I fatti di Genova commentati da Giano Accame

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I FATTI DI GENOVA 1960 COMMENTATI DA GIANO ACCAME


“La caduta del governo Tambroni, a cui sin dall’inizio avevano puntato Fanfani, Saragat, La Malfa, venne imposta dalla piazza con le violente manifestazioni di protesta contro il sesto congresso nazionale del MSI che, nelle intenzioni dei suoi organizzatori, avrebbe dovuto sancire la definitiva legittimazione democratica di un movimento sorto nel dopoguerra dalle nostalgie fasciste. Da anni Genova, dove eleggevano un deputato e diversi consiglieri comunali, era considerata una buona piazza per i missini. Ma tanto il governo quanto la classe dirigente missina sottovalutarono sia l’ambiente degli ex partigiani, già esasperati da lunga frustrazione (mito della “resistenza tradita”), sia quello dei socialcomunisti poco disposti a rimanere soli nel ghetto, mentre i neofascisti si stavano aggiungendo alla diga delle forze moderate per emarginare la sinistra. Questi gravi errori di valutazione ed il conseguente carattere pretestuoso dei gravi incidenti scatenati a Genova, segnarono una svolta epocale: dal luglio 1960 il ghetto politico si richiuse sempre più intorno ai missini, mentre i comunisti gradualmente riuscirono a uscirne facendo leva sul mito della resistenza, divenuto da allora (mentre non lo era stato nei quindici anni precedenti) il valore cardine e il costante punto di riferimento dei partiti usi a riconoscersi nel cosiddetto “arco costituzionale”. Ma le sinistre non si limitarono al successo simbolico ottenuto impedendo il congresso del MSI: le agitazioni proseguirono in tutta Italia puntando a far cadere il governo Tambroni. Di per sé i fatti di Genova ebbero relativamente poco del carattere epico con cui sono stati ricordati, essendosi risolti nel tentato annegamento di un ufficiale della Celere nella fontana di piazza De Ferrari e nel ferimento di centocinquanta agenti di una polizia a cui non fu consentito l’uso delle armi da fuoco.  La fermezza delle forze dell’ordine che mancò a Genova, si convertì in eccessi nei giorni successivi a Roma, a Reggio Emilia (cinque morti), a Palermo, a Catania e a Licata dove, sotto il fuoco della polizia, trovarono la morte altre cinque persone. Cessate le manifestazioni, il 19 luglio cessò anche il governo. A sostituire Tambroni venne richiamato Fanfani alla guida di un governo che servì da transizione verso la prima formazione considerata di centrosinistra realizzata, sempre con Fanfani, nel febbraio del 1962, scaricando dalla maggioranza i liberali e imbarcando nel governo socialdemocartici e repubblicani, con l’appoggio esterno del PSI che ottenne, come pegno politico, la nazionalizzazione dell’industria elettrica. I fatti di luglio 1960, contribuendo platealmente a dimostrare quale prezzo poteva costare in termini politici e di ordine pubblico l’inclusione della destra  in una maggioranza, segnarono una lunga svolta nella vita politica italiana. Da allora per decenni (sino al 1994), con poche eccezioni limitate a qualche elezione presidenziale (di Segni nel 1962, di Leone nel 1971), ai voti della destra venne assegnata una valenza quasi esclusivamente negativa: validi quando si sommavano a quelli del PCI nelle battaglie di opposizione, ma inquinanti quando si univano ai partiti d’ordine per sostenere i governi. La rivincità degli ex partigiani e dei socialcomunisti, dopo tre lustri di contrastata reputazione e di emarginazione, coincise con il definitivo prevalere della partitocrazia, che si sovrappose ai moduli formali della democrazia parlamentare.”
Note tratte da: Una Storia della Repubblica, di Giano Accame – Edizioni Bur, 2000.
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