Di Massimo Filippini (*)

I TRADITORI DI CEFALONIA DI CUI NON SI PARLA:

UFFICIALI ITALIANI CONSEGNANO ARMI AL NEMICO

  Uno dei tanti episodi che caratterizzarono le tragiche vicende di Cefalonia che i nostrani ‘gendarmi comunisti della memoria’ – sedicenti depositari della verità storica  – hanno sempre volutamente sottaciuto, riguarda ciò che di penalmente rilevante venne commesso da due “fasulli eroi” ad essi tanto cari, i cui nomi più volte vengono esaltati nelle trattazioni di false e di comodo del purtroppo autentico martirio della Divisione Acqui (settembre 1943). I due “fasulli eroi” di cui vorremmo parlare in questa sede sono i capitani Amos Pampaloni e Renzo Apollonio, il primo esaltato soprattutto dai suoi compagni di fede comunista, ma – ad onor del vero – mai dichiaratosi ‘eroe’, a differenza del secondo che, in seguito alle sue strombazzate “prodezze” (di cui parleremo) compiute a Cefalonia, a guerra finita ebbe l’impudenza di aspirare ad una medaglia: onorificenza che, per fortuna, le Forze Armate Italiane rifiutarono però di concedergli quale aggiunta a i già incredibili benefici ottenuti, quali la promozione, per meriti di guerra, da capitano a maggiore ed infine quella a generale di Corpo d’Armata.

Ma veniamo ai fatti. Subito dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre del ‘43, i nostri due ‘eroi’ si resero in realtà responsabili della consegna di armi al nemico, cioè ai partigiani greci di Cefalonia, commettendo un ben preciso reato – quello di tradimento – che anziché condurli al plotone di esecuzione li innalzò successivamente all’onore degli altari resistenziali ove rimasero impuniti e riveriti: icone di una storia, quella di Cefalonia, troppo spesso malversata da storici di dubbio valore e integrità morale. Per la cronaca, maestro in quest’arte assai discutibile si è rivelato l’insegnante toscano di lingua tedesca Paolo Paoletti, in virtù della sua asserita frequentazione non soltanto degli “archivi militari italiani”, ma addirittura di quello tedesco di Friburgo dove a suo dire avrebbe ‘scoperto’ importanti ed unici documenti su Cefalonia in realtà già presenti negli scaffali nostrani, insieme con molti altri che, assai stranamente, il Paoletti non si è mai degnato di citare, forse  per non compromettere le sue tesi preordinate al solo ed unico scopo di riabilitare il principale responsabile ‘italiano’ di Cefalonia, il ben noto capitano Apollonio, scanagliando con la taccia di ‘traditori’ il generale. Antonio Gandin (Avezzano, 1891Cefalonia, settembre 1943), comandante della Divisione Acqui, ed altri ufficiali i quali, a differenza dei suoi ‘protetti’ fecero il proprio dovere fino in fondo, venendo poi fucilati dai tedeschi. Ebbene, proprio questo bilingue ricercatore, operando un magistrale ribaltamento della verità, ha dato libero sfogo alle sue macabre fantasie fondate sul dato assolutamente falso degli oltre 10.000 nostri soldati ‘massacrati’ dai tedeschi a Cefalonia per colpa del ribaldo generale Gandin, nel suo libro “I traditi di Cefalonia”, reiterando poi l’infame accusa in un successivo saggio dedicato alla riabilitazione di Apollonio dipinto come un purissimo eroe circondato, per converso, da una massa di  vili filonazisti: combriccola di cui avrebbe fatto parte non soltanto il già citato Gandin, ma anche altri suoi diretti collaboratori della sfortunata Divisione Acqui , non escluso il cappellano Romualdo Formato, a dire di Paoletti un accanito filo-teutonico il quale –dopo aver ‘sbrigato’ l’ingombrante pratica dell’assistenza spirituale agli ufficiali in procinto di essere fucilati – si sarebbe posto al soldo dei nazisti, come si evince dalla frase che riportiamo tratta dal libro dello stesso Paoletti: “… Ancor più grottesco e offensivo per i partigiani combattenti è che il frate che aveva accettato il soldo nazista abbia ricevuto anche una Medaglia d’Oro commemorativa della Resistenza Italiana. Cos’aveva a che spartire questo sacerdote con la Resistenza che non fece almeno fino al 31 dicembre 1944? Crediamo che don Formato sia uno dei pochi volontari della RSI che sia riuscito a ricevere la medaglia d’Oro al Merito della Resistenza dalla parte politica opposta…” (P. Paoletti – “Il Capitano Renzo Apollonio, l’eroe di Cefalonia”). Questa premessa ci è parsa doverosa per dare prova dell’infimo livello cui – grazie all’opera di soggetti come il Paoletti – è precipitata certa storiografia italiana d’accatto.

Ma torniamo alle poco edificanti gesta dei  capitani Amos Pampaloni e Renzo Apollonio, tanto cari a Paoletti. Elementi che nella baraonda di quel travagliato settembre del 1943 non si fecero scrupoli – come si è detto – nel ‘donare’ armi italiane ai partigiani comunisti greci dell’ELAS.

 La consegna delle suddette armi avvenne, come s’è detto, subito dopo l’8 settembre e cioè prima, che al comandante della Divisione Acqui, generale Gandin, pervenisse l’ordine di resistere ai tedeschi: cosa che avvenne, a seconda delle fonti, l’11 o il 14 settembre. Va ricordato che, in tale proprio in tale lasso di tempo lo stesso Gandin avviò febbrili trattative sulla base dell’unico ordine ricevuto dal Comando dell’XI^ Armata di Atene, che prescriveva la cessione delle artiglierie e delle armi pesanti ai tedeschi. Orbene, in questo delicato frangente, i nostri “eroi” Pampaloni ed Apollonio pensarono bene di consegnare armi ed altro materiale ai ribelli comunisti greci (che, per inciso, si erano già macchiati di orrendi delitti ai danni di soldati del Regio Esercito e di quello tedesco) i quali ovviamente nulla avevano a che fare con la questione insorta tra gli ex alleati italo-tedeschi in virtù dell’armistizio, essendo rimasta comunque invariata la loro posizione di avversari di entrambi gli schieramenti. Ciò non impedì, tuttavia, che i due ufficiali italiani si comportassero da autentici traditori, e da formidabili irresponsabili, fornendo a dei delinquenti comuni il necessario per proseguire la loro sanguinosa guerra.

Di questi assassini trattò ampiamente lo scrittore inglese Louis De Bernières che, malgrado le tante inesattezze scritte in un suo libro circa la vicenda di Cefalonia, ricostruì però esattamente il modo di pensare e di agire dei partigiani dell’ELAS. Per inciso ricordiamo che le critiche mosse dal predetto ai criminali comunisti suscitarono ovviamente l’ira dell’ex capitano Pampaloni, di recente scomparso, il quale, essendo divenuto, dopo la conclusione della vicenda di Cefalonia, un autorevole esponente di tali formazioni, considerò ovviamente sacrileghe le corrette considerazioni di De Bernières.

Di tale dazione di armi ai partigiani greci abbiamo detto “ad abundantiam” nei nostri libri e nel sito www.cefalonia.it non mancando di metterne in luce l’aspetto penalmente rilevante e punibile, oltretutto, con la più grave delle sanzioni –la pena di morte- a norma del Codice Penale Militare allora vigente che, purtroppo, non trovò applicazione né al momento della commissione di tale reato –e ciò è comprensibile data la confusione e le complicità del momento – né successivamente, quando si provvide addirittura a decorare con medaglia d’argento il Pampaloni e ad elargire riconoscimenti e ricompense ad Apollonio. Il tutto, ovviamente, alla faccia dei poveri caduti della Divisione Acqui, non ultimo il padre di chi scrive. A questo punto ci preme ricordare che i fatti (veri) di cui si è detto vennero anche riportati da un superstite di quelle sciagurate giornate in un suo diario, pubblicato ad opera del figlio, con il titolo “Tra marosi e nebbie – Memorie di un sopravvissuto all’eccidio di Cefalonia”. Trattasi di un diario scritto da Mariano Barletta, un ufficiale subalterno di Marina, salvatosi fortunosamente dalla rappresaglia di cui le belve tedesche si resero protagoniste, anche grazie ad una sequenza imbarazzante di colpevoli comportamenti posti in essere da un coacervo di nostri compatrioti, cialtroni ed incoscienti, dal nostro Comando Supremo e dagli Alleati che mostrarono una cinica e pressoché totale indifferenza di fronte alla tragedia della Divisione Acqui.

Nelle ‘Memorie’ (a pagina 32), descrivendo il trasferimento del personale di Marina, ordinato per motivi precauzionali, nel mentre erano in corso le trattative del Comando di Divisione con i tedeschi, da Argostoli alla località di Faraò, sede di una batteria di Marina, l’autore così riporta: “(…) Finalmente giungemmo a Faraò; fuori del campo cintato della batteria vi era un po’ di ressa, generalmente giovani greci che stavano lì a curiosare ed a commentare. Stavo per varcare l’ingresso quando un giovane ben vestito, alto, magro, con baffetti neri, mi si avvicinò e, dopo essersi qualificato ufficiale dell’esercito greco, mi domandò ” Perché non date le armi anche a noi?”.

Oltre ad essere ben lontano dal prevedere che mi si potesse fare una tale domanda, tenuto conto soprattutto del mio modesto grado militare, non sapevo che c’era già una certa intesa tra nostri ufficiali d’artiglieria ed i capi della resistenza greca nell’isola e che già si procedeva a distribuire armi ed approvvigionamenti ai patrioti; di conseguenza fissai meravigliato quel giovane e mi limitai a dirgli che la controversia riguardava soltanto noi e i tedeschi (…)”.

Parole queste che, a nostro avviso, costituiscono un‘ulteriore prova dell’operato di alcuni ufficiali di artiglieria che, ad onta dei doveri su di loro incombenti, non ebbero scrupoli nel comportarsi da traditori, rifornendo di armi le bande ribelli. A tale proposito, rammentiamo che in più occasioni il capitano Pampaloni ebbe poi a vantarsi – al contrario di Apollonio che optò per una tattica più fruttuosa (alla sua carriera), cioè quella del silenzio- di aver fornito armi ai greci. Nel 1945, il Pampaloni riferì al colonnello Moscardelli, che dietro incarico dell’Ufficio Storico dell’Esercito, stava preparando il libro “Cefalonia” pubblicato lo stesso anno dallo Stato Maggiore, quanto segue: “Presi contatto col comandante dei patrioti greci di Cefalonia e con altri elementi del Fronte Nazionale di Liberazione: assicuratomi della loro collaborazione completa mi accordai per la consegna d’armi munizioni. Feci quindi ritirare dalla nostra polveriera armi e munizioni che furono messe a disposizione dei greci” (pagg. 25-26).

Abbiamo voluto riportare di proposito la data di detta dichiarazione (1945) perché non risulta che il colonnello Moscardelli abbia mai inoltrato denunzia contro il predetto, ed anche per far rilevare come nel successivo processo a suo carico, celebratosi tra il 1956 e il 1957, il G. Istruttore non lo abbia neanche interrogato su tale fatto di cui non poteva non essere a conoscenza e ciò la dice lunga su un processo che definire alla stregua di una vergognosa farsa è solo un dolce eufemismo come documentano “La vera storia dell’eccidio di Cefalonia” e “La tragedia di Cefalonia – Una verità scomoda”.

Al riparo pertanto da qualsiasi possibile incriminazione, il nostro ‘eroe’ confermò il suo racconto asserendo in un’intervista successivamente resa al professore tedesco C. Schminck – Gustavus quanto segue: “Io avevo dato le nostre armi ai partigiani. Sa, i greci sono molto radicali nei loro sentimenti: o ti odiano o ti adorano. Io per il fatto di aver consegnato le nostre armi, per loro ero un eroe, un grand’uomo”.

“Le armi ? Ma dove le aveva prese ?”

“Nei giorni dopo l’8 settembre svolgevo un servizio di guardia alla polveriera e all’armeria della divisione. Vennero dei partigiani greci e mi chiesero delle armi. Diedi loro dei moschetti e delle munizioni”. (v. La div. Acqui a Cefalonia – Mursia 1993 pag. 250).

Ci sembra opportuno, a questo punto, chiudere l’edificante rassegna riportando alcuni stralci dell’articolo “Il redivivo di Cefalonia”, scritto dal Pampaloni per la rivista Storia e Dossier (fascicolo di aprile 2000), un tempo edita a Firenze, sua città natale, che non mancò di conferirgli attestati e benemerenze.

Nel sopracitato articolo troviamo scritto: “Devo dire che la mattina del 9 settembre, dopo l’armistizio, la mia batteria era di guardia al magazzino divisionale delle armi e munizioni e io feci distribuire ai partigiani greci moschetti e mitragliatrici dato che il magazzino ne aveva in abbondanza”.

Se dunque il Pampaloni, nel corso di un processo serio, sarebbe stato considerato “reo confesso”, l’Apollonio invece, stante il suo interessato silenzio, avrebbe potuto evitare più facilmente una condanna che, tuttavia, un onesto inquisitore, sulla base dei documenti esistenti nell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito, contenenti gli “elogi” a lui rivolti nelle dichiarazioni di un “tenente” greco dell’ELAS, G. Georgopoulos, avrebbe potuto comunque pretendere. D’altro canto, perfino il suo ‘apologeta’ Paolo Paoletti – sia pure dietro nostro input- fu costretto a scrivere nel suo ‘I traditi di Cefalonia’ (pag. 286) che “Il comportamento del cap. Apollonio fu sicuramente censurabile quando distribuì armi ai partigiani greci prima dell’ordine di considerare i tedeschi come nemici (…)” Per la cronaca, si noti con quanta disinvoltura, Paoletti usi il termine “censurabile” riferendosi ad un comportamento integrante un reato punibile con la pena di morte. Ma veniamo al testo della dichiarazione con gli elogi rivolti al futuro generale di Corpo d’Armata Renzo Apollonio per avere effettuato la “consegna di armi ai ribelli greci”.

 

Argostoli 12 ottobre 1944

 

Io sottoscritto Dionisio Georgopulos, tenente dell’ELAS dichiaro che ho conosciuto il capitano antifascista Renzo Apollonio nel settembre 1943. Dal giorno 9 fino al 13 settembre 1943 prima di iniziare a combattere contro i tedeschi, il capitano Apollonio ch’era il Comandante dei reparti antitedeschi della Divisione “Acqui”, aveva svolta collaborazione col tenente colonnello Kavadias e col tenente Migliaressi patrioti greci del comando dell’ELAS di Cefalonia. Io ero presente l’11 settembre 1943 quando il capitano Apollonio consegnò armi e munizioni al tenente colonnello Kavadias e al tenente Migliaressi per gli Andartes dell’ELAS. Durante la notte del 12 settembre ho accompagnato il Cap. Apollonio quando ha passato in rivista una compagnia di Andartes che volevano combattere con lui contro i tedeschi.  Questa compagnia ricevette viveri e munizioni dal comandante Apollonio. Io rimasi fino agli ultimi giorni della guerra come collegamento fra il capitano Apollonio e il comando dell’ELAS. Il giorno 13 settembre alle ore 7 del mattino mi trovavo presso la batteria del cap. Apollonio, quando ha dato l’ordine alla sua batteria e alle batterie di Pampaloni e di Ambrosini di sparare contro le zattere tedesche che portavano truppe per rinforzare il presidio di Argostoli. Quando i tedeschi resero schiava Cefalonia, io sapevo che il capitano Apollonio era comandante delle forze italiane quali patrioti contro i tedeschi. Sempre ho conosciuto l’idea del patriota italiano Apollonio, poiché non solo lo conoscevo da prima ma anche perché sapendo che era stato fucilato due volte a Dilionata senza essere ucciso, non era possibile che stimasse o collaborasse con i tedeschi. Per questo appunto avevo fiducia a collaborare con lui, il capitano Apollonio infatti mi riferiva sempre notizie politiche e militari ogni volta che ne veniva richiesto. Molte volte ho messo in collegamento il capitano Apollonio con Migliaressi per definire delle questioni molto segrete fra il capitano Apollonio e l’ ELAS.

 

(omissis… F). to Il Sottotenente dell’ ELAS

Giorgio Gheorgopulo

 

Per finire, riportiamo l’analisi da noi compiuta sui reati commessi dai due ‘eroi’ e le conseguenze che ne sarebbero derivate se anziché in Italia ci si fosse trovati (e ci si trovasse) in un Paese serio. A tale riguardo rileviamo che il Codice penale militare di guerra al titolo “Dei reati contro la fedeltà e la difesa militare” prevede il seguente delitto:

Art. 51 – (Aiuto al nemico) – Il militare che commette un atto diretto a favorire le operazioni militari del nemico, ovvero a nuocere altrimenti alle operazioni delle forze armate dello Stato italiano, è punito con la morte con degradazione.

Detto articolo fu così lumeggiato nei ‘Lavori preparatori e finali dei Codici Militari’: “Quanto all’altra delle forme di favoreggiamento al nemico, cioè di prestare aiuto al nemico, senza partecipare direttamente alla guerra contro lo Stato nazionale, la natura stessa del reato determina una molteplicità di modi, e così un elemento materiale vario e complesso: ad esempio impedire il buon esito di una operazione militare, togliere alle forze belliche qualche mezzo di agire contro il nemico, agevolare a questi la difesa o l’offesa, fornire armi, viveri ecc. “

La conclusione che ne deriva è che se si fosse proceduto immediatamente, a mezzo di una Corte Marziale nominata dal Comandante, i due ‘eroi’ sarebbero stati immediatamente passati per le armi. Quanto ai rapporti intercorsi con i partigiani greci prima e durante l’8 settembre, avrebbe invece trovato applicazione l’articolo che segue:

Art. 56 ( Comunicazione illecita con il nemico, senza il fine di favorirlo) – Il militare che, senza il fine di favorire il nemico, ma senza autorizzazione o contro il divieto dei regolamenti o dei superiori, entra in comunicazione o corrispondenza con una o più persone delle forze armate nemiche è punito con la reclusione da uno a sette anni; e se trattasi di fatto abituale o, comunque, se ricorrono circostanze di particolare gravità, con la reclusione non inferiore a dieci anni.

Da quanto sopra si evince chiaramente che le due fattispecie criminose si rivelarono pienamente applicabili ai reati posti in essere dai due ufficiali italiani, ma ciò non avvenne ed oggi ci ritroviamo con due ‘eroi’, il Pampaloni e l’Apollonio, di cui si tessono le lodi; mentre alcuni presunti “traditori”, come la Medaglia d’Oro generale Gandin o Padre R. Formato, vengono adeguatamente scanagliati da pennivendoli di mezza tacca, grazie anche all’indifferenza delle FFAA perfettamente al corrente dei fatti (come da Relazione redatta nel 1948 dal tenente colonnello Picozzi) e che a tutt’oggi spesso partecipano a convegni e celebrazioni dal sapore di tragica farsa.

 

 

(*) Figlio del maggiore Federico Filippini, fucilato a Cefalonia il 25.9.1943′

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