Giovanni Papini, il genio dimenticato

Nell’estate del 1956, l’8 luglio di settant’anni fa, si spegneva nella sua Firenze Giovanni Papini, uno degli scrittori italiani più interessanti del Novecento. Oggi è un autore pressoché dimenticato. Non lo si studia a scuola, non lo si ripubblica. Eppure, fu uno dei pochi veri geni letterari del secolo scorso.

Ebbi modo di scoprirlo vent’anni dopo la sua morte, nel 1976, quando da liceale mi imbattei nella sua opera, che da subito mi risultò più affascinante della letteratura contemporanea, che andava per la maggiore tra i miei coetanei.

Il romanzo che me lo fece conoscere era Un uomo finito. Lo aveva scritto nel 1912, a trent’anni: una sorta di autobiografia. In una lettera all’amico Ardengo Soffici lo stesso Papini scriveva, a proposito del libro: “Ho cominciato ieri una specie di romanzo tratto dalla mia vita, e sento d’esser così pieno di cose e di ricordi poetici che verrà certo una bella cosa”.

Il libro è pieno di spirito tragico, ricco di iperboli. Lo stesso scrittore fiorentino si definisce uno spirito “nato con la malattia della grandezza”. E ancora: “Qui dentro c’è un uomo disposto a vender cara la sua pelle e che vuol finire più tardi che sia possibile”.

Ciò mi rese Papini degno di ammirazione, oltre che di interesse. Mi riconoscevo nel suo spirito inquieto. Sapevo del suo percorso umano e spirituale, che lo avrebbe portato alla conversione al cattolicesimo, ma quegli inizi, quella sua ricerca, erano oltremodo intriganti. Vedevo in Papini un ragazzo schivo e scontroso che si gettava nello studio alla ricerca di un riscatto. La diversità dai suoi coetanei diventava motivo di orgoglio, spinta ad una intensa rincorsa ad assorbire quanto più sapere possibile, in una sete mai estinta di enciclopedismo, sognando poi di emulare e superare Dante e Shakespeare

“Credevo sul serio di essere l’unico spirito senza pregiudizi e senza paraocchi; senza falsità, sciocchezze e bestialità in testa; il solo capace di sbandire gli inganni e di buttar giù gli usurpatori; di spopolare l’intero Walhalla dei vecchi dei e degli idioti moderni; di spogliare ogni cosa, ogni idea, dai ruffianeschi veli dell’abitudine, e della convenzione; di liberare l’umanità da tutte le obbrobriose servitù mentali che la impastoiano. Volevo liberare (cioè, secondo l’idea mia, aiutare) quelli stessi che disprezzavo e li disprezzavo appunto perché non erano liberi e appunto perché erano spregevoli volevo liberarli”.

Questo era il suo titanismo intellettuale, volitivo, pretenzioso, ma affascinante. Tra i vari ammiratori dell’opera ci fu il giovane studioso romeno Mircea Eliade, in seguito uno dei più grandi ricercatori di storia delle religioni, che fu profondamente impressionato dal testo di Papini, e a esso dedicò un capitolo del romanzo giovanile pubblicato postumo, Il romanzo dell’adolescente miope.

Un uomo finito può essere letto anche come un’importante testimonianza della cultura italiana negli anni che coincisero con l’avvento del fascismo. Papini riuscì ad evitare di scadere nel dannunzianismo, nelle filosofie irrazionaliste del primo Novecento e la sua ansia di ribellione trovò la direzione giusta da percorrere: quella che lo portò all’incontro con la Verità, di cui divenne testimone in tutte le sue opere seguenti.

Il suo stile alto e magniloquente si trasformò in elegante facilità della lingua, originalità delle immagini, brillanti neologismi e spigliatezza del narrare.

Un anno dopo Un uomo finito, fondò con altri intellettuali come Soffici la rivista Lacerba, dove ebbe modo di descrivere la sua concezione della letteratura come “azione”. Il suo spirito toscanamente aspro e pungente si espresse nel volume Stroncature, ancora oggi godibilissimo.

Altri scritti pepati li pubblicava sulla rivista Leonardo, firmandoli con pseudonimo di Gian Falco. Anche dopo la conversione alla fede cristiana, non fu mai un buonista, tutt’altro: la sua era una fede pugnace e combattiva. Fu un oppositore del positivismo filosofico e letterario in tutte le sue espressioni, in nome dei valori dello spirito.

Non fu tuttavia un conservatore: fu promotore dello svecchiamento della cultura italiana, in nome di una concezione della vita e dell’arte eroica e sognatrice. Fu studioso di filosofia e di religione, critico e polemista, narratore e poeta, sempre inquieto e insoddisfatto.

Il suo spirito tardo romantico lo portò a concepire la letteratura come azione. Una volta convertito, il suo fu un cristianesimo da “atleta di Dio”, come Leon Bloy in Francia o, in forma decisamente più mite, Chesterton in Inghilterra.

Nelle sue opere c’è anche una nota agreste, piena di nostalgia per un mondo migliore, che ebbe una certa influenza sul movimento di Strapaese, una corrente culturale che ebbe a svilupparsi durante il Ventennio, minoritaria ma decisamente significativa, uno dei pensieri “alternativi” del Novecento più rilevanti.

Papini: malinconia e orgoglio, azione e pensiero, amicizia e contrasto, il mondo e Dio. Uno scrittore da non dimenticare.

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