Il dono del sacerdozio per un mondo disorientato – di Emilio Artiglieri

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Sacerdozio

Di Emilio Artiglieri

SacerdozioPer comprendere l’essenza del Sacerdozio, credo che non ci sia testo migliore della Lettera agli Ebrei, in particolare del capitolo V, in cui si legge: “Ogni Sommo Sacerdote, scelto fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. In tal modo egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anch’egli rivestito di debolezza, a motivo della quale deve offrire anche per se stesso sacrifici per i peccati, come lo fa per il popolo. Nessuno può attribuirsi questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne”.
Questo testo è stato citato e ampiamente commentato da Benedetto XVI durante la “Lectio Divina” svolta il 18 febbraio scorso, in San Pietro, nell’Aula della Benedizione, durante il tradizionale incontro d’inizio Quaresima con il Clero della Diocesi di Roma.
Il brano si riferisce innanzitutto al sacerdozio dell’Antico Testamento, ma è stato ritenuto applicabile anche ai sacerdoti del Nuovo Testamento.
In esso si sottolinea che:
il sacerdote è preso dagli uomini (nella Chiesa);
egli svolge un Ministero per il bene degli uomini (Ministero come servizio e quindi Sacerdozio Ministeriale);
lo svolge nelle cose che riguardano Dio (pertanto l’ufficio sacerdotale non riguarda l’azione secolare e la promozione sociale diretta, che tocca ai fedeli laici);
è costituito per offrire doni e sacrifici (ufficio liturgico-sacramentale) per i peccati (valore espiatorio della Liturgia).
In tutte queste cose il sacerdote è posto da Dio di fronte alla Chiesa, ma anche continua a restarci dentro, perché è peccatore come gli altri e anche per sé ha bisogno di celebrare la Liturgia espiatrice.
Questo ministero poi è dato per vocazione divina: non solo nessuno può attribuirsi questo onore da sé, ma neppure la comunità è in grado di delegare qualcuno a presiederla.
La comunità non si dà le sue guide, le riceve da Dio, anche se sono scelte al suo interno.
Approfondendo il ruolo del sacerdote, possiamo anche dire che egli è posto da Dio al centro tra i due protagonisti dell’alleanza.
Il sacerdote è mediatore per eccellenza: egli “sta in mezzo” tra Dio e gli uomini.
San Tommaso insegna che: “proprium officium sacerdotis est esse mediatorem inter Deum et populum” (S. Th., III, 22,1).
La designazione di sacerdote, in questo senso, conviene perfettamente solo a Gesù Cristo, che è “l’unico mediatore tra Dio e gli uomini” (1 Tm 2,5).
Il sacerdote ministro partecipa dell’unico sacerdozio di Cristo ed è – soprattutto nella Liturgia – il ponte, fondato e costruito dal Signore, per mezzo del quale Dio raggiunge gli uomini e gli uomini salgono a Dio.
Benedetto XVI, nella citata meditazione, ricorda che “un sacerdote per essere realmente mediatore tra Dio l’uomo, deve essere uomo… il Figlio di Dio si è fatto uomo proprio per essere sacerdote, per realizzare la missione del sacerdote. Deve essere uomo… ma non può da se stesso farsi mediatore verso Dio. Il sacerdote – continua il Papa – ha bisogno di una autorizzazione, di una istituzione divina e solo appartenendo alle due sfere – quella di Dio e quella dell’uomo – può essere mediatore, può essere ‘ponte’. Questa è la missione del sacerdote: combinare, collegare queste due realtà apparentemente così separate, cioè il mondo di Dio…. e il nostro mondo umano”.
Mi piace a questo punto citare alcuni passi di Santa Caterina da Siena, presi dal “Dialogo della Divina Provvidenza”, passi che parlano di Cristo come ponte: “per il peccato e la disobbedienza di Adamo si ruppe la strada in modo tale che nessuno poteva giungere a vita durevole e gli uomini – così parla nel testo cateriniano Dio Padre – non mi rendevano gloria come dovevano, poiché non partecipavano più di quel bene, per il quale li avevo creati a mia immagine e somiglianza……Appena (l’uomo) ebbe peccato egli cominciò a correre come in un fiume tempestoso, che sempre lo percuote con le sue onde e a sostenere fatiche e molestie…..Tutti annegavate poiché nessuno, con tutte le sue giustizie, poteva giungere a vita eterna. Perciò Io, volendo rimediare a tanti vostri mali, vi ho dato il ponte, che è mio Figlio, affinché, passando il fiume, non annegaste. Il fiume è il mare tempestoso di questa vita tenebrosa” (1,21).
“Tu vedi che il ponte è murato ed è ricoperto con la misericordia, e sopra vi è la bottega, che è il giardino della Santa Chiesa, la quale tiene e amministra il Pane della vita e dà da bere il Sangue, così che le mie creature viandanti e pellegrine, stancandosi non vengano meno nella via” (2, 27).
Insomma, il ponte è Cristo stesso, unico mediatore tra Dio e gli uomini.
Su questo ponte c’è il giardino del riposo, che è la Chiesa, dove i viandanti trovano ristoro e forza per continuare a camminare sul ponte, verso l’altra sponda.
La Chiesa è anche bottega, dove si conservano il Pane ed il Vino eucaristici.
Riferendosi a tutti i sacerdoti, Santa Caterina mette in bocca a Dio Padre queste parole: “finché avete il tempo di questa vita, potete levarvi la puzza del peccato col vero dolore e col ricorrere ai miei ministri; essi sono lavoratori che tengono le chiavi del vino, cioè del Sangue uscito da questa vite (il Figlio)” (1, 24).
Ma se tutti i sacerdoti tengono queste chiavi, in particolare le tiene il Sommo Pontefice, il Papa: “io ti proposi – è ancora Dio Padre che parla – il corpo mistico della Santa Chiesa sotto forma di una cantina, nella quale sta il Sangue dell’Unigenito mio Figlio; da questo sangue hanno valore e vita tutti i Sacramenti. Alla porta di questa cantina sta il Cristo in terra (il Papa), a cui è commesso di somministrare il sangue: a Lui spetta assegnare i Ministri che l’aiutino a distribuirlo per tutto il corpo della religione cristiana……Da Lui esce tutto l’ordine clericale, e tutti i ministri vengono messi, ciascuno nel suo ufficio, ad amministrare questo glorioso Sangue” (2, 115).
Il termine ‘Pontefice’, se si riferisce innanzitutto a Cristo e poi al Papa (Sommo Pontefice) ed ai Vescovi (ricordiamo che il libro che contiene le preghiere e le rubriche per le celebrazioni del Vescovo si chiama Liber Pontificalis), si può applicare a tutti i sacerdoti che con il Papa ed i Vescovi condividono l’apice dell’esercizio sacerdotale, ossia la celebrazione della Santa Messa.
Arriviamo quindi ad una prima conclusione, ossia che l’identità del sacerdote è data dall’ essere ponte tra Dio e l’uomo: il sacerdote non è tale da se stesso e non è tale per se stesso.
Non è tale da se stesso, in quanto, come ancora spiegava Benedetto XVI nel discorso del 18 febbraio scorso, “solo Dio può attirarmi, può autorizzarmi, può introdurmi nella partecipazione al mistero di Cristo; solo Dio può entrare nella mia vita e prendermi in mano. Questo aspetto del dono, della precedenza divina, dell’azione divina, che noi non possiamo realizzare, questa nostra passività – essere eletti e presi per mano – è un punto fondamentale nel quale entrare”.
SacerdozioIl sacerdote non è tale per se stesso, ma per gli altri, per il popolo che deve mettere in relazione con Dio.
Già nell’enciclica Spe Salvi, di Benedetto XVI, partendo dalla prospettiva non individualistica, ma comunionale della salvezza, si era riferito alla vita di un grande sacerdote e Vescovo come Sant’Agostino: “dopo la sua conversione alla fede cristiana egli, insieme con alcuni amici di idee affini, voleva condurre una vita che fosse dedicata totalmente alla parola di Dio e alle cose eterne. Intendeva realizzare con valori cristiani l’ideale della vita contemplativa…….Ma le cose andarono diversamente. Mentre partecipava alla Messa domenicale nella città portuale di Ippona, fu dal Vescovo chiamato fuori dalla folla e costretto a lasciarsi ordinare per l’esercizio del ministero sacerdotale in quella città. Guardando retrospettivamente a quell’ora egli scrive nelle sue Confessioni: ‘atterrito da miei peccati e dalla mole della mia miseria, avevo ventilato in cuor mio e meditato la fuga nella solitudine. Ma tu me l’hai impedito e mi hai confortato con la tua parola: ‘Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivono più per se stessi, ma per colui che è morto per tutti’ (cfr. 2 Cor 5,15)’. Cristo è morto per tutti. Vivere per Lui significa lasciarsi coinvolgere nel suo essere per ” (n. 28).
Se ogni cristiano deve “essere per”, a maggior ragione lo deve essere un “Pontefice”, nel senso di Vescovo e sacerdote.
Il Papa, a proposito di Sant’Agostino, cita una frase dello stesso molto forte e su cui dovremmo molto meditare: “è il Vangelo che mi spaventa”: “quello spavento salutare  – commentava Benedetto XVI nella Spe Salvi – che ci impedisce di vivere per noi stessi e che ci spinge a trasmettere la nostra comune speranza. Di fatto, proprio questa era l’intenzione di Agostino: nella situazione difficile dell’Impero romano, che minacciava anche l’Africa romana e, alla fine della vita di Agostino, addirittura la distrusse, trasmettere speranza – la speranza che gli veniva dalla Fede e che, in totale contrasto col suo temperamento introverso, lo rese capace di partecipare decisamente e con tutte le forze all’edificazione della città….. In virtù della sua speranza, Agostino si è prodigato per la gente semplice e per la sua città, ha rinunciato alla sua nobiltà spirituale e ha predicato ed agito in modo semplice per la gente semplice” (n. 29).
Quanti sacerdoti, quanti Vescovi, ma forse il Papa ha presente anche la propria vicenda umana, hanno dovuto o rinunciare o ridurre l’impegno negli studi, nella contemplazione, per farsi “ponte” tra Dio e il popolo, hanno dovuto, in un certo senso, rinunciare alla loro nobiltà spirituale per agire “in modo semplice per la gente semplice”.
Questo tema è stato ripreso da Benedetto XVI nel citato discorso del 18 febbraio, laddove spiega che l’umanità del sacerdote “non risponde all’ideale platonico e aristotelico, secondo il quale il vero uomo sarebbe colui che vive solo nella contemplazione della verità, e così è beato, felice , perchè ha solo amicizia con le cose belle, con la bellezza divina, ma ‘i lavori’ li fanno altri… Qui si suppone (cioè nella Lettera agli Ebrei) che il sacerdote entri come Cristo nella miseria umana, la porti con sé, vada alle persone sofferenti, se ne occupi, e non solo esteriormente, ma interiormente prenda su di sé, raccolga in se stesso la ‘passione’ del suo tempo, della sua parrocchia, delle persone a lui affidate… noi sacerdoti – continua il Papa – non possiamo ritirarci in un elysium, ma siamo immersi nella passione di questo mondo e dobbiamo, con l’aiuto di Cristo e in comunione con Lui, cercare di trasformarlo, di portarlo verso Dio”.
La missione del sacerdote è di portare il mondo verso Dio, di fare da ponte tra il mondo e Dio, ma – chiediamoci – quale mondo?
Un mondo che, come recita il titolo della mia relazione, è un mondo disorientato.
Tale era senz’altro anche ai tempi di Sant’Agostino, mentre tramontava l’Evo Antico e si apriva quello che noi chiamiamo “Medio Evo”, di cui ora conosciamo luci ed ombre, ma per chi lo viveva all’epoca rappresentava, con il crollo delle strutture esistenti, un passaggio ignoto.
Oggi, dopo quella che è stata definita la fine delle ideologie, l’avvento del post-moderno, ci troviamo di fronte ad un mondo politicamente e culturalmente disorientato.
Fenomeni nuovi, come la globalizzazione o la migrazione di migliaia, o meglio, di milioni di persone da un continente all’altro, portano problemi, per i quali forse non sono state elaborate ancora risposte adeguate.
Ma esiste pure un disorientamento morale, frutto certamente del diffuso relativismo etico, ma anche dell’emergere di nuove problematiche, legate all’applicazione di sempre più sconcertanti scoperte scientifiche (la questione della tecnoscienza), soprattutto nel campo della biomedicina (fertilizzazione in vitro, clonazione, industria genetica, computer impiantati nel cervello…).
Esiste un disorientamento familiare, affettivo, legato alla crisi degli uomini e delle donne del nostro tempo, di fronte all’istituzione matrimoniale e alle responsabilità familiari, così come esiste anche un disorientamento sessuale, di cui sono testimoni episodi recenti di cronaca, nei quali l’ambiguità è stata protagonista.
Soprattutto però esiste un disorientamento religioso, nel senso che la vita non è più orientata a Dio ed è proprio questo disorientamento religioso ad essere la causa principale del disorientamento sotto tutti gli altri aspetti sopra accennati.
E’ facile capire allora come fondamentale sia la missione del sacerdote per recuperare l’orientamento, incominciando proprio dalla sfera religiosa.
E prima di tutto, occorre ridare al mondo proprio il senso religioso, come già ammoniva in una sua Lettera pastorale per la Quaresima del 1957 Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI.
Diceva l’allora Arcivescovo di Milano: «Problema dell’età nostra è quello di rieducare la mentalità moderna a ‘pensare Dio’» (Giovanni B. Montini – Luigi Giussani, Sul senso religioso, 2009, p. 63).
Attenzione: oggi si sente parlare di un ritorno del “sacro”, di un riaffacciarsi della “dimensione religiosa” dell’esistenza e, in un certo senso, è vero, ma molto spesso si tratta di forme istintive, confuse, non mature.
Ascoltiamo al riguardo quello che già alla fine degli anni ’50 diceva l’allora Mons. Montini: “La spinta iniziale del senso religioso può condurre a non poche deviazioni, a manifestazioni capricciose e superstiziose, a un pietismo deplorevole e pericoloso… Occorre una religione vera per difendere il senso religioso dal troppo facile pericolo di sbandamento. Le espressioni religiose o spiritualistiche, che non hanno per guida la verità, non offrono garanzie di salute, e danno spesso motivo di illusioni, di aberrazioni, di rovina. Oggi, per esempio, lo spiritismo, in cui si esprime una superstiziosa e capricciosa curiosità, è diventato in certi paesi una piaga sociale. Così, per citare altro esempio, l’irenismo, cioè il principio che tutte le religioni sono buone, e che una vale l’altra, va diffondendo una falsa pace negli spiriti, che fa del rimanente sentimento religioso, espresso nelle credenze più varie, un elemento di confusione spirituale e sociale, e prepara la via alla indifferenza e allo scetticismo” (ibidem, p. 65).
Ecco allora la necessità che il senso religioso venga coltivato, formato secondo verità, attingendo a quelle grandi “fontane” che – ascoltiamo ancora il futuro Paolo VI – sono la predicazione e la liturgia (cf. p. 75).
E’ soprattutto grazie alla predicazione ed alla liturgia che i sacerdoti possono aiutare gli uomini del nostro tempo ad orientare se stessi e la loro vita nuovamente verso Dio.
Non posso in questa sede certamente sviluppare adeguatamente queste considerazioni; qui mi limito a dire che la qualità della predicazione e della liturgia si misura proprio nella loro capacità di favorire l’incontro tra l’uomo e Dio.
Una predicazione che fosse appiattita su temi politici e sociali non sarebbe certamente adeguata allo scopo, così come non servirebbe come “ponte” tra Cielo e terra u na liturgia sciatta, autoreferenziale, tesa a mettere in evidenza le doti creative del celebrante piuttosto che la profondità del Mistero celebrato.
Gran parte del Magistero di Benedetto XVI è rivolto proprio a far riscoprire la bellezza della liturgia, e soprattutto la necessità che essa sia correttamente “orientata”, ossia rivolta a Dio, in una parola, teocentrica.
Proprio il termine “orientamento” indica la tradizionale posizione dell’orante verso Oriente, considerato simbolo di Cristo che viene.
Su questo tema molti sono i passi dei Padri della Chiesa.
Sia sufficiente qui citare San Giovanni Damasceno: “Poichè Dio è la luce spirituale e poichè Cristo è chiamato nelle Scritture ‘Sole di Giustizia’ (Ml 3, 20) e ‘Germoglio’ (Zc 3, 8; 6), occorre dedicargli l’Oriente per la venerazione… Come disse il Signore stesso : ‘Come la folgore viene da Oriente a Occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo’ (Mt 24, 27). E quindi noi, nell’attesa della Sua venuta, prestiamo venerazione verso Oriente….” (De fide orthodoxa, IV, XII).
Ora, al di là del simbolismo, al di là della posizione del sacerdote nella celebrazione liturgica, ciò che è necessario ed imprescindibile è che appaia che la preghiera liturgica è rivolta a Dio o, per meglio dire, è una risposta allo sguardo di Dio sulla terra. Per questo il Santo Padre vuole che al centro dell’altare sia posto il Crocifisso.
Bene è stato scritto che “Nella liturgia, il sacerdote opera a nome di Dio e verso Dio. Il tema centrale della liturgia è l’adorazione di Dio, intesa come risposta alla Sua manifestazione soprannaturale” (M. Gagliardi, Liturgia fonte di vita. Prospettive teologiche, Verona, 2009, p. 43).
Il sacerdozio, o, se si vuole, i sacerdoti, saranno un autentico dono per questo nostro mondo disorientato, saranno veri “pontefici” se, con la predicazione, con la liturgia, ma anche con tutta la loro vita di coerente, e talvolta sofferta, testimonianza, lo aiuteranno a rivolgersi nuovamente verso Dio, o meglio, verso la definitiva manifestazione dell’Amore di Dio, Gesù Cristo nostro Signore, unico vero Salvatore.

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