare la società in un certo modo, un movimento dovrebbe selezionare un obiettivo singolo, chiaro, semplice e concreto, il cui raggiungimento produrrà il cambiamento desiderato»). Vedremo più avanti quale sarà la strategia, per ora mantenere calma olimpica senza farsi scoraggiare da una possibile guerra nucleare.

Non solo perché la pace e la guerra fra stati non dipendono da noi, ma perché «il rischio di una guerra può solo aumentare fino a quando sopravvivrà il sistema tecnologico, e prima il sistema crollerà, minori saranno i rischi a lungo termine di una guerra nucleare». In secondo luogo, credere, come molti fanno, che una guerra nucleare porterà all’estinzione di tutti i mammiferi è una concezione dogmatica molto probabilmente errata. Dipende dall’entità della guerra, dalla sua durata, dal numero delle nazioni coinvolte, indubbiamente causerebbe danni incalcolabili, tuttavia non è scientifico stabilire ex ante i danni di un inverno nucleare, quando non è empiricamente stato studiato nessun inverno nucleare. Per di più, stando al presupposto della verificabilità scientifica, questo supposto inverno atomico andrebbe riprodotto e verificato più volte.

Per questi motivi «dovendo scegliere tra una grande guerra nucleare e il protrarsi del sistema, dobbiamo considerare la guerra nucleare il male minore».

Oltretutto non possiamo permetterci di farci ricattare moralmente e psicologicamente da personaggi, se pur potentissimi, che non si farebbero scrupoli a utilizzare certe diavolerie. Staremo in piedi sopra le rovine. Saremo vivi dopo l’olocausto nucleare. Perché i nostri cuori sono già oltre le loro intenzioni perverse. Ci ergeremo sopra le rovine ancora una volta perché, come scrisse Ernst Jünger: «Le rovine non bastano a seppellire gli impavidi».

Detto ciò, inutile fare mistero che il FC sia costituito da anarchi rivoluzionari (“anarchi”, non “anarchici”). Quindi è bene specificare un fatto basilare: la rivoluzione così come illustrata sui libri di scuola non ha più senso alcuno, né ragion d’essere. Il mondo è cambiato. Deve cambiare il concetto stesso di lotta.

L’anarca intraprende la via del bosco, l’anarca sa cogliere il momento per lottare e il momento per meditare, e ne conosce le differenze. Il contesto storico in cui Dio ci ha chiamati a vivere non è più il contesto della lotta armata, per quanto sarebbe dolce sognare la liberazione anti-tech e il ritorno alla vita naturale, intraprendere una lotta armata esponenzialmente impari oggi sarebbe una via senza ritorno, tutto sangue inutilmente sprecato.

Questo è il tempo della conversione spirituale, questo è il tempo della lotta filosofica, del risveglio delle menti zombificate dei giovani, della conservazione del seme e dell’educazione santa dei nostri figli. Ciò non impedisce per nulla al nostro pensiero di essere radicale, anzi, il silenzio lo nutre di una radicalità spregiudicata, il nascondimento non impedisce alla nostra schiena di restare dritta come il nostro comportamento retto e onesto. Fu radicale Socrate? Fu radicale Jünger? Cristo fu radicale.

Dobbiamo perciò offrire un modello coerente e una lezione chiara: REGOLA NUMERO ZERO DEL FREEDOM CLUB: «Un gruppo radicale non può credere che i suoi progetti o i suoi attivisti siano sconosciuti al governo [e alla falsa chiesa]. Pertanto un’organizzazione legale rivoluzionaria farà meglio a rimanere esattamente come è: rigorosamente legale. Cimentarsi in attività illegali è estremamente pernicioso».

A questa regola aggiungiamo un corollario: “Ognuno di noi è il Freedom Club. Non ci sono tessere, né sedi, né riunioni, solo poche esili regole. Fintanto che esiste uno di noi, esisterà il Freedom club. La vittoria è certa”. Ci permettiamo di proporre una fusione fra le idee di Ted J. Kaczynski (tutte le citazioni non specificate sono parole sue) ed Ernst Jünger perché, a detta del primo «le idee espresse in questo libro devono essere applicate in modo saggio e creativo, mai meccanico o rigido», quindi questa è la declinazione dei principi antitecnologici in una grammatica jüngeriana volta a oltrepassare l’abisso del nichilismo.

Bisogna dunque ragionare come se fossimo tutti personaggi perfettamente noti e schedati dalle forze dell’ordine. Ciò, da un lato toglie il peso del dubbio e la paura di esserlo, schedati, e dall’altro, permette di affrontare con determinazione una vita perfettamente candida, direi immacolata, dal punto di vista legale (meglio se anche morale).

Tuttavia, sarebbe sciocco rifiutare le tecniche rivoluzionarie utilizzate in passato e rivelatesi vincenti in relazione al contesto storico-politico. Anzi, sarebbe un grave errore rifiutare le teorie rivoluzionarie del passato solo perché i leader che le hanno espresse erano di derivazioni politiche i filosofiche lontane da noi.

In genere le persone di sinistra o, peggio, di orientamento liberal, non dovrebbero essere ammesse, è però importante avere l’elasticità mentale per capire che le situazioni del passato sono utili a fornire «idee, alcune delle quali possono portare a metodi adatti per essere usati contro la tecnologia, mentre altre potrebbero farci riflettere sui pericoli o sugli ostacoli da evitare».

Dobbiamo dicernere i metodi utili da quelli dannosi, eliminare quelli inutili e modificare quelli utili per adattarli alle esigenze del mondo globalizzato (per esempio un passamontagna è inutile, se il tuo cellulare è tracciato). Studiare la storia con occhio metastorico richiede un duro lavoro, ma imparare dal passato è la sola via per la sopravvivenza, è un lavoro lento e incerto, ma l’anarca è duro, è irremovibile, fra i suoi magri averi ha il tempo. Rifiutarsi di affrontare il problema comporta il fallimento a breve termine.

Esempio concreto: un’organizzazione antitecnologica avrà diversi punti di contatto con i gruppi ambientalisti radicali. Sarà quindi utile infiltrarsi in questi gruppi (che fra l’altro per ragioni di convenienza politica sono spesso sostenuti dai governi) per volgerne una parte, degli obiettivi e dei militanti, verso la causa anti-tech. Non si salva il pianeta fin tanto che esiste la tecnologia industriale. Bisogna evitare di perdersi in mille rivoli, inseguendo mille altrettanti obiettivi inutilmente dispersivi.

Date a Greta ciò che è di Greta, ma se volete salvare il pianeta, dovete eliminare la TUTTA la tecnologia non riproducibile localmente in modo artigianale. Eliminare l’intero sistema tecnologico postindustriale è il presupposto per salvare il pianeta e con esso la razza umana, non viceversa.

1 commento su “Freedom Club. La vera vita oltre le rovine”

  1. Ottima idea: una rivoluzione siffatta, avrà come risultato finale la cancellazione del sistema economico basato sulla alta finanza. Alla fine emergerà chiaramente che quella immane ricchezza, concentrata nelle mani di pochissime persone, è solo di falsa moneta, peggio di quella stampata abusivamente in qualche nascosto scantinato.

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