Ai ragazzi di oggi non solo non è richiesto di essere uomini, ma non è nemmeno richiesto di essere maschi, va bene un surrogato qualsiasi equivalente a una massa informe gelatinosa decorata con accessori in silicone. Ai ragazzi di quella generazione venne chiesto di essere eroi. 

“Se ti fanno prigioniero, usala per ucciderti” disse sua madre consegnandogli la spada di famiglia il giorno in cui Hiroo Onoda partì per il campo addestramento ufficiali di Futamata. Il vero nome della scuola di Futamata era segreto, la scuola ufficiali “Kurume del Diavolo”, un campo d’addestramento molto duro. Sotto il capitano Shigeo Shigetomi, il cui motto era: “Meglio sudare sul terreno di addestramento, che sanguinare sul terreno di combattimento”, non era consentita la minima trascuratezza. 

Dato il precipitare degli eventi sul finire della seconda guerra mondiale, il normale corso di controspionaggio di 2 anni venne concentrato in tre mesi, come i 230 studenti stipati in una baracca come sardine. Era un campo speciale, in cui si veniva istruiti alla guerra di guerriglia e al controspionaggio, tecniche del tutto nuove e inusuali per un giapponese. Onoda ne mantenne un orgoglioso ricordo: “Il capitano Shigetomi fece di me un ufficiale, e fu il mio orgoglio di ufficiale a farmi resistere trent’anni a Lubang”. Tutto era nuovo. Tutto diverso, stranamente imprevedibile per un ragazzo giapponese di estrazione contadina. La cultura giapponese, d’altra parte, era tutta finita, ma nessuno lo sapeva.

A differenza dei soldati occidentali, i Giapponesi non erano istruiti su cosa dire o non dire in caso di cattura, perciò rispondevano con grande spontaneità. Questo semplicemente perché la resa non era contemplata. In ogni caso non consideravano mai l’Imperatore responsabile della guerra, tanto meno della sconfitta perché il Giappone senza di lui non è più Giappone. In realtà avevano in qualche modo ragione: erano sicuri che se anche il nemico fosse sbarcato, alla fine avrebbero vinto, perché consideravano “il Giappone la terra invincibile degli dèi”.

“Nel partire da Wakayama, dissi a mia madre: Il mio lavoro è quello che è, e quindi può darsi che annuncino la mia morte anche se sono vivo. Perciò, se ti dicono che sono stato ucciso, non pensarci troppo, perché potrei saltar fuori dopo qualche anno”.

Il 26 dicembre 1944 il tenente Onoda venne mandato nelle Filippine quando gli americani erano già sbarcati, due giorni dopo la caduta di san Josè a Mindoro. Inizialmente aggregato alla Brigata Sugi, incaricata della difesa della parte centro-occidentale di Luzon e poi inviato a dirigere le operazioni di guerriglia a Lubang. Un’isola ricca di vacche.  Lunga e stretta, grosso modo 10km N/S per 20km E/O.

L’ordine era: proibito morire. Vi si attenne. “Ce la farò. Anche se non potrò avere noci di cocco, anche se dovrò nutrirmi di erbacce, ce la farò! Gli ordini che ho ricevuto sono questi e li eseguirò!”.

La storia di questi “ultimi giapponesi” può apparire bizzarra agli occhi di un occidentale, soprattutto se smilitarizzato. La maggior parte dei civili non sa che gli ordini devono venire da un diretto superiore e non possono essere modificati da altri. Ma all’epoca le cose andavano diversamente, nell’Impero del Sol Levante la vita e la morte erano prese sul serio. Ancora più in considerazione veniva tenuto l’onore. Le “Istruzioni per i militari” del generale Hideki Tōjō dicevano esplicitamente “Chi non vuole perdere l’onore deve essere forte. Deve tenere sempre alto l’onore della sua famiglia e della sua comunità, e lottare con ardore per non venir meno alla fiducia che esse ripongono in lui. Non abbassatevi mai alla vergogna della prigionia. Accettate la morte senza lasciare dietro di voi un crimine così ignominioso!”.

Perciò, quando il comandante di divisione Yokoyama gli promise a tu per tu: “Qualunque cosa accada, torneremo a riprenderla” Onoda si ripromise semplicemente di combattere fino a quel giorno.

Quando il tenente Onoda arrivò a Lubang vi trovò una cinquantina di soldati di guarnigione, nessuno dei quali aveva la minima intenzione di combattere, tanto meno volevano portare avanti una guerra di guerriglia, dato che pressoché tutti avevano intenzione di scappare. Dovette riconsiderare a ragion veduta quanto gli era stato detto a suo tempo: “Mi ricordai con amarezza di quello che il maggiore Takahashi mi aveva detto nella camera di servizio: La migliore unità dell’esercito giapponese”. “Quando cercai di avviare i preparativi per la guerra di guerriglia che sarebbe seguita, tutti i comandanti mi dissero in tono brusco che i loro soldati avevano troppo da fare per collaborare”.

Venne la mattina del 3 gennaio 1945, quella in cui fu avvistata la flotta americana. La vista sbalordì Onoda al punto di farlo correre a inviare subito un cablogramma: 37 o 38 navi, fra cui 4 portaerei, 4 incrociatori, 2 corazzate e circa 150 mezzi di trasporto. Più un’infinità di mezzi da sbarco. “Solo trent’anni più tardi, quando incontrai il maggiore Taniguchi a ‘punto Wakayama’, potrei sapere con certezza che questo cablogramma era stato ricevuto”.

Non una sola nave si diresse a Lubang. Nel frattempo, al comando giapponese sull’isoletta filippina “tutti quanti non facevano che parlare di suicidio”: non riuscì a convincere nessuno a partecipare alla guerriglia in montagna. Per di più cominciavano a scarseggiare le scorte di riso e come se non bastasse, alcuni lavativi si erano messi a barattare sacchi di riso con zucchero per 2 a 1: “calcolai che se ogni uomo avesse consumato solo quattro tazze di riso al giorno, avremmo potuto tener duro fino ad agosto”.  “Se il nemico ci avesse attaccati all’ora del rancio, saremmo stati tolti di mezzo in men che non si dica”. “Avevo proprio a che fare con un branco di idioti”.

Alla fine, a seguito di un devastante bombardamento dal mare e dal cielo, ecco sbarcare un battaglione di marines con quattro carri armati. “Allo sbarco degli americani, gli isolani si schierarono al loro fianco”.

Durante la prima ritirata un proiettile americano gli trancia la punta del mignolo. Ne segue un periodo di depressione: aveva permesso al nemico di sbarcare senza difficoltà: “Come agente segreto militare, ero un fallito”. “Per via trovai sul ciglio del sentiero degli involti di gomma americana. Vidi anche un bolo che penzolava dalle foglie di un arbusto. Noi ci affannavamo tanto per salvare la pelle, e intanto quei beceri ruminavano gomma mentre combattevano! Ero più depresso che in collera. Quei pezzetti di carta stagnola mi diedero la misura della batosta che avevamo subito”

A noi danno la misura dell’assurdità di una guerra tanto impari, il Giappone (e tanto meno l’Italia) non avrebbe mai potuto permettersi di sprecare della carta da stagnola per avvolgervi della gomma da buttare. Questo sputare sulla miseria dovrebbe far riflettere qualsiasi governo prima di farsi venire qualsiasi sciocca velleità.

Tuttavia, dopo i primi giorni di combattimento, durante i quali morirono quasi tutti i giapponesi, quella che potremmo definire in gergo tecnico “guerra organizzata” terminò. Restava la macchia. La lunga macchia verde e umida che, come un anaconda temporale, si sarebbe mangiata l’intera giovinezza di Hiroo Onoda, tenente del controspionaggio imperiale nipponico.

Un giorno il caporale Fujita trovò nella foresta un fucile modello 99.  Onoda vole scambiarlo con il suo 38, perché aveva 300 pallottole buone per il 99: “Tenni questo questo modello 99 per tutti i miei trent’anni a Lubang”.

Verso la metà di ottobre del ’45 i guerriglieri videro il primo volantino: “La guerra è finita il 15 agosto, scendete dalle montagne!”. Si riferiva all’annuncio alla radio dell’accettazione dei “termini di Postdam” da parte dell’Imperatore Hirohito. In realtà la resa formale era stata firmata sulla U.S.S. Missouri il 2 settembre. Verso la fine dell’anno un boeing-B17 gettava volantini con la dichiarazione di resa del generale Yamashita.“Non nutrivamo il minimo dubbio che ci trovassimo di fronte a uno stratagemma del nemico” dichiarerà il reduce.

Venne il 1946: “Alla mattina del nuovo anno ci inchinammo al sole nascente e giurammo di fare del nostro meglio nell’anno entrante”. Erano rimasti, oltre a Onoda, Kozuka, Akatsu e Shmada, gli ultimi quattro giapponesi su tutta l’isola. Kozuka disse: “Io resto con te. Combatterò fino alla fine. Se questi due vigliacchi vogliono arrendersi, che lo facciano pure!”. Così giurarono tutti di restare a combattere.

Il caporale Shimada proveniva da una famiglia contadina, grande e grosso era il più forzuto dei quattro. Insegnò agli altri il modo di intessere i sandali di paglia noti come waraji . Anche Kozuka era contadino, ma proveniva da una famiglia più agiata, era esile e molto taciturno. Akatsu era il più debole, figlio di un ciabattino e l’unico che indietreggiava davanti al nemico. Anche in Giappone vige la regola europea: sono i contadini il nerbo della truppa.

“Avevamo due bombe a mano a testa e due pistole. C’erano trecento pallottole per il 99 e novecento per i 38. Inoltre, avevamo seicento pallottole Lewis per mitragliatrice, che più tardi adattammo in modo che potessero essere usate nel 99”.

Più passavano gli anni e più spesso trovavano pile di giornali alte anche sessanta centimetri. Si convinsero che dovevano essere ristampe americane di giornali giapponesi filtrate di quelle notizie che non avrebbero voluto far sapere. Erano certi che la guerra stesse continuando: “Se il Giappone avesse veramente perso la guerra, in Giappone non avrebbe dovuto esserci alcuna traccia di vita: tutti dovevano essere morti”

Quando era partito per le Filippine nel ’44 la frase “ichioku gyokusai – cento milioni di anime stanno morendo per l’onore” era già sulla bocca di tutti. Questo significava che ogni singolo giapponese si sarebbe battuto fino alla morte piuttosto che arrendersi. I ragazzi dell’epoca la avevano presa alla lettera: “di conseguenza, se almeno un giapponese era ancora vivo, significava che il Giappone non si era ancora arreso”. Dopo tutto “avevamo giurato che avremmo resistito ai demoni americani e inglesi fino alla morte dell’ultimo di noi. Se fosse stato necessario, perfino le donne e i bambini avrebbero resistito con paletti di bambù e avrebbero venduto cara la pelle”.

“Mi arruolai, è vero, come volontario, ma, essendo nato di sesso maschile e nazionalità giapponese, considerai mio sacro dovere, una volta considerato abile e arruolato nell’esercito, diventare un soldato e combattere per il Giappone. Entrato nell’esercito, feci la scuola per ufficiali. Quando mio fratello Tadao venne a trovarmi mentre seguivo il corso, mi chiese se fossi pronto a morire per il mio paese. […] Fu un giuramento solenne, ed ero deciso a mantenerlo”.

E proprio uno dei suoi fratelli fa parte delle prime squadre di ricerca su Lunbang, ma ormai la mente di Onoda è ossessionata dalle tecniche dei servizi segreti e dagli imbrogli del nemico. Un giorno suo fratello canta una canzone nota risalente ai tempi della scuola media a Tokyo. Onoda lo riconosce, sta per credere che sia veramente lui, ma Toshio, per un moto d’emozione dato dalla consapevolezza di doversene andare l’indomani incrina la voce. Onoda interpreta la nota stonata come fallimento dell’imitatore, ridendo sotto i baffi volge le spalle al fratello. Lo saprà solo decenni più tardi.

Akatsu disertò nel 1949. Condusse una squadra speciale dell’esercito filippino. La maggior paura dei giapponesi era il gas asfissiante, così il tenente li costrinse a portarsi dietro per mesi un asciugamano intriso di urina da utilizzare come maschera antigas. Resistono. “Eravamo solo in tre, ma riuscivamo a tenere in scacco una cinquantina di soldati”. In ogni caso “non volevamo essere considerati dei soldati sbandati”.

Nel 1959 i giapponesi erano dediti alla guerra di guerriglia su Lubang da quindici anni e l’unica cosa di cui potevano essere sicuri era quello che era stato vero verso la fine del 1944. E di quello che avevano giurato di fare. Ma i giornali trovati mostravano un Giappone prospero e florido, perciò “come si poteva dire che avevamo perso la guerra?”.

La salute psicologica declina lentamente ma costantemente con il passare degli anni, ragion per cui i soldati finirono per speculare su una folle fantapolitica, frutto della distillazione dei giornali pervenuti. Una geopolitica immaginaria per cui l’Asia avrebbe formato una Lega presieduta dal Giappone, che ora dominava Siberia orientale, Manciuria, Giava e Sumatra, con lo stato fantoccio della Cina di Mao e l’India indipendente. Una Lega asiatica sotto una leadership nipponica impegnata in una battaglia economica contro gli Stati Uniti.

Alla vera impellente domanda “quando le Filippine si sarebbero staccate dagli Usa per schierarsi al fianco del Giappone”, l’unica risposta logicamente consequenziale alla contorta ragion politica degli ormai due soli nipponici resistenti non poteva che essere “penso che sia solo questione di tempo”. Fa quasi tenerezza oggi constatare tanta ingenua eroica tenacia. Non avevano più avuto notizie dal 1944 e non contribuì certo il fatto che Lubang dopo la guerra divenne bersaglio delle esercitazioni dell’aeronautica filippina. 

Se gli avessero fatto pervenire giornali del ‘46 o del ‘49 avrebbero capito che la guerra era finita, ma ormai non avevano più gli strumenti culturali per interpretare giornali del ‘59. “Pensavamo sempre che gli americano avessero alterato gli articoli originari con lo scopo di ingannarci” vivevano in un corto circuito ermeneutico irrisolvibile per quelle che erano le conoscenze di un uomo della giungla. “Mi costruii un mondo immaginario adatto al giuramento che avevo fatto quindici anni prima. […] Ecco perché non fui psicologicamente in grado di rispondere neppure quando vidi dei membri della mia famiglia e li udii che mi chiamavano. Solo quando fui tornato in Giappone e, affacciatomi alla finestra del mio albergo, guardai le vie di Tokyo, mi resi conto che il mio mondo era completamente immaginario”. «Quando finalmente vidi quelle migliaia di automobili che affollavano le strade di Tokyo e la ferrovia sopraelevata, senza poter scoprire nessuna traccia di guerra da nessuna parte, maledii me stesso. Per trent’anni a Lubang avevo pulito il mio fucile ogni giorno. Perché mai?».

In queste parole si può leggere tutto il dramma di un ragazzo che ebbe l’unica colpa di essere un uomo vero in un mondo di marionette. Tutti quegli anni a combattere per un mondo che oggi definiamo immaginario, ma non credo sia giusto definirlo così, quel mondo fu reale come l’acciaio, il boato delle bombe e la morte, solo non è più. È storia. Come le Termopili o Campaldino, vive solamente di riflesso nel cuore di chi ancora ama.

Immaginiamo Onoda alla finestra di una Tokyo futuristica, una lacrima riflette nel vetro scuro gli ultimi trent’anni di fame e umidità. Non vede più le auto, vede la foresta di Lubang, dove durante la stagione delle piogge le uniformi militari marcivano letteralmente addosso. Ritorna indietro con la mente. 

I vestiti con cui uscì dalla jungla se li era cuciti da solo, rattoppando e assemblando vestiti requisiti agli isolani e le vecchie uniformi. Rinforzando sedere ginocchia e spalle. Per le scarpe riutilizzava la tomaia di cuoio più volte ma sostituiva le suole di gomma prese da scarpe degli isolani. “Dato che gli isolani assistevano le squadre d’assalto nemiche che venivano per snidarci, li considerammo anch’essi nemici”.

Forse sente la voce di Shimada. Si appisola. Si sveglia di colpo, era uno sparo? Nel 1953 Shimada venne ferito a un ginocchio da un colpo di carabina sparato proprio da un pescatore filippino. L’unico rimedio del medico Onoda fu, acqua bollita, panni cambiati e grasso di vacca. Gli salvò la gamba. Purtroppo però, il caporale Shimada venne ucciso l’anno successivo: un colpo in mezzo agli occhi sparato da una squadra di ricerca di montagna dell’esercito filippino. Fu un duro colpo. Era il 7 maggio 1954. 

“Dopo circa due mesi, tornammo nella valletta dove Shimada era stato ucciso. Mi soffermai là a lungo, le mani giunte in atto di preghiera. Io e Kozuka giurammo di comune accordo che in un modo o nell’altro avremmo vendicato la morte di Shimada. […]Mi asciugai la guancia col dorso della mano. Per la prima volta da quando ero a Lubang, stavo piangendo”. “Avevo conservato e tenuto pulite le mie pallottole per tutti quegli anni, e ora volevo che ciascuna di esse facesse il maggior danno possibile”.

La fame. L’alimentazione era a base di banane, che venivano affettate verdi con la buccia e fatte bollire insieme a carne secca nel latte di cocco. Non era cibo buono, ma c’era solo quello.

Tre vacche bastavano a un uomo per un anno. In due impiegavano circa un‘ora per macellare un animale. Per i primi tre giorni avevano carne fresca, ma constatavano che la temperatura corporea si alzava moltissimo mangiando carne e dovevano aumentare il consumo di latte di cocco per bilanciare. Il quarto giorno ne bollivano la maggior quantità possibile, il resto lo seccavano. Da una vacca ricavavano circa 250 fette di carne affumicata. Requisivano anche riso, ma poco, perché era necessario troppo tempo per mondarlo. Facevano minestre con carne, foglie di papaya o melanzane, sale e pepe.

“Verso il 1959 arrivammo a procurarci caffè e un po’ di cibo in scatola dalle case degli isolani. Chiamavamo queste incursioni le spese per la sera”. Quello che non mancava mai era l’acqua, anche se la facevano sempre bollire, per quanto sembrasse cristallina.

“Durante il mio soggiorno nell’isola, rimasi a letto con la febbre solo due volte. Kozuka ebbe due volte il calcagno trafitto da punture di spini, ed entrambe le volte il piede gli si gonfiò. In compenso non fu mai malato”.

Per la stagione delle piogge, nel giro di setto otto ore lui e Kozuka costruivano un bahai che in lingua locale significa casa, in realtà una capanna che si inzuppava, il luogo più asciutto per la legna e i fucili. Nella stagione secca in tende o all’aperto scegliendo terreni con pendenze del dieci per cento per potersi guardare in giro senza alzarsi. Per evitare di scivolare mettevano delle borse sotto i piedi. Dormì con una borsa con cinque cartucce sempre per trent’anni. Usarono sempre i soliti posti per tre o quattro anni. 

“Il giorno di Capodanno facevamo la nostra versione del ‘riso rosso’, cioè riso e lenticchie, che in Giappone viene servito nei giorni di festa. Noi non avevamo lenticchie, ma usavamo al loro posto una qualità di fagiolini che crescevano a Lubang. Il giorno di Capodanno preparavamo anche un minestrone speciale di carne e di foglie di papaya, insaporito con limone. Doveva surrogare la minestra di carne e verdure che in Giappone si chiama ozōni e viene sempre servita sotto le feste della fine dell’anno. La mattina del primo giorno dell’anno c’inchinavamo in direzione del palazzo dell’imperatore, che secondo noi doveva trovarsi a nord est. Poi ci auguravamo formalmente buon anno, rinnovavamo il nostro giuramento di comportarci da bravi soldati e facevamo onore al nostro banchetto di “riso rosso” e di ozōni”.

Questa era la vita del guerrigliero su Lubang.

“Ungevamo i nostri fucili con olio di palma per impedire che arrugginissero e li pulivamo accuratamente ogni volta che ne avevamo il tempo”. “L’acqua tendeva a far marcire il calcio, allora dovevamo a volte togliere le munizioni e appendere i nostri fucili al di sopra del fuoco perché si asciugassero. A poco a poco il calcio e le cinghie dei fucili assorbirono tanto olio di palma che i topi li azzannavano, soprattutto le cinghie e quando ci fermavamo in un posto dove pullulavano i topi eravamo costretti ad appender ei fucili a delle liane al di sopra della portata dei roditori”.

“Un flagello peggiore dei topi erano le formiche. Non è esagerato affermare che la parte montuosa di Lubang era un solo enorme formicaio”. L’occupazione preferita di questi artropodi pare fosse quella di entrare nei fucili per portarvi sporcizia. A Lubang ci sono almeno cinque tipi di formiche che pungono come api, una volta punti se non si è fortunatamente immuni, la parte molle si gonfia immediatamente, può sanguinare a più riprese e causare febbre. C’erano anche scorpioni, millepiedi le cui punture provocavano gonfiore generico in tutto il corpo e serpenti grossi come la coscia di un uomo.

Onoda dovette accorciare il calcio del fucile di tre centimetri perché era marcito, così si adattava meglio alla sua corporatura. Quando Shimada fu ucciso lasciarono per la fretta le baionette sul posto, per fortuna poi trovarono delle baionette americane in casa di un isolano, una volta regolate con la lima potevano essere innestate sugli Arisaka. Le requisirono. Requisirono anche la lima.

Le borse delle munizioni erano ricavate da scarpe di gomma, oltre a quelle e ai cinque colpi nel fucile portava cinque pallottole nelle tasche, così da avere sempre sessanta munizioni addosso. 

Con il passare degli anni gli isolani miglioravano il proprio tenore di vita, “questo significava che non solo disponevano di più cose degne di essere rubate, ma anche che lasciavano più oggetti in giro, nella foresta o in altri luoghi accessibili. Così, il nostro tenore di vita tese a migliorare di pari passo con quello degli isolani”, ragion per cui la vita nella giungla fu sempre difficile, ma meno difficile negli ultimi cinque anni rispetto ai primi cinque.

“Con l’intento di aprire la strada alla squadra da sbarco giapponese che non avevamo cessato di aspettare, adottammo tattiche di guerriglia volte ad ampliare il territorio sotto nostro controllo e a tenere fuori qualsiasi intruso nemico”. Per esempio, bruciavano i mucchi di riso appena raccolto dagli isolani per avvertire con gli alti fuochi le truppe giapponesi in prossimità di Lubang che la “squadra Onoda” era ancora viva e continuava a fare il proprio dovere. 

“Gli isolani denunciavano naturalmente le nostre incursioni alla sede locale della polizia e la forza pubblica veniva di corsa. Avevamo pochissimo tempo per appiccare il fuoco, impadronirci di qualsiasi cosa gli isolani avessero lasciato incustodita e riguadagnare la foresta”. Verso la fine del 1965 recuperarono sulla spiaggia una radio a pile. Le pile di ricambio le recuperavano dagli isolani. 

Ovviamente non credettero a niente di quanto trasmesso. “Non credemmo per un solo istante che la guerra fosse finita. Al contrario, ci aspettavamo che l’esercito giapponese facesse sbarcare a Lubang un corpo di spedizione o almeno degli agenti segreti col compito di mettersi in contatto con noi”. Siccome la parte sud dell’isola era considerata la zona più adatta allo sbarco giapponese decisero di controllarla sparando di quando in quando dei colpi intimidatori contro gli abitanti filippini. Solo più tardi seppero che questi avevano ordine di sparare a vista. Fu così che venne ucciso Shimada.

Le ragioni di tanta ostinazione o fedeltà, per come la si vuol guardare, deriva dalla mentalità gerarchica orientale differente da quella americana e occidentale. Nutrivano un senso elevato dell’onore e di lealtà incondizionata all’Imperatore. Il Giappone, la più sviluppata società asiatica, aveva raggiunto unità nazionale, industrializzazione e piena alfabetizzazione oltre che un perfetto sistema gerarchico a livello sociale, perciò “l’anarchia avrebbe regnato nel mondo finché ogni nazione avesse goduto di una sovranità assoluta; era perciò necessario che il Giappone si impegnasse in una lotta per stabilire una gerarchia, al cui vertice, naturalmente doveva esservi il Giappone stesso” (Il crisantemo e la spada, Ruth Benedict). Ogni nazione doveva occupare il posto che le era assegnato. 

Per i giapponesi si trattava di una lotta dello spirito contro la materia. Inoltre, per i giapponesi, esperti pianificatori, la sconfitta fu inconcepibile e parola inconfessabile fino all’amara realtà dell’atomica. “Quando gli americani cominciarono a bombardare le città giapponesi, il vicepresidente dell’Associazione dei Produttori del Materiale Aereo disse alla radio: Gli areoplani nemici sono giunti alla fine proprio sulle nostre teste. Tuttavia, noi che siamo impegnati nel campo della produzione aerea, e che ci eravamo sempre aspettati che questo dovesse succedere, a avevamo già messo a punto ogni preparativo per fronteggiare questa eventualità… Pertanto, non vi è assolutamente nessun motivo per essere preoccupati” (Il crisantemo e la spada).

Il tenente Onoda alla fine di questa storia, tragica e mistica, si ritrova in piedi davanti alla tenda del maggiore Taniguchi. Si compie l’ultimo atto del dramma: “Mi porse un pacchetto di sigarette con sopra un crisantemo, lo stemma imperiale, io lo accettai e, tenendolo davanti a me col rispetto dovuto all’imperatore, indietreggiai di due o tre passi”. La verità. “Lo zaino sulla schiena divenne di colpo pesantissimo”. “Dunque avevamo davvero perso la guerra? Come avevamo potuto essere così sprovveduti?”. “I miei trent’anni di guerrigliero dell’esercito giapponesi erano conclusi di colpo. Era la fine”. 

Il tenente Onoda Hiroo, classe 1922, nato a Kainan, prefettura di Wakayama, quinto di sette figli, il più basso ragazzo della scuola, consegnò quel giorno il fucile, pulito e curato come un bimbo.

Note bibliografiche: Hiro Onoda “Dietro le linee”, Edizioni AR

3 commenti su “Hiroo Onoda: il Giappone che non si arrese”

  1. Grandissimo popolo.

    Naturalmente con tutti i limiti dell’umano e con le dovute eccezioni.

    Immenso il mio rispetto per questo grandissimo popolo. E parlo per esperienza.

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